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Ciao ai miei amici lettori…

 Posto stasera un raccontino di qualche tempo fa. Storie piccole che fanno riflettere, pensare. Spesso abbiamo tutto ciò che davvero ci serve, la felicità delle piccole cose ma, troppo presi dai meccanismi della vita, non lo vediamo, ce lo perdiamo.

Allora, adesso, dopo aver letto il mio racconto, andate ad abbracciare vostra moglie, la vostra compagna, o l’uomo che amate, chi sta con voi. Ditele/gli “Ti amo. Non posso vivere senza di te. Tu sei ciò che da senso alla mia vita, tutto ciò che vale davvero. Scusa se sono troppo spesso assente, frettoloso, indifferente: il mio mondo sarebbe misero e spento senza di te.”

Non abbiate timore di essere generosi, con le parole, profondi nel senso, appassionati nel dono di sè.

Ognuno, nel suo intimo desidera questo: essere importante per qualcuno.

CHE QUALCUNO VEDA TUTTA LA SUA BELLEZZA E NE GODA. PIENAMENTE.

LA BELLEZZA

Peter depose con rassegnazione il pennello dopo averlo pulito. Gettò un ultimo sguardo carico di disprezzo verso il dipinto sul quale lavorava da giorni prima di allontanarsi demoralizzato.

“Non c’è niente da fare. Non viene. Non viene. Maledizione!” Avrebbe urlato per la delusione e la rabbia che gli stavano mangiando il cuore e la ragione.

“Non va il soggetto, i colori sono uno schifo e la luce… la luce manca del tutto.”

Si era lasciato cadere sulla scias-longue usata un tempo dalle modelle,  che ormai raccoglieva solo le sue notti insonni, e aveva chiuso gli occhi cercando di ricomporre con l’immaginazione quella figura della bellezza che tanto accuratamente lo sfuggiva.

Per la prima volta, dopo tanti anni di lavoro e di successi, non riusciva a realizzare graficamente quell’idea che gli si era inchiodata in testa: dipingere la bellezza.

Si era reso subito conto dell’assurdità di quel pensiero.

Tutta la sua vita, il suo lavoro e la sua arte erano stati votati a lei. Anche se aveva sempre lavorato con passione   e non tutti i lavori, lo ammetteva, erano riusciti secondo le intenzioni, mai era mancata la ricerca del bello e  il desiderio di riprodurlo.

“C’è talmente tanta bellezza intorno che mi pare impossibile non riuscire a darle una definizione d’assoluto.”

Perché questo era il nocciolo duro della questione.

Tutto il suo studio e la sua ricerca non erano bastati  (e non bastavano) a lasciargli visualizzare concretamente il concetto di bellezza. Aveva dipinto molti bei quadri ma nessuno che ritraesse la bellezza nel senso di assoluto che lui voleva.

Il disegno e la pittura erano stati i veri amori di una vita.

Fin da bambino il giocattolo preferito era stata una matita, un gessetto, un pennello.

Intere estati trascorse a lavorare, anni di sacrifici e rinunce per poter frequentare la scuola d’arte e l’Accademia di Belle arti per diventare designer. E poi, improvviso e inaspettato il successo. Tutto era cominciato con un concorso bandito per la decorazione figurativa di  un sottopassaggio pedonale. Una galleria sotterranea ma ben illuminata lunga una quindicina di metri, messa a disposizione dal Comune di Frabbello.

Liberi il soggetto e la tecnica, non male il compenso.

Era la prima commessa seria e finalmente … remunerativa.

Al termine del lavoro, senza falsa modestia, poteva dirsi soddisfatto del risultato. Una serie di tavole giocate ad incastro raccontavano la vita difficile di un ragazzo senza mezzi giunto al successo con caparbietà e coraggio: la sua.

La location del lavoro, risultata modesta rispetto al valore dell’opera, aveva attirato quasi subito l’attenzione della critica e degli esperti. Certo, anche aver conosciuto e sposato Virginia, figlia di un ricco appassionato mercante d’arte, aveva procurato dei vantaggi. Lei s’era innamorata subito di lui. Forse anche di più dell’artista, squattrinato e bohémien  che le faceva “tanta tenerezza”. Dal matrimonio era nato Patrik che ora aveva sedici anni. Erano stati anni intensi e magnifici alcuni colmi di una felicità intensa e piena.

