Ciao  ai miei amici e lettori.

Quest’anno per la Giornata della memoria che ricorre ogni anno il 27 gennaio ho scelto questa poesia di Nelly Sachs.
Anche se il massacro dei Palestinesi di Gaza da parte dell’esercito israeliano sta dividendo l’opinