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Ciao ai miei amici lettori…

Pubblico stasera il terzo capitolo tratto dal libro di Evely Insegnaci a pregare…

Lo so, sembra quello che è: una catechesi sulla preghiera…

Io però ne avevo un gran bisogno, e coloro ai quali non interessa l’argomento potranno saltarlo a piè pari… senza timore…

Ma chi leggerà non potrà non trarne giovamento…

 III Capitolo   L’incontro con Cristo nella preghiera

Quante volte ci siamo fermati a pensare che la nostra vita, spesso, non è che l’esaudimento di un’antica preghiera? Ciò che soffriamo, ciò contro cui ci ribelliamo, lo abbiamo un giorno offerto e chiesto. E anche se noi ci siamo dimenticati di ciò che avevamo chiesto e promesso, Dio non lo ha fatto. Lui ha creduto nella nostra sincerità e ci ha accordato quello che avevamo profondamente sperato.

Le stesse parole del Padre nostro, “Venga in tuo Regno”, “Sia fatta la tua volontà”, dette centinaia di volte, non le riconosciamo. E moltissime persone, quando sono nella sofferenza e nella prova non le capiscono, non le accettano. Tuttavia, se scavassero nella memoria, scoprirebbero che hanno pregato Dio, per ottenere quello che hanno. Dio li ha ascoltati ed esauditi.

La preghiera è il luogo più profondo degli incontri col Signore. Il posto dove ritroviamo Dio ogni volta che lo abbiamo perduto o stiamo per perderlo.

La preghiera è il posto dove torniamo figli.

Quando Gesù pregava era trasportato nel mondo di Dio. Dopo che aveva pregato traspariva da Lui, più luminosa, quell’aura di figlio che “adesso sa meglio cosa vuole il Padre e fa ciò che gli piace”.

Nella preghiera Dio istruiva Gesù, gli era vicino, e Gesù era certo di non essere mai solo.

Gli insegnamenti del Padre attraverso Gesù lo trasfiguravano a tal punto che chi lo ascoltava capiva qualcosa di essenziale: “Che, fino a quel momento ERAVAMO FATTI PER ESSERE SUOI FIGLI, E, FINO AD ALLORA, ERAVAMO VISSUTI SENZA PADRE.”

Quella rivelazione, detta con quelle parole semplici appariva allora chiara, semplice, la sola possibile.

Trovo che sia meraviglioso poter immaginare un Dio con cui avere rapporti filiali.

L’orfano più felice è quello persuaso che non gli manca niente. Ma quando conosce una vera famiglia, allora misura la sua indigenza e la sua disgrazia e soffre.

Tuttavia, quella sofferenza si trasformerà in stupore e gioia se gli verrà offerto di entrare in quella famiglia per sempre.

LA RIVELAZIONE È UN INVITO. Questo ha provato chi vedeva Gesù pregare. Chi lo vedeva continuamente ricorrere alla Sorgente, da cui tornava, rifatto, rinnovato, restituito a se stesso.

Gesù non pregava certo per darci il buon esempio!

La preghiera al Padre era il modo per rigenerarsi alla sua condizione di Figlio.

Gesù era un uomo vero, un Dio vero. Verus Deus et verus homo. E come ogni uomo era sensibile al mondo che lo circondava.

Aveva nervi, pazienza da uomo; temperamento da uomo. Anche Lui è stato preso dall’ansia e dal turbamento, dal disgusto e dall’abbattimento, dall’irritazione e dall’impazienza, dallo scoraggiamento.

Quando la fatica del mondo circostante lo distruggeva, lui tornava dal Padre a ritornar Figlio.

Come andare a respirare! Lasciarsi riempire dal Padre, nutrire da lui.

Pregando come Gesù, come lui, anche noi ritroveremo il Padre. A condizione però, che la nostra preghiera sia, come la sua, ricerca di un altro, non di noi stessi.

Non si tratta di noi, “di ritrovarci”; di far prendere “aria buona” al nostro IO egoista e insopportabile. Si tratta semplicemente di morire e nascere.

