Ciao ai miei lettori.

Ecco qui la prima parte del quarto capitolo di Insegnaci a pregare di Evely.

Lo confesso, mi ha rassicurato e con lo stesso spirito rassicurante lo ripropongo qui.

È importante dare un senso alla propria vita. Questo capitolo ci spiega come fare.

Buona lettura e miglior meditazione.

 

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La preghiera dei laici (prima parte)

 

Da parecchi decenni ormai lo sforzo dei papi è quello di ricreare un laicato; il ventesimo secolo ha riscoperto che sono i chierici a dover essere al servizio dei laici e non il contrario e che, senza i laici non c’è Chiesa.

C’è stata, in sostanza, un’inversione di tendenza tesa ad assegnare, a ciascuno, compiti e doveri.

Bisogna, allora, parlare di ciò che è la “vocazione” dei laici, capire cosa s’intende per “vocazione cristiana”, ben più essenziale di una vocazione religiosa.

La vita religiosa di un laico è la sua vita professionale, la sua vita di famiglia, la sua vita di quartiere. È là dove egli vive la sua fede e la sua carità.

In chiesa egli non fa altro che alimentarla. Non amate Dio più di quanto non amiate la vostra esistenza. Voi non amate Dio più di quanto non amiate la sua volontà su di voi, la missione alla quale vi manda, gli esseri che vi ha affidato.

Quando nella messa noi affermiamo: “È veramente cosa buona e giusta renderti grazie  o Dio, Signore Padre buono, in ogni tempo e in ogni luogo…” ci dimentichiamo che quel tempo e quel luogo sono quelli della nostra vita di ogni giorno. È là che Dio ci aspetta a celebrare la nostra messa e a rendere grazie.

La nostra materialità sono le persone che amiamo e di cui ci prendiamo cura, il nostro lavoro al servizio degli altri, con cui testimoniamo il nostro amore.

La materialità consiste nella mancanza di fede e d’amore alla quale ci si lascia andare quando la compiamo.

Cos’è, in fondo, la vita spirituale se non una vita d’amore?

Per troppo tempo ci è stato trasmesso il concetto che lo stato religioso è lo stato di perfezione, lasciando a noi laici, quello dell’….imperfezione!

E con un po’ di mea culpa bisogna ammettere che la Chiesa aveva un po’ esagerato avocando a sé tutte  le funzioni e i funzionari spogliando i laici del loro sacerdozio e della loro responsabilità nella Chiesa.

I laici sono Chiesa! Noi siamo Chiesa.

Ciò che manca a noi cristiani è la fierezza e la gioia di servire Dio nella nostra vita familiare e professionale; lavoriamo con coraggio e impegno a un compito che però consideriamo puramente profano, vergognandoci di questo paganesimo magari con preghiere sforzate e sporadiche.

Dio ha bisogno di noi per operare nel mondo. Ha bisogno delle nostre mani e dei nostri piedi per operare…  Fare la sua volontà non significa altro che lasciarsi guidare dallo Spirito Santo, lasciarsi essere strumenti e oggetto del suo amore…

Ah! L’orgoglio di essere “luogotenenti” di Dio in famiglia, sui posti di lavoro…

Non c’è lavoro troppo umile o troppo elevato dove Dio non abbia bisogno di essere adorato e testimoniato. Basti pensare all’umiltà della famiglia di Nazareth.

Quanti  buoni cristiani ci sono che si sentono in colpa perché non riescono a trovare dieci minuti al giorno per pregare? Nessuno ha rivelato a loro il valore religioso del lavoro.

Quando si pensa alla vita spirituale si pensa alla vocazione dei religiosi invece di guardare alla propria esistenza come al campo della propria santificazione e di offerta a Dio.

Si è come dei soldati senza padrone e senza bandiera, coraggiosi ma tristi e senza vita. Per diventare i migliori soldati manca solo una cosa: LA GIOIA DI SERVIRE IL SIGNORE, entrare nella sua gioia.

