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“Mirella? Mirella? Ci sei? Guarda cosa ho trovato…”

La voce di Carla, mia sorella, sembra arrivare da un altro pianeta.

Sta scendendo le scale che portano alla soffitta con un grande scatolone tra le braccia. Lo riconosco subito. È quello che, da ragazzina, chiamavo “Il mio baule dei tesori”. Niente più di un robusto scatolone ricoperto di carta da regalo, ormai strappata in più parti, su cui ho scritto tanti anni fa:

MIRELLA – Proprietà privata Chi tocca MUORE

Come abbia retto al confronto con gli anni è un miracolo.

Mia madre, invecchiando, ha svenduto e gettato molta roba, come se il tempo che vi si era annidato, potesse, in qualche modo, essere cancellato.

Carla pare incuriosita. Ha la sensazione di poter, finalmente, conoscere i  “segreti” della sorella più grande. I nove anni d’età che ci separano hanno, di fatto, separato amicizie e giochi, abitudini e interessi, l’educazione.

Il mondo che ha ruotato intorno alla mia adolescenza, così diverso dal suo, e la lontananza, hanno fatto il resto. Tuttavia l’affetto profondo e un volontario cercarsi hanno impedito fratture più ampie e  distacchi definitivi.

Adesso che mamma non c’è più e dobbiamo decidere cosa fare della casa ci siamo ritrovate, ricomposte da un dolore comune e da ricordi che vorremmo condividere.

“Non pensavo che mamma avesse tenuto il mio baule.” Una punta di sincero stupore m’incrina la voce. “Non ho idea di cosa possa esserci dentro, ma lo sapremo subito”.

Con la punta di un coltello taglio lo scotch che lo tiene sigillato.

Brandelli di vita e di ricordi si affollano negli occhi suscitando un’onda di emozioni.

C’è il mio vecchio diario delle medie con i disegni e le dediche delle compagne di classe, una scatola di latta piena di ritagli e fotografie, qualche disco a quarantacinque giri, e il famoso “Poema epico della 3^ G”. C’è una bambola di pezza con la testa enorme cucita a scuola durante le ore di economia domestica, una bottiglia ricoperta di rose rosse modellate nel DAS e tre quaderni di poesie giovanili.

Sembra trascorso un secolo.

“Dai mamma, fa’ vedere anche a me.”

Cinzia, rientrata in casa per fare merenda è subito attratta dal piccolo disordine che si è creato. Come una folata d’aria fresca vi si tuffa con le mani. Estrae un sacchetto di plastica dove sono ripiegate un paio di magliette dipinte a mano da me, un mini abito di paillette e due abitini estivi, uno con le balze e uno con la gonna lunga tagliata a mezzaluna.

“Che vestiti fighi! Me li fai provare?”

“Forse. Dopo che li avrò lavati…”

Sorrido. La prima volta che indossai quello corto, a balze, avevo sedici anni.

Marco mi dichiarò tutto il suo amore e io era al settimo cielo. Poco m’importava che quella sera fosse ubriaco fradicio: nessuno, prima, mi aveva mai fatto tante avances e cercato di baciarmi.

Mia madre ci aveva sgamato subito e con quattro urla aveva distrutto per sempre quel novello “amore della mia vita”.

Quindici chili dopo, quel vestitino di seta a fiori è lì a ricordarmi una pagina di gioventù troppo corta  per essere dimenticata e troppo lontana per  poter essere infelice.

L’altro abito, in poliestere e di foggia particolarissima, lo aveva fatto mia madre, sfruttando il modello già prestampato sulla stoffa. La gonna colorata e leggera e il top annodato sul collo, mi stavano benissimo. Di notte poi, con la luce dei neon  diventava tutto luccicante e iridescente.

Con i capelli neri sciolti fino in vita e un trucco leggero quell’abito aveva concesso anche a me, a vent’anni, qualche conquista e teneri sogni di frivolezza.

Mia figlia sta ridendo.

“Ma davvero stavi qua dentro? Non ci credo! Tu non sei mai stata così magra.”

“Oh si invece, eccome. E tuo padre, adesso, non può certo lamentarsi: non può dire che non gli ho fatto crescere il capitale”.

Carla ride per l’esplicito riferimento alla mia ciccia, mentre Cinzia si allontana drappeggiandosi addosso quella nuvola di colori, cantando.

Anch’io cantavo. A squarciagola, pedalando sul lungomare, capelli al vento.

Adesso è vietato. E io non vado più in bicicletta. Il mare è troppo lontano e i capelli troppo corti.

Insieme ad altri oggetti emergono un libro di poesie d’amore, alcune lettere, e una scatola da scarpe.

