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Mi piace camminare nei boschi.
Incedere lentamente sullo sterrato, a tratti più morbido per foglie e aghi di pino. Con noncurante leggiadria la vegetazione s’inerpica verso il cielo assolato o s’incurva verso l’altro lato del sentiero. Lo adombra con profumi di resina, di muschi e funghi, di terra, umida e fresca.
Un rivolo spumoso gorgoglia tra i sassi ammucchiati da un incrocio di pendenze. In alto, la luce si apre un varco tra gli abeti e i larici. Sparsi nel sottobosco, come ninfette curiose, ciclamini e mughetti sbucano a sorpresa tra foglie secche e rami spezzati. Un gentile tocco di bellezza nuova, prorompente seppur fragile, dalla vita già trascorsa e trasformata.
L’aria fresca, a ondate, fa stormire gli alberi. Trasporta cinguettii. Allontana lo sferragliare di un treno, confonde i rumori di auto e civiltà. Solo mi lascia il battito del cuore nello sforzo della salita e lo scricchiolio della ghiaia sotto gli scarponi.
Infiniti verdi scendono, dagli occhi, nell’anima. Vecchie stalle, piccole baite nascoste tra gli alberi e sentieri raccontano di un mondo antico perduto o trasformato in lusso.
Avanzando, incontro altri in salita. Stessi desideri viaggiano in cuori diversi e diverse vite.
È cresciuta un’ansia di meta, di cielo, di spazi non confinati da alberi.
All’improvviso, oltre l’ultimo orizzonte , l’arco del Brenta. Scagliato contro il cielo.

Sempre compiti per le vacanze. Terra mia in 1500 battute.