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Pietrina

Pietrina me la ricordo bene.

Un fagotto grigio e curvo, affusolato come un bozzolo. Avanzava con andatura ciondolante sulle gambe malferme, aggrappata al suo bastone come a uno scoglio nell’oceano.

Era sempre vestita di grigio, estate e inverno, sempre le stesse scarpe, sempre la stessa espressione rassegnata e spenta.

Grigi erano anche i suoi capelli, raccolti in una piccola crocchia sulla sommità della testa e forse lo erano anche i suoi pensieri. Ma quelli non li conosceva nessuno.

Era semicieca. I suoi occhiali, spessi come fondi di bottiglia, le consentivano di amplificare i contorni delle poche ombre che riusciva a distinguere, anch’esse grigie come la sua vita.

Quando la conobbi era già vecchia. Tutto il suo aspetto denunciava una vecchiezza quasi irreale ma lavorava ancora, come centralinista, in quella piccola azienda di ricambi per auto.

Arrivava ogni mattina alle sette e mezza, puntualissima, e si sedeva quieta alla sua postazione, in uno stanzino piccolo perfino per tre scope, malamente illuminato da una finestrella con le grate.

All’inizio avevo avuto quasi timore di lei, poi avevo capito che era lei ad aver un certo timore delle sue ombre.

Riconosceva tutti dalla voce ma il ritmo cadenzato di un tacco o il tintinnio di un ciondolo bastavano a farle dire “Buongiorno”.

Salutava tutti, anche quelli che la ignoravano, con la sua voce morbida e vellutata piegata da un’inflessione straniera appena percettibile.

L’avevo notata perché la sua voce, “quella voce” gentile e armoniosa, era in pesante contrasto con il suo aspetto e la sua persona.

Nessuno sapeva niente di lei e le non diceva mai niente di sé.

Rispondeva solo al telefono. Dava informazioni, dirottava le chiamate in arrivo, prendeva nota delle comunicazioni particolarmente importanti con un metodo tutto suo: a memoria.

Ricordava tutto. Il Direttore sarebbe rimasto veramente sorpreso nell’apprendere tutte le cose che Pietrina sapeva della sua azienda. Senza origliare, senza spiare: semplicemente ascoltando le conversazioni alle macchinette del caffè, nella saletta adiacente alla sua postazione.

Per una quindicina di minuti, ogni mattina, il punto di ristoro aziendale si riempiva di chiasso e di fumo. Quando anche l’ultimo gruppetto di dipendenti era andato via, Pietrina, senza commenti,  apriva la sua finestrella e lasciava uscire il fumo, trattenendo il chiasso per sé.

Io arrivai in ditta all’inizio della primavera. Ero giovane e inesperta. La sua voce era stata la prima  ad accogliermi quando avevo telefonato in cerca di lavoro.

-Può inviare il suo curriculum, se crede. Vuole l’indirizzo?-

Era stata gentile e mi aveva dato fiducia. Poi nell’arco di poco tempo, ero stata assunta davvero.

L’ambiente di lavoro mi piaceva: uffici puliti, colleghi taciturni ma disponibili, paga discreta.

All’inizio era stato un po’ difficile ambientarsi. Ero stata assegnata all’archivio, istituito “seriamente” da poco e, tolto alcune direttive fisse,  avevo avuto mano libera nell’organizzazione del lavoro.

Ero ben consapevole del fatto che dal “successo” di quell’incarico sarebbero dipese le mie mansioni future, quindi mi ero messa al lavoro con solerzia.

L’amicizia con Pietrina era fiorita quasi subito, naturalmente. Per superare i primi imbarazzi con i nuovi colleghi avevo anch’io preso l’abitudine di andare nella saletta per un tè o una cioccolata, e qualche volta mi ero fermata a chiacchierare con lei sulla porta del suo stanzino.

Sul ripiano addossato alla parete c’erano un telefono da tavolo, la centralina telefonica e un block notes con la biro. Più in disparte, nell’angolo che Pietrina considerava “riservato”, c’erano pochi oggetti personali: una radiolina, una lente d’ingrandimento, una piccola icona dorata. L’elenco dei numeri interni dei dipendenti era nel porta-tastiera sotto la scrivania, inutilizzato.

Raramente prendeva qualcosa da bere: un tè di preferenza o un cappuccino con cacao.

Non si sottraeva mai a una conversazione  ma non parlava di sé e non faceva domande.