Se il cristianesimo è partecipazione alla morte e risurrezione di Cristo, pregare vuol dire

Morire alle proprie idee, ai propri giudizi, alle proprie paure, alle nostre volontà egoiste, pigre e interessate.

PREGARE

VUOL DIRE NASCERE ALLE IDEE DI DIO, ALLA VOLONTA’ DI DIO, AD UN AMORE, E AD UNA FEDE CHE NON PROMANANO CHE DAL SUO CUORE.  

Se noi pregassimo più a lungo di quanto normalmente facciamo, allora sì che cominceremo a vedere e giudicare le cose come Dio. ( “Secondo ciò che ascolto, giudico” diceva Gesù.).

Quando si prega a lungo, “si comincia a sentire”. Anche la disgrazia, la privazione possono essere viste come un dono, una grazia, un bene.

LA VOLONTA’ è il braccio  della bilancia.

Nella nostra vita i piatti della bilancia non sono quasi mai in equilibrio.

Qualcuno distrugge la bilancia.

Qualcuno prova a raddrizzare i bracci con la preghiera.

RIEQUILIBRARLI. Col piattello di Dio in alto tra le nuvole, e il nostro terribilmente pesante e lontanissimo.

È una preghiera soffocata dalla collera e dal disgusto, gravata di mediocrità, pessimismi e impurità: poi basta restare un po’ lì, fermi a parlare con Dio, magari brontolargli, lamentarsi. Tutto fuorché chiuderlo fuori. E a questo approccio, a questo perseverante bussare, Dio risponde.

In questo tempo di preghiera Dio opera, agisce. Solleva dalla mediocrità, scioglie il disgusto, spegne la collera.

Se rimani fermo abbastanza a lungo, tutto cambia e scopri, con stupore, di sentirti meglio.

La montagna che ti opprimeva si è alleggerita, scomparsa. Pare incredibile che quel peso insopportabile, sotto il quale ti divincolavi sia svanito.

Ma durante la preghiera, senza sapere come, egli ti ha chiamato, spinto, condotto. E tu hai lasciato fare, e ti sei trovato dentro, proprio là dove non volevi andare. E ti sei sentito bene.

Dio delude incessantemente le nostre speranze per aprirci alla sua Speranza.

Dio non vuole darci meno di se stesso.

Non ci fa rinunciare a “qualcosa” se non per portarci a incontrare qualcuno.

Dio si stupisce della nostra ingenuità.

Gesù sconcertava coloro che lo avvicinavano con richieste minime, insignificanti cui spesso opponeva un iniziale rifiuto.

DIO SCORAGGIA CHI CHIEDE I SUOI DONI SOLO PER APRIRLO AL DONATORE.

Ma, al contempo, esaudisce coloro che perseverano con piena fiducia.

Persino la Madonna, a Cana, ottiene un iniziale rifiuto, però rimane in una fiduciosa attesa che non sarà delusa.

E quando dicono a Gesù, a proposito di Lazzaro: “Signore, colui che ami è malato” egli rimane ancora due giorni! Il tempo per una lunga preghiera- il tempo di lasciarlo morire.

Marta e Maria non avevano chiesto che una guarigione ma Gesù sa che

NOI ABBIAMO BISOGNO NIENTE DI MENO CHE UNA RESURREZIONE.

I rifiuti di Gesù rivelano un disegno più profondo: SUSCITARE UNA FEDE PIU’ GRANDE.

L’iniziale respingimento della Cananea non è un semplice rifiuto…

Gesù conosce quella donna meglio di chiunque altro, meglio di lei stessa, e SA fin dove essa oserà salire per raggiungerlo e SA a quale profondità di fede, di umiltà e di abbandono può giungere con il suo aiuto.

Ma c’è un rischio.

Che una volta ottenuto il miracolo, il favore chiesto, ci si allontani (nuovamente) da Dio.

Gesù voleva che chi veniva a lui non sentisse più il desiderio di tornare a casa. Di andarsene.

Che si staccasse da ciò che chiedeva per attaccarsi a lui.

Gesù chiede molto, chiede di più per poter dare di più.

Come il maestro di scuola che fa domande difficili ai suoi scolari.