Questi cristiani, quando pensano a Dio, lo fanno con una mentalità da colpevoli perché pensano di non pregare abbastanza, di non andare a messa abbastanza… Pensano che Dio li disapprovi… sia estraneo alla loro vita… che bisognerebbe rinunciare alla propria vita per andare da Dio…

Chi pensa volentieri ai propri torti, ai propri rimorsi e difetti?

Che piacere c’è a pensare a Dio?

Forse sarebbero più perfetti cristiani se fossero un po’ più contenti di sé e pensassero che Dio è contento di tutto quello che fanno per Lui, senza forse saperlo.

Proverebbero un po’ di gioia pensando che Dio non ha neppure aspettato che si offrissero per le sue missioni ma … LI HA PRESI.

Forse, la dose esatta di preghiera è quello slancio di gioia e di fierezza responsabile, quell’accettazione continua e rinnovata, quell’eucaristia di chi può dire al Signore

Tutto ciò che era tuo adesso è mio ma tutto ciò che è mio, io lo so, e lo sai anche tu che è tuo”.

La preghiera autentica è questa elevazione continua: riconoscenza e gratitudine per ciò che si è ricevuto  e aspirazione perpetua a divenirne sempre più degni.

I mistici, i contemplativi, i religiosi sono l’espressione della nostra lode.

Ci riconosciamo in essi ed essi diventano l’immagine di ciò che vorremmo diventare.

È la mancanza di quest’olio di preghiera che fa stridere tutti i nostri ingranaggi…

Noi laici non pregheremo prima di sentire il piacere di farlo…prima di pregare talvolta di piacere.

Un grido di gioia potrebbe introdurci alla vera preghiera che salirà spontanea quando turbamenti e aridità, affaticamenti e impazienze, delusioni e dolori non troveranno risposta nelle consuete attività.

Anche Gesù ha conosciuto i momenti in cui il lavoro tenta di diventare padrone di noi e trascinarci.

Lui si ritirava a pregare affinché l’amore e la pace ritornassero nella sua anima.

Anche a noi la preghiera renderà ciò che il lavoro ci toglie, ma sarà proprio questo lavoro ricevuto da Dio che ci avrà insegnato a pregare.

Tuttavia

LAVORARE NON E’ PREGARE, SE NON QUANDO IL LAVORO E’ DIVENUTO UNA MISSIONE CHE DIO CI AFFIDA, E CHE COMPIAMO CON FEDELTA’.

Se teniamo tutto dalle mani del Signore, allora teniamo più al Signore che a tutto.

 

Ma, adesso viene il bello.

 

Ci sono due tipi di vocazioni:

a) quella del giovane ricco  Và, vendi quello che possiedi e seguimi

b) quella dell’ossesso guarito che chiede a Gesù di seguirlo e Gesù risponde: No, è in casa tua dai tuoi che devi pubblicare tutto ciò che il Signore ha fatto per te…

Questa seconda è più frequente della prima, ma ciò che bisogna capire bene è che ANCH’ESSA É UNA MISSIONE DEL SIGNORE, COME L’ALTRA.

Non si deve aspettare per cercare di essere santi. Bisogna esserlo da subito. Bisogna accettare il posto che Dio ci affida senza invidiare o rimpiangere l’altro. È un posto che senza noi resterebbe eternamente vuoto e dove nessuno ci sostituirebbe.

Allora dobbiamo essere religiosi subito, o non lo saremo mai più.

Torniamo allora a scegliere ciò che Dio ha scelto e voluto per noi.  Risposiamo i nostri mariti o le nostre mogli, diamo nuova vita ai nostri figli, riprendiamo con piacere il nostro lavoro.

Potremo allora abbandonare la preghiera (sterile e vuota) e andare verso tutti coloro che il Signore ci affida, per la cura e la felicità dei quali egli ha bisogno di noi.

Facciamo della nostra preghiera un canto di gratitudine, in cui riponiamo incessantemente la nostra confusione e la nostra meraviglia davanti alla fiducia Lui che ha riposto in noi.

E il giorno in cui quel canto non risuonerà più sulle nostre labbra, torneremo a portargli i nostri pesi, affinché ce li renda di nuovo, perché lui porta i nostri e noi non possiamo portar bene che i suoi.

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