Una volta le avevo chiesto perché vestisse sempre di grigio:

-Mia cara, è l’unico “colore” che vedo. E quando devo vestirmi, sono le dita a dirmi se è lana o cotone, se è una maglia o una gonna.

Da ragazza vestivo sempre di nero. Il nero smagrisce-.

Aveva riso e quella, credo, fu l’unica volta.

Pietrina non sembrava una donna triste o melanconica, ma il suo sguardo sempre accigliato e basso le conferiva un aspetto cupo. Ci avrei messo del tempo per capire  che le sopracciglia erano sempre strette dallo sforzo pressoché inutile di vedere attraverso il muro degli occhiali.

Un giorno, in vena di dimestichezze, mi aveva raccontato come avesse perduto quasi completamente la vista in seguito ad un attacco virale, all’età  di ventisette anni.

Io ne avevo compiuto ventitré il mese prima e la sua storia mi aveva colpito come un pugno.

Con il passare dei mesi crebbe la confidenza tra noi e l’amicizia.

Avevo scoperto che prendeva sempre l’autobus per tornare a casa, che viveva sola e non aveva parenti.

Un venerdì d’inizio settembre, mentre andavo a recuperare la mia utilitaria per tornare a casa, l’avevo incontrata, seduta immobile alla fermata del bus.

-Ciao Pietrina,- l’avevo salutata, -che fai qui a quest’ora? Non avevi finito un’ora fa?-

-Ciao Cathy. Sì, sì, infatti. Ma mi ero completamente dimenticata che oggi c’era lo sciopero dei bus fino alle nove, e non ho un altro mezzo, per rientrare. E poi,  ho un po’ di paura a tornare da sola, a piedi.-

C’era, nella sua voce il tono sconfitto e rassegnato di chi paga caro anche un piccolo errore.

 Bé, allora è una fortuna che sia passata di qui! – avevo esclamato.

 – Ho la mia auto dietro l’angolo, se vuoi ti do uno strappo.-

-Ma no, fa lo stesso, non preoccuparti. E poi non vorrei disturbare. Mi godo il fresco della sera e questo bell’ozio. – si era schermita.

L’aveva detto, ma non mi aveva convinto. Trascinata nel gioco del “ma sì, ma no”, alla fine l’avevo spuntata io. L’avevo presa sottobraccio e lentamente ci eravamo incamminate.

Pietrina non abitava molto lontano. Un tragitto di dieci minuti in auto, nel traffico di città, ma una vera pericolosa trappola se lo avesse percorso da sola, tra le ombre lunghe e rapide della sera.

All’arrivo mi aveva invitata a salire da lei, per un momento, e il mio piacere era stato più rapido della buona educazione:

-Volentieri.- avevo risposto, senza esitare.

Il suo appartamento era al primo piano di un modesto stabile, affacciato su un piccolo cortile affollato di automobili. Il portone, in legno, aveva due finestrelle che davano luce all’atrio mentre le scale, consunte, erano rischiarate da una lampada fissa ai piani.

-Sono quasi trentacinque anni che abito qui- aveva sussurrato quasi più a se stessa che a me, ansimando un pochino per lo sforzo, mentre apriva il portoncino d’ingresso.

-Mettiti comoda, intanto che mi spoglio. Gradisci una tazza di tè?-

-Si, grazie Pietrina. Sei gentile. Vuoi che ti aiuti?-

-No Cathy, grazie, faccio da sola. Questo è il mio regno e qui mi sento a mio agio. –

Non la vedevo, mentre si cambiava nell’altra stanza, ma la sua voce l’avrei di certo associata a una donna più giovane.

L’alloggio era piccolo ma accogliente, composto da due camere più servizi. Da parecchio qualcuno non dava una mano di bianco alle pareti ma tutto era in perfetto ordine. C’erano alcuni quadri coloratissimi alle pareti, diversi portaritratti sulla piattaia, una tovaglia sgargiante sul piccolo tavolo quadrato del soggiorno e un bellissimo pianoforte a muro sulla parete opposta alla finestra.

-Pietrina?-

-Vengo subito, Cathy.-

Non avrebbe finito di stupirmi.

Quando tornò indossava una deliziosa vestaglia rosa, che dava colore anche al suo viso.

Mentre si cambiava aveva preparato l’acqua e la teiera per un profumato infuso alla frutta che inondò, in breve, l’ambiente.

-Che bel pianoforte che hai! Ma tu, suoni?-

Non avevo resistito alla tentazione di chiederglielo.