I cattivi allievi pensano che voglia imbrogliarli e lo detestano, ma c’è anche chi s’illumina di gioia perché capisce che se saprà rispondere, la soddisfazione  e la gioia del maestro saranno più grandi della sua, e sarà più viva l’intimità  che si stabilirà tra loro.

L’arguta risposta della Cananea “anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola del padrone”, la sua insistenza umile e fiduciosa, piegano la volontà di Gesù a suo favore.

Essa è vivace, spiritosa, fervente di fede, di umiltà, pienamente aperta a Dio nella gioia.

Hanno scherzato insieme. Sono diventati amici per sempre. Adesso il Signore può accordarle tutto ciò che chiede senza il pericolo che essa se ne vada con il suo tesoro, poiché il VERO TESORO E’ IL RICORDO DI QUELL’ISTANTE IN CUI EGLI SI E’ CHINATO VERSO DI LEI E L’HA CHIAMATA, ATTESA.

Il tempo sufficiente per far nascere in lei quella cosa che lei non conosceva, e di cui adesso sono felici tanto l’uno che l’altra: “O donna, la tua fede è grande…”.

L’episodio dell’ufficiale del re il cui figlio sta morendo a Cafarnao, è ancora più emblematico, perché Gesù, alle parole “Signore, vieni prima che mio figlio muoia” impone la più dolorosa delle prove: “Va’ tuo figlio vive”.

Quella che a noi pare una promessa, suona a lui come la più straziante delle esigenze.

Egli s’era impegnato a condurre Gesù con sè, e deve tornare da solo. Come farà Gesù a guarire suo figlio senza toccarlo, senza che esca da lui quella sua “virtù guaritrice prodigiosa?”

Ma Gesù gli dice che non andrà.

Cosa dirà alla moglie? Come giustificherà l’assenza di Gesù?

Una ridda di domande lo assillano e gli gravano sul cuore mentre si pone sulla via del ritorno.

È talmente afflitto che non ha osato ribattere, insistere, si è rimesso in viaggio.

Era venuto pieno di fiducia in ciò che chiedeva e riparte pieno di fiducia in colui a cui si è rivolto.

È ripartito senza sapere se ha fatto la miglior cosa della sua vita o il più grave sbaglio

MA, PROIBENDOSI DI DUBITARE.

E quando giunge a casa e gli dicono che il figlio è vivo, la prima cosa che chiede è a quale ora si è verificato il miglioramento.

La domanda non riguarda la salute del figlio (quello che ha ottenuto) ma come lo ha ottenuto e da chi. Riguarda Gesù. Gesù, che gli ha chiesto tanta fede e ha suscitato in lui tanta fiducia.

“Ed egli credette, e con lui tutta la sua famiglia”.

Le vere preghiere, quelle in cui si incontra il Signore, sono proprio quelle che ci hanno fatto maggiormente soffrire.

“Nessuno può vedere Dio e vivere”.

La vera preghiera ci distacca da noi per farci passare in campo avverso. Il suo.

Pregare significa esporsi a Dio. Lasciarsi toccare, colpire al cuore.

Quando cominciamo a pregare e desideriamo essere raggiunti da lui dobbiamo fare come chi, in trincea sotto tiro, mette fuori la testa per vedere se non è ancora il momento di essere ucciso.

Pregare è come correre il rischio di farci uccidere.

“Quando dunque lo ucciderai, o Signore, questo essere stupido, cieco, ostinato, le cui idee mi separano dalle tue, i cui desideri contrariano i tuoi, la cui azione ritarda la tua? […]Quando mi libererai da me stesso per sempre?

Guarda, io metto fuori la testa, ti invoco, ti provoco, e non è dunque ancora il momento di morire?

Il tempo passa, rinnovando continuamente l’occasione. A lungo andare, sotto questa pressione, sotto questa usura, questa sofferenza benefica avviene una strana vivificazione.

Si credeva di morire e si comincia a vivere. Dio dà la vita uccidendo.

Quella parte di noi che credevamo destinata a morire è proprio quella in cui, incomprensibilmente, si comincia ad amare e ringraziare.

La grazia scorre libera nella carne mortificata.

Non avremo mai finito, non potremo mai dire basta a questo farci uccidere così.

(3- Continua)