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Foto presa da internet

Per anni li ho odiati tutti.

Mamma e papà, Tina e Marco. Tutti quelli che si definivano miei amici. Ho detestato tutti i miei compagni di scuola, dalla prima elementare in poi. I miei insegnanti, i conoscenti di famiglia, i parenti. Proprio tutti.

Poi ho cominciato a odiare me stessa. Per essere allineata con quegli altri “tutti” fuori di me.

La cucina è diventata il rifugio dove raddolcire i malumori, scaldare il gelo della solitudine e scacciare l’inedia. Sfogo la rabbia che mi sbrana, dipingendo.

Dipingo per non esplodere. Per non implodere.

Sei mesi fa, però, è capitata una cosa strana.

Mi ha telefonato una Galleria d’Arte di Milano.

Hanno visto alcuni lavori miei e vorrebbero esporli.

“Uno scherzo idiota” ho pensato. E invece mi hanno spedito un assegno e fissato un appuntamento.

Il gallerista ha detto proprio così:

“Adoro il tuo  sguardo apocalittico sull’esistenza. La tua pittura racconta le solitudini del mondo e un desiderio di fuga tipico dell’uomo contemporaneo ”.

Non avevo mai pensato alla mia rabbia così.

Come cambia la vita, in sei mesi.

Ho già presenziato a due Mostre personali e una Collettiva, perso diciassette chili e un po’ di cattiveria.

Ho smesso di illudere la mia sterile vanità con un ridicolo foulard di seta  e deposto l’ossessione per questa mia testa liscia e lucida come una palla da biliardo.

Ho scoperto che truccata sto benissimo e le mie torte sono fantastiche.

Avere ventisei anni è magnifico.

Questo è uno dei racconti scritti per la Festa della donna di quest’anno.
Non è entrato nel libro Anatomia femminile pubblicato dal mio gruppo, ma può stare qui nel mio spazio…
Dove tutte le donne vere o immaginarie possono raccontare la loro storia