Con il “giusto” supporto non era stato difficile dedicarsi al lavoro  e seguire le proprie inclinazioni.

Aveva studiato i grandi maestri, sperimentato tecniche nuove, cercato percorsi alternativi  talvolta trasgressivi.

Ben presto  aveva abbandonato l’arte figurativa per spingersi nei vortici dell’astrattismo e dell’espressionismo. La ricerca e il bisogno di essenzialità lo avevano spinto verso una produzione ricca di allusioni al sogno e al mistero, al vuoto e al caos, dove linee sinuose ed espressioni geometriche giocavano a colori.  Contorni  e volute appena accennate di blu oltremare o cobalto,  di verdi cromo o smeraldo,  di rossi di cadmio e gialli…  a contenere terre d’ombra bruciata e bruni, ocra e bianchi.

Piccole virgole rosse, punti verdi, ordinati arabeschi come leggeri pezzi d’arcobaleno.

E poi alberi spogli,  paesi interi sospesi tra finestre aperte sull’abisso, angoli di strada e lampioni.

Colore e colori che dalla tavolozza alla tela diventavano bellezza che si ricrea, percepibile dai sensi e fruibile dall’anima. Fino ad ora.

Solo per la carta teneva ancora gli schizzi, a carboncino o a sanguigna, amore di gioventù e retaggio di un vecchio maestro.

Chissà quale pensiero, quale sogno lo fece balzare in piedi, all’improvviso, completamente sveglio.

Un’idea folle gli attraversò la mente. Eppure ricordava. Aveva già ritratto la bellezza. Ma dove? Quando?

Sapeva che, da qualche parte, c’era la risposta che cercava.

Tra i vecchi dipinti, forse, avrebbe potuto trovare le risposte ai quesiti angoscianti che lo tormentavano:

“Ma io, ho mai visto davvero la  bellezza? Ho mai provato a ritrarla? Sono ancora capace di riconoscerla? Sarò ancora in grado di vederla?”

Tremando per l’ansia e per il freddo cercò nel quadro delle chiavi quella della stanza viola.

Anni di lavoro appassionato e generoso giacevano accatastati in quel locale della casa buio e asciutto. Le tele invendute, magari troppo aspramente giudicate dai critici, erano state immagazzinate e abbandonate  come vecchie cose fuori moda.

Accese le luci. Decine di tele erano appoggiate alle pareti, le une sulle altre. Altre erano raccolte in alcuni di grandi armadi con gl’interni scorrevoli.

Cominciò a girarle una per una. I ricordi affiorarono a fiotti, come getti d’acqua calda sul viso.

Quei dipinti erano il ritratto di una sconfitta non ancora accettata; il calice di fiele che si era rifiutato di bere. Brani della sua vita che nessuno avrebbe visto mai più. Nessuno tranne lui.

Trascorse così tutta la notte. Svoltando i quadri come un mazzo di carte da gioco.

Dipinti, ricordi, emozioni.

“Sono un vigliacco. Un maledetto vigliacco, ecco cosa sono. Un fallito. Un bravo imbianchino e niente più.

Sono fuffa, aria fritta, un buffone. Un pittore! Ah! Ma chi voglio prendere  in giro?

Ci sono solo quadri da poco, senz’anima, senza cuore. Nessun capolavoro, nessun’arte.”

“Sono un vanesio, un sognatore da poco, l’imbrattatele di turno…”

Piegato, in ginocchio, circondato dal lavoro di una vita, Peter pianse per la prima volta da tanto tempo.

Albeggiava. Stremato e senza forze, con il respiro affannoso e tagliato e guardava intorno a se il frutto di un’esistenza che sentiva senza valore.

Un raggio di sole si posò di striscio su una tela rimasta in disparte.

Era il ritratto di una giovane donna nell’atto di allattare suo figlio. C’era una gran dolcezza nell’espressione di lei, una tal corrispondenza d’affetto nei gesti fermati sulla tela che era facile percepire il sentimento di placido e sereno amore che circolava tra le due figure ritratte e l’osservatore.

“Virginia, Patrik.”

Mormorò appena, in un rantolo i due nomi. Non c’era tempo per altro.

Si, l’aveva veduta e l’aveva ritratta, la Bellezza.