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Ciao a tutti i miei amici lettori…
Come annunciato comincio a pubblicare sul blog, il mio primo libro.
A puntate, naturalmente, con cadenza settimanale. Non è l’identica versione mandata alle stampe, ma condivido con voi la versione in Doc.
Buona lettura.

Dedicato a tutti coloro

che hanno creduto in me.

Che hanno atteso,

incoraggiato e accompagnato

la nascita di questo libro

e di un sogno.

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I Tarocchi

sono un crogiuolo

di storie sparse

sul tavolo della Vita.

La fantasia

mescola e…

racconta.

Premessa

Nell’autunno del 2010 ho partecipato a un corso di scrittura creativa tenuto dalla scrittrice trentina Anna Tava, ispirato agli Arcani Maggiori dei Tarocchi.

Un interessante gioco letterario e artistico che prevedeva, accanto alla stesura di un racconto breve, una personale interpretazione dei Tarocchi, narrativa e grafica.

Il passo successivo al brain storming è stato quello di creare un legame logico e narrativo tra le Carte, rispettandone l’ordine cronologico. Sfida impegnativa, data la varietà dei personaggi, la loro diversa ma equivalente importanza, la volontà di non muoverli dalla loro postazione. Tuttavia ce l’ho fatta. Le sfide insegnano molto: i propri limiti e la possibilità di superarli, qualche volta. Iniziato il gioco, m’è parso volesse essere giocato fino in fondo. Si sente di essere servitori delle storie iniziate.

Ne è nato un romanzo “diversamente altro”, senza eroi, cavalieri erranti o principesse, ma con personaggi pieni di carattere e una storia dove i segreti, come sempre, vogliono essere svelati.

0- Il Matto

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Mercoledì, 29 dicembre 2010 ore 9.30

Il Soggiorno per anziani Autunno sereno era una bella villa ottocentesca a tre piani, perfettamente ristrutturata e rimodernata, nel cuore di un elegante parco di abeti, pini e larici. Era circondata da uno splendido giardino all’italiana da poco completamente ricostruito e perfettamente curato.

Tutt’intorno al giardino correva un’alta siepe aperta all’altezza dell’imponente e ben vigilato cancello. A un occhio attento non sarebbero sfuggite le numerose telecamere di sorveglianza disseminate intorno all’edificio, terminali di un sofisticato apparato di sicurezza.

“Buon giorno dottor Olivier, ben arrivato.”

“Buon giorno Grace. Tutto tranquillo stanotte?”

“Sì dottore, a parte il Signor Cartwriter e la signora Spencer, che erano più agitati del solito. Si sono quietati solo all’alba, stremati per la stanchezza. La signora continua a sragionare, alterna momenti di cupo mutismo a farneticazioni deliranti. Temo veramente che durante una delle sue ricadute possa ferirsi e anche gravemente.”

“Ha ragione. Ho sentito il figlio per telefono ed è molto preoccupato per questo suo rapido aggravamento. Dovremo sorvegliarla più strettamente e aumentarle il dosaggio del calmante. Dia disposizioni, la prego.”

Al termine del resoconto notturno, l’assistente del dottor Olivier, una quieta infermiera cinquantenne, uscì silenziosamente dallo studio e si diresse verso l’ascensore. Al secondo piano le attività di fine turno erano state quasi del tutto espletate: i prelievi, la temperatura, la distribuzione dei vassoi per la colazione e il riordino delle stanze.

A metà mattinata l’equipe dei medici di turno avrebbe fatto il solito giro di routine per la conferma o la modifica delle terapie e poi la giornata avrebbe potuto scorrere tranquillamente.

Prima di andarsene, però, Grace passò a trovare la signora Spencer. Era una donna sulla settantina, elegante e raffinata. Nonostante la notte di veglia aveva un aspetto rilassato, dovuto all’effetto perdurante dei farmaci. Il viso, affilato e sottile, era incorniciato da una vaporosa massa di capelli candidi, in contrasto con gli occhi scuri e spenti.

Seduta davanti alla finestra, pareva fissare con lo sguardo un punto perso tra gli alberi.

