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Da qualche giorno mamma s’è aggravata. Come se aver soffiato sulle “ottanta” candeline della torta avesse anche significato spegnere memorie e cancellare storie. La sua vita.
Le mostro alcune foto di lei per risvegliare ricordi.
“Vedi? – le dico. – Qui sei a Bene, in Piemonte, dove sei nata. Ci sono la tua mamma e i nonni.”
Annuisce, ma non sembra capire.
“E qui sei in colonia, a Pietra Ligure. Questa è Milano. Ricordi? Dove hai lasciato tutti i tuoi giocattoli quando i tuoi genitori si sono trasferiti a Sestri. Avevi sei anni ed eri tremenda.”
“Vedi? Vedi che io non ho mai avuto una mia terra?” Piange come si fosse perduta in un bosco.
I nomi la confondono piuttosto che aiutarla. Ma io ricordo la nostalgia con cui parlava di Bene o dell’amichetta di via Giambellino. Per anni ogni ritorno a Sestri, in vacanza, erano lacrime ed emozioni per una gioventù e un passato ormai perduti.
“Ma la casa di Grumo te la ricordi, vero? Ci sei stata quasi trent’anni. Le tue amiche e le vicine. Il tuo orto.”
“L’orto era di papà.” Precisa.
Non le dico che la terra è di chi la abita. Di chi la ama e la fa vivere. Non capirebbe.
“E poi, qui a Palù, ci sei ben stata bene. Dicevi sempre che, finalmente, avevi messo a dimora le tue radici.”
“Ho vissuto in molti posti ma questa, infine, era la mia terra.” Pare stupita.
“Sì, mamma. Sei stata in molti posti, ma qui eri felice. Amata.”
Sorride, inseguendo un suo pensiero già lontano. In una terra d’ombra dove io non sono ammessa.

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