-Suonavo. Una volta. Adesso pagare un accordatore mi costa troppo ma, ogni tanto, come dire? Strimpello. La domenica mattina tardi, in ricordo di antiche matinèe, o per farmi passare la luna. È l’unico modo che conosco per vincere la solitudine e le mie ombre. La musica è la mia luce, i miei colori, la mia speranza di vita-.

-E queste foto?-

Sulla piattaia erano ben disposti una decina di portaritratti, che raccontavano, in un linguaggio misterioso,  una vita misteriosa. O almeno, una parte di quella vita.

Tutto accendeva il mio interesse.

In una delle fotografie in bianco e nero, ad esempio, c’era una giovane donna, molto carina, in abito da sera, verosimilmente sul palco di un teatro, nell’atto di cantare.

-Parli delle foto sulla credenza?-

– Sì. Ce ne sono di bellissime.-

-Sono ricordi molto lontani e alcuni amari, di cui non vorrei parlare.

Ma io non volevo cedere. Non subito.

-Chi è quella ragazza bruna in abito lungo e scuro?-

-Quello nella cornice in argento, a volute dici?-  Sono io. In una delle mie prime uscite a teatro.-

-Cantavi?-

Ero stupita e ammirata.

Quanti segreti c’erano nella vita di quella donna piccola e sgraziata? Quanto la vita aveva infierito su di lei e quanto le aveva portato via?

Forse adesso non volevo più saperlo.

-Sì, per un certo periodo ho cantato. In alcuni dei più famosi teatri lirici d’Italia, anche. Ma diventare cieca decretò la mia fine.- L’emozione tremò nella sua voce. -Io ero stata adottata segretamente da una ricca  e viziata coppia dell’Est europeo. Il mio  patrigno era un libertino senza scrupoli e  ce l’aveva messa tutta per far morire di crepacuore la moglie che, non potendo avere figli suoi, mi aveva voluta-.

Come se raccontasse la vita di un’altra, Pietrina  mi svelò alcuni fatti privatissimi assai gravi che avevano condotto allo sfacelo quella che avrebbe potuto, dovuto essere la sua famiglia.

Parlò di intrighi e di tradimenti, di una storia torbida e equivoca.

-Dopo la sua morte, egli si disinteressò completamente a me e, in seguito alla mia malattia, mi disconobbe.-

 La voce s’era incrinata, in un misto di sentimenti contrastanti.

-Dall’estate del 1958 vivo qui, in Italia,  dove avevo alcuni amici che mi hanno aiutata e da allora non sono mai più tornata in Patria. Non ho mai più saputo niente di lui e lui di me.

Allora non c’era una cura per i miei occhi e io, comunque, non avrei avuto il denaro sufficiente per poterla fare. E quando finalmente ebbi il denaro  per le visite e per un’operazione, i medici mi dissero che ormai non c’era più niente da fare.-

La voce era diventata un sussurro ora, sempre più fioca.

Come se, col raccontare, anche il fiato si fosse esaurito.

-Non avevo mai rivelato a nessuno queste cose.- sospirò.

Sentivo tutto l’onore  e la preziosità di quelle confidenze.

Mi parve come sollevata da un peso. La vidi anche sorridere, ma senza gioia.

Nessuna gioia poteva venire dalla consapevolezza di quella vita infelice che le parole avevano reso  più feroce e ineluttabile.

Le parole avevano risvegliato i fantasmi, i rimpianti, il rancore.

-Mi dispiace. Mi dispiace davvero, Pietrina.-

Avevo un buco nello stomaco e nessuna parola che salisse a confortarla.

-Non devi dispiacerti per me, cara. È da molti anni che io stessa non lo faccio più.-

Si era rapidamente ricomposta e anche la voce era tornata tranquilla.

Sorseggiammo insieme il tè e cercammo di parlare d’altro.

Del tempo, del lavoro, del programma per la serata.

Quando andai via, si era rasserenata. Il volto aveva preso un bel colorito roseo, l’espressione era distesa e la sua gestualità sicura, senza impacci.

Una ciocca grigia era sfuggita dalla crocchia, e correva giù,  fino alla vita, come un rivolo d’argento.

Cenerentola, nel suo regno, era tornata regina.

L’indomani, quella piccola parentesi parve dimenticata. Pietrina non vi accennò e non aggiunse nulla a quanto era stato detto nell’intimità delle pareti domestiche.

Mi stavo affezionando a lei, ma al contempo sentivo che lei non voleva farlo perché affezionarsi significa diventare più fragile, indifesa, vulnerabile.

