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Ciao a tutti. Sono giunta quasi a metà del mio racconto. La domanda imbarazzante è: c’è qualcuno che, pian piano, si sta incuriosendo? Domanda imbarazzante per l’imbarazzante silenzio che aleggia su questo blog. Certo meglio il silenzio degli insulti… Tuttavia devo dire che in questo progetto ci ho creduto e anche adesso che, pubblicandolo a puntate, lo rileggo, non mi sembra niente male. D’altra parte capisco che il giudizio su un libro, su una storia,si da solo alla fine.  Aspetterò. Ringrazio che si è iscritto per seguirmi e mi lascia anche solo un breve cenno del suo passaggio. Grazie dell’attenzione e della…pazienza.

Un bacio.

9. L’Eremita

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Giovedì, 30 dicembre 2010 ore 9.00

Marenko era conosciuto nel quartiere come Il Violinista.

A differenza di altri barboni che si guadagnavano la giornata raccogliendo lattine e altro materiale riciclabile, lui riusciva a sopravvivere suonando agli angoli delle strade, in piccole piazze o al parco. La lisa e sporca custodia del suo strumento attirava sempre qualche moneta e in certe ore del giorno piccoli capannelli di passanti si raccoglievano  intorno alla sua isola musicale per ascoltarlo.

Qualche volta la polizia o i privati lo cacciavano e allora lui cambiava zona, salvo poi ritornare alla sua postazione: una panchina blu ai margini del parco Michelangelo, di fronte alla Tellinger-Kruger Bank. Alto, dal fisico imponente, con i capelli color piombo arruffati e crespi, il Violinista indossava, su vari strati di vestiario, un ampio e pesante pastrano militare lungo fino alle caviglie. L’aspetto trasandato contrastava con la dolcezza struggente della sua musica. Taciturno e misterioso, raramente s’intratteneva con gli altri homeless della zona. In seguito ad un’aggressione aveva cercato alloggio in un pensionato dove per pochi soldi poteva dormire e aver cura dei suoi pochi averi mentre un vicino convento gli garantiva l’unico pasto caldo quotidiano.

Da mesi viveva così. Come un animale in caccia. Sempre attento e teso alla preda, sorretto dall’unica speranza di ritrovare sua figlia viva, se non felice. Tutto gli era tollerabile fuorché quel suo prolungato silenzio.

Con quieto interesse lasciava muoversi il mondo intorno a lui mantenendo però una costante e vigile attenzione verso la banca e l’imbocco del vicolo su cui si affacciava il parcheggio sotterraneo. Un impulso viscerale e irragionevole lo spingeva a stare lì dove, ne era sicuro, avrebbe avuto le risposte che cercava.

Erano le nove, quando Mina Dike lo raggiunse al suo solito posto al parco.  L’aria era frizzante. Stretta in un lungo cappotto nero un po’ sdrucito con doppio giro di sciarpa bianca intorno al collo, guanti e basco di lana in tinta, Mina attese che l’uomo concludesse la sua performance e gli astanti si disperdessero, prima di avvicinarlo.

“Lei è davvero bravo, sa?” Aveva esordito. “Potrebbe partecipare a un programma TV come la Ruota della Fortuna. Ci aveva mai pensato?”

Aveva teso la mano, cordiale.

“Buongiorno. Minerva Dike di ONE FORCE TV. Una emittente locale.”

Lui non aveva capito. Si era schermito e aveva risposto al saluto: “Piacere conoscere te. Mio nome Markus Liubovsky. Marenko per amici, ma tutti chiama me il Violinista.”

“Il pa… padre di Sonia?”Aveva balbettato Mina, colta di sorpresa e in difficoltà.

“Da. Tu conosce? Tu sa dove è mia figlia?”

Prima che lui s’irrigidisse in un silenzio senza ritorno, con gentilezza lo aveva preso sottobraccio: “No, la sto cercando anch’io.” E, quasi trascinandolo via, in un estremo tentativo di rimediare alla gaffe, aveva continuato a parlare: “Ha già fatto colazione? Potremmo parlare con più tranquillità lì al bar, non crede?” Docilmente lui l’aveva seguita al Caffè Rossini’s, dall’altro lato della strada.

Aveva parlato lei per prima. Per guadagnarsi la sua fiducia.

“Vuole raccontarmi la sua storia?”

Il sorriso di Mina, un bel paio di panini ben farciti, del vino rosso e una tazza grande di caffè con vodka schiodarono Marenko dalla sua diffidenza. Da troppo tempo non parlava con qualcuno che gli si mostrasse amico. C’era voluta buona parte del pomeriggio per conquistarlo. Le aveva raccontato di sé e della sua famiglia: dai fasti del passato con i grandi viaggi in Europa e le nobili origini decadute dopo la rivoluzione del ‘17, alle dolorose fughe da Mosca e da Kiev negli anni della seconda guerra mondiale. L’approdo a Odessa, verso la metà degli anni ottanta, alla ricerca di una stabilità economica e sociale.

