Il secondo segno della realtà fisica e visibile, che contiene l’azione sacramentale, della Quaresima è la parola “digiuno”.

In senso stretto il digiuno è “il sacrificio”, in un certo senso rappresenta la mortificazione dei sensi. Tuttavia, cosa significa “fare digiuno”?

Significa “temperanza nell’uso dell’istinto”, governare secondo lo scopo, mantenere l’ordine, cioè mantenere qualcosa secondo lo scopo verso cui è diretta dinamicamente.

L’invito al sacrificio, alla mortificazione e al digiuno si presenta come “fedeltà” al significato più profondo della “cosa” a cioè al suo “significativo” più intimo.

Tento di fare un esempio.

L’avere fame. Possiamo distinguere fino a tre livelli di questo “avere fame”.

a)  la fame istintiva: uno ha fame e si avventa sul cibo.

b)   la fame affettiva: uno ha fame e mangia.

c)    la fame ingorda: uno ha fame e mangia e beve tutto quello che può, senza una “temperanza”, una capacità di “misurarsi, di limitarsi” nell’istinto.

  Ora, se noi consideriamo la definizione di sacrificio come fedeltà a ciò che è più significativo nelle cose, vedremo che, “nell’avere fame” noi dobbiamo guardare all’affettività verso il cibo, e dobbiamo esercitare su questa “affettività” la mortificazione, come “la fedeltà al suo più profondo significativo” richiede.

In sostanza, noi dobbiamo richiamare noi stessi a questa mortificazione come espressione concreta della “ricerca del più significativo”, ed è proprio nell’affettività che questo sacrificio (come fedeltà al più significativo) deve agire, senza “addormentarsi”, senza cedere al riverbero immediato che l’affezione ha.

Se l’affiatamento non aderisce “al più significativo”, se non è “temperato” va fuori strada, creando divisioni e tensione.

La parola mortificazione tuttavia non deve spaventare perché la morte è già in quella separazione per cui, anche nell’intimità più grande, uno non può veramente immedesimarsi nell’altro.

Ciò che fa immedesimare veramente con l’altro è proprio la ricerca del più significativo, è questa fedeltà al più significativo, che si estrinseca con l’immedesimazione totale in Cristo.

Cristo è l’unità profonda e finale fra il tutto, come ciò cui siamo destinati.

Se la liberazione è l’unità e la schiavitù è la divisione, noi dobbiamo sentire più forte di tutto questo richiamo all’essere e al fare “tutto in Cristo”.

Un riverbero di questa “fedeltà al più significativo” (che deve operare atteggiamenti di reale mortificazione) è riscontrabile nella “libertà”:

·        la libertà nella cosa. La mortificazione esalta, edifica la libertà. La libertà dal risultato, dalla risposta dell’altro, del modo di corrispondenza dell’altro: la libertà di amare veramente, gratuitamente, l’amare e basta, senza falsità e senza menzogne.

·        La libertà da se stessi cioè dal gusto.

  La libertà dal risultato, dall’altro e la libertà dal gusto.

 

(Continua)