Il rafforzarsi della nostra amicizia mi diede l’opportunità di poterla accompagnare a casa ancora  in un paio d’occasioni. In una di queste mi fece l’onore di suonare e cantare per me. Aveva ancora una voce magnifica, calda e vibrante, e le sue mani scivolavano sulla tastiera con l’abilità di un buon pianista.

Non ero un’esperta ma a me sembrò davvero bravissima.

M’impressionò oltremodo l’incongruenza tra l’aspetto opaco e scialbo della sua persona e la  magnificenza che emanava da lei durante l’esecuzione, come se, quelle note liquide, lavassero via la maschera di piombo della realtà.

Quando ebbe terminato la romanza, Un bel dì vedremo dalla Madama Butterfly di Puccini, per qualche minuto rimanemmo entrambe in silenzio, a godere complici del calore di quell’armonia meravigliosa.

Poi fu come se la luce si fosse spenta.

Pietrina non cantò e suonò  più per me, ma l’emozione che provai non si è più cancellata. Ancora adesso la percepisco come un’allucinazione e, talvolta, dubito che quanto accadde, sia accaduto davvero.

 In seguito mi parve pentita per avermi confidato i suoi segreti ma io ebbi la delicatezza e il rispetto di rassicurarla che non avrei tradito la sua fiducia.

Avevo avuto in dono il privilegio esclusivo di quell’ultima esibizione, tanto preziosa e rara quanto la sua amicizia.

Nell’autunno fui trasferita per qualche tempo in una succursale dell’azienda con la proposta di sistemare un altro archivio ma con la promessa, al rientro, di un posticino interessante in Amministrazione.

Non era lontano da casa mia e accettai.

In fondo sarebbe stato soltanto per poco tempo e niente sarebbe cambiato.

Invece i miei rapporti con Pietrina si allentarono. La chiamai  qualche volta al telefono, in ufficio, e andai anche a trovarla, ma lei non era in casa o non volle lasciarsi trovare.

Senza parere le nostre strade avevano preso direzioni diverse e anche la nostra amicizia.

Fu investita da un camion cinque giorni prima di Natale, mentre attraversava la strada per andare a prendere l’autobus. Pioveva forte e forse l’asfalto nero e lucido aveva riempito di  troppi colori quei suoi occhiali, spessi come fondi di bottiglia.

Poiché non c’erano parenti diretti da interpellare toccò al Comune occuparsi delle esequie e di tutte le formalità relative. Io avevo scritto un breve elogio funebre che lessi durante la cerimonia.

Ma ero annientata da quella morte improvvisa e cruenta. Non riuscivo a realizzare razionalmente l’accaduto e  mi pareva inaccettabile l’idea che non l’avrei rivista mai più.

Mai l’ala della morte mi era venuta così vicina.

Avevo sparso la voce fra tutti i colleghi per una colletta: un cuscino di rose per la bara, come nostro ultimo saluto, e avevo pregato. E pianto. Per lei e per me.

Di certo però, non mi aspettavo il fiume di persone che si presentò il giorno delle esequie, l’antivigilia di Natale. Una folla ordinata e raccolta riempì la chiesa e si assiepò silenziosa sul sagrato. Erano perlopiù anziani, gente di fuori, venuti a renderle l’ultimo saluto.

Non mi fu difficile capire. Prima di andarsene per sempre Pietrina era tornata un’ultima volta sul palcoscenico, tra i suoi artisti e il suo pubblico.

Quello fu l’ultimo suo segreto.

Da un vecchio e elegante signore arrivato da Vienna seppi che, in gioventù, la mia “Pietrina” era stata acclamata come astro nascente della lirica nei più importanti teatri dell’epoca.

Era stata “la Grande” soprano Petruska Livienko, diventata famosissima in Europa e in Italia tra la fine degli anni Quaranta e in buona parte degli anni Cinquanta. Si diceva che Petruska era improvvisamente e misteriosamente scomparsa dalla scena internazionale nell’estate del 1958, a seguito di uno scandalo che aveva travolto  e distrutto la sua famiglia, e i contorni della vicenda non erano mai stati del tutto chiariti.

Scomparsa, svanita ma non per sempre, nell’oblio del tempo e per le strade del mondo.

Per qualche tempo, non soltanto le nostre strade si erano incrociate, ma addirittura avevano percorso la stessa traiettoria.

Di lei rimangono un pugno di fotografie, alcune rare registrazioni, uno sgranato e prezioso cortometraggio in cui è stata ripresa, felice, con i genitori.

E la sua storia, che raccontò a me, una sera di settembre. Ma quello è il mio segreto.

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