Ancor prima d’aprirla, un colpo al cuore mi fa trasalire.

Non è possibile, penso tra me.

“Non può essere quello che… credo.”

E invece sì. Avvolti nella carta velina ci sono i miei sandali Arlecchino.

Nuovi, perfetti, praticamente mai indossati.

“Che belli!- Esclama Carla, mentre con gentilezza li tiro fuori dalla scatola. – Ma sono nuovi! Nel mio armadio non li troveresti di certo un paio di sandali così… nuovi.”

Il tempo non ha rinsecchito i laccetti di vernice colorata né crepato il cuoio della zeppa.

Il grande fermaglio dorato è ancora lucido e brillante e il tacco, a stiletto, è ancora di moda.

“Li ho comprati sul finire dell’estate dell’ottantasei a Sestri. – le spiego-. Me ne ero innamorata a prima vista ma non avevo abbastanza soldi da comprarmeli e mamma non voleva saperne. Io dura, convinta, li volevo a tutti i costi. Non ti racconto tutti i sacrifici che ho fatto per averli”.

Penso tra me che, quand’ero giovane, ero proprio una bella testarda.

– Sai?- le dico, – mi rivedo, quel sabato mattina di fine agosto, promessa di una giornata bellissima, con la smania di correre al mercato dopo aver controllato mille volte il denaro.

Non avevo mai comprato qualcosa d’importante “da sola”, senza la supervisione di mamma, ma questa volta ero sicura, convinta della mia scelta.

Era il primo giorno di svendite. L’ultimo paio, del trentasei, scintillava sotto il sole attirando il mio sguardo come uno specchio. Li ho provati, facendo qualche passo su un pezzo di cartone per non sporcare la suola. Erano perfetti. Morbidissimi ed eleganti. Mi facevano sembrare più alta e slanciata. Bellissima.

Mi sembrava di esplodere dalla felicità. Non li ho indossati neppure per tornare a casa, per il timore di sciuparli.  Avevo fatto un ottimo acquisto ed ero fiera di me-.

Carla mi riporta alla realtà.

“Ma… se sono ancora qui… intatti!”

La voce di mia madre carica di disprezzo, mi attraversa ancora le orecchie come un treno e fa sorridere mia sorella.

“Quelle, ti sei comprata? Ma sono scarpe del Seicento!”

“I miei sandali bellissimi mi sono sembrati improvvisamente volgari e antiquati. Brutti. Bruttissimi. Non sono mai più stata capace di metterli”.

Carla stende una mano e mi accarezza.

“So, com’era la mamma. Ma con me non l’ha mai spuntata. Io le tenevo testa, lei faceva il broncio per un po’ e poi le passava. Povera Mirella. Certo che a te, ha fatto proprio vedere i sorci verdi”.

Ormai è tardi per recriminare: anche senza i miei sandali Arlecchino, di strada ne ho fatta lo stesso parecchia.

Però lo ammetto: ci sono voluti diversi anni, molti chilometri di mezzo e una bella dose d’ironia per riuscire a liberarmi dei giudizi castranti di mia madre.

“Come mi sta?”

Cinzia avanza con andatura ondeggiante e sguardo malizioso. Ha indosso il mio abito lungo, l’unico davvero sexy che io abbia mai avuto.

Volteggia in salotto e pare una corolla carezzata dal vento.

Sta benissimo anche a lei. Il top le cade un po’ morbido ma un bel reggiseno “dei cinesi”  risolverà il problema.

“Sei bellissima, cara. Ti sta proprio bene.”

“E quelli? – dice, indicando i sandali che ho ancora in mano. – Miei. Sono troppo fighi.”

Le sorrido, rassicurante.

“Te li regalo.”

Ciao ai miei amici e lettori

Ritrovo nel pc questo racconto scritto per la Festa della donna di quest’anno, che aveva per tema “Le donne, le scarpe, il cammino…” Io l’ho interpretata così, “romanzando” una episodio vero della mia vita.

E’ vero. Nonostante gli ostacoli che la vita ci pone davanti, noi abbiamo il dovere di andare avanti. Il dovere di lottare, di crederci, di spingerci oltre. La fiducia degli altri può essere un buon inizio ma siamo noi, in primis, a non doverci arrendere. Oh si, la Vita piega tutto.  Spezza ciò che non si piega. Il segreto è cedere quando serve, lasciar correre quando serve e rialzarsi e avanzare quando la tempesta si queta. Tre passi avanti, magari uno indietro e poi ancora avanti… avanti… avanti.

Con un bel paio di scarpe comode però…