“Tutta mia familia molto ama musica. Mio nonno, suonare violino a corte di Vienna, sa? Mia donna brava pianista e Sonia… Ah, Sonia davvero angelo con suo violino.

Poi, in anno 2004, tutto cambia. Sonia, mia bambina si sposa. Vedova prima che madre, sa?

Pensa tragedia. Pavlov mai ricevuto lettera che è padre. Ivan mai vedere lui in sua vita. Tu vede che bello bambino è Ivan, da? – stava dicendo, mostrandole una foto spiegazzata e strappata in più punti. – Cinque anni mio bambino, adesso.” Un pianto sommesso lo scosse.

“Ivan malato a cuore e serve bravo chirurgo, lui operare. Sonia qui, con promessa di lavoro, adesso sono due anni. Ma bambino è grave. Forse non vive molto. Chiama mamma, mamma, senza finire mai.” Marenko sospirò.  “Molti soldi serve per salvare sua vita, ma Sonia deve tornare.”

Mina gli cercò le mani e gliele strinse nell’illusorio tentativo di rassicurarlo.

“Io venuto riprendere lei, anno passato, ma lei non vuole venire. Dire me che è ricca presto. Famosa. Allora torna. Ma no con me. No subito. Lei dice suona violino. Fa concerti in teatro. Già carta ha di contratto. Presto manda denaro per Ivan. Ma no fa nomi.

Invidie dice, melio silenzio. Segreto. Poi, improvviso, dopo Natale, Sonia no viene più nostri incontri. No messaggi. Volatizzata, da?” Mina lo ascoltava e prendeva nota.

“C’è un motivo per cui lei sta sempre qui, davanti a questa banca?” chiese sovrappensiero.

“Io visto Sonia più volte con uomo importante di banca, direttore io crede, prima che lei sparisce. Lui ha colpa, che lei sparisce. Io so. Io cerca prove lui colpevole. Se lui fa male mia bambina io, io… lui uccide.” C’era un bagliore negli occhi e un tono così sommesso e minaccioso che Mina tremò. O era il freddo?

Mentre chiacchieravano Marenko mostrò a Mina altre foto tra cui una di Sonia. Lo splendido primo piano di una giovane donna sorridente che posa nell’atto di suonare il suo strumento.

Le foto di Nadine in mano alla polizia non rendevano giustizia alla bellezza di Sonia.

“No sempre stati poveri, noi. Vedi chiave di sol con piccolo zaffiro in suo collo? Io regala lei per suoi venti anni. Gioiello di mia famiglia, sa?”

“Un modo romantico di sposare l’amore per la musica con l’acronimo di Sonia.” Disse Mina.

E così, Marenko li aveva visti insieme, Sonia e Maxin. Si conoscevano. Adesso ne era certa.

Non se la sentiva di rivelargli quanto sapeva su Maxin, ma il fatto che i loro sospetti convergessero confermava che la pista era buona.

“Adesso che tu fa pensare me, io nota cosa strana.” Disse Marenko. C’è donna molto bella che viene a banca, ma no sempre. Io visto lei venire sola e andare con banchiere via, in auto. È donna di America latina. Brasile, forse.”

“Statura media, capelli lunghi neri, molto elegante e… sexy?” Aveva chiesto Mina, già sicura della risposta.

“Da. Tu conosce?”

“Si chiama Brenda Brook e lavora per Dominique Sandèr, come Sonia. Sono certa che conosce Sonia. Potrebbe sapere qualcosa, ma non ho prove.”

“Devo andare a parlarle.” Pensò scrivendo un appunto.

Marenko aveva chinato il capo sconfitto.

“Devo ritrovare mia filia. Devo. Tu aiuta me?”

“Senta, signor Liubovsky. Io farò tutto quello che posso. Vorrei aiutarla almeno economicamente ma…”

“Tu no pensare me. Io, come si dice? me arrangia. Violino no tradisce.”

“So cosa posso fare!”  L’idea era venuta così.

“Intanto, posso cercare di farle guadagnare un po’ di denaro. Domattina verrò a prenderla qui al parco, verso le nove e le spiegherò tutto. Sia puntuale e più elegante che può. A domani.”

Prima che lui potesse replicare Mina era lontana. Cercava nella borsa il suo cellulare.

“Cosa è elegante?” gridò lui, alla notte scintillante che inondava il Parco.

“Pronto. Lucy? Sono Mina Dike. Puoi passarmi Tony Farrell, per piacere? Ho urgenza di parlargli.”

Le luci di Natale si allargavano nelle tenebre come una prorompente, incontenibile, felicità.

(9. Continua)

 

Articolo precedente di riferimento:

https://laurasoreglia.wordpress.com/2017/02/28/dal-matto-al-mondo-la-giustizia/

 

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