“Buon giorno signora Spencer, come si sente oggi?”

“L’ho visto. L’ho visto! L’ha uccisa! L’ha uccisa… Ucciderà anche me. Ucciderà anche me.” ripeteva con ossessione quelle tre frasi, dapprima sottovoce, poi sempre più forte fino a gridarle, in preda a un terrore crescente che la lasciava debole e senza forze.

Grace cercò con gentilezza di calmarla prendendole le mani e accarezzandola: “Chi ha visto signora? Chi è stato ucciso?”

“Lui mi ucciderà, lo so. Se parlo, mi ucciderà.”

Non era la prima volta che Grace le dava corda tentando, interrogandola, di capirci qualcosa. Sperava ogni volta di raccogliere nuovi elementi ma, finora, le risposte sconclusionate l’avevano convinta che la povera donna soffriva di manie persecutorie, sicuramente dovuti a eventi depressivi pregressi.

Marion Spencer era entrata in casa di riposo l’anno prima, per curare una seria astenia dalla quale non si era mai ripresa. La sua salute non aveva mai dato cenni di miglioramento e le poche volte in cui era venuto il figlio a trovarla, aveva avuto attacchi di panico così violenti che il dottor Olivier aveva praticamente vietato altri incontri.

“Temporaneamente,” aveva detto ma, in seguito, il figlio non s’era più visto e da allora nessuno era più venuto a trovarla.

Grace s’era fatta l’idea che Marion Spencer non riconoscesse il figlio e perciò ne avesse paura.

“Nessuno la ucciderà. Non qui da noi. Stia tranquilla.”

Si lasciò andare, per una volta, a un tenero abbraccio che per un attimo rasserenò l’anziana.

“Se sapesse! Se sapesse quello che so io, anche lei avrebbe paura.” le bisbigliò all’orecchio, tenendola forte per un braccio.

“Adesso devo andare, ma vengo a trovarla stasera, quando comincio il turno. Va bene?”

“Io l’ho visto. Non sono pazza, l’ho visto!” Le stringeva forte la mano e non la lasciava andare.

Era rimasto, tra le maglie della memoria, il ricordo di una lite. Le braccia tese di un uomo e le sue mani strette intorno al collo di una sconosciuta. Di quel tragico evento restavano solo brandelli di pensiero, piccoli e affilati come pezzi di specchio rotto, che le avevano lacerato la coscienza e spezzato l’equilibrio.

Non disse altro. Piegò la testa da un lato con rassegnazione e continuò a guardare fuori dai vetri il giorno che cresceva.

L’abbondante nevicata della notte di Natale aveva steso una spessa coltre bianca sul parco e in giardino. Siepi e aiuole, panchine e vialetti erano stati completamente sepolti. Mancavano tre giorni alla fine di dicembre e nessuno era venuto a trovarla, neppure per Natale.

Nel grande atrio dell’edificio era stato montato un bell’albero carico di palline e ninnoli dorati. Decorazioni natalizie erano state poste, con sobria eleganza, nei corridoi e sulle porte delle stanze degli ospiti.

Sulla porta di Marion era appeso un piccolo bouquet di euforbia in seta, con i boccioli in cristallo Swarovski e un paio di campanellini che tintinnavano sottilmente ogni volta che si apriva e chiudeva. Quel suono leggero risvegliava in lei ricordi lontani e felici, la rallegrava come poche altre cose.

Quando, in mattinata, la campana della piccola cappella annessa alla struttura suonò per la funzione, Marion si scosse, mise uno scialle sulle spalle e si avviò. Nel breve tunnel a vetrate che collegava la casa alla cappella incontrò l’unico amico che si era fatta in quel posto: Michael Cartwriter.  Senza una parola, si presero a braccetto ed entrarono in chiesa sistemandosi nell’ultimo banco.

“Come stai?” le chiese sottovoce. Lei scosse il capo, gli sorrise debolmente e si fece il segno della croce.

(1. Continua)

Articolo precedente di riferimento:     https://laurasoreglia.wordpress.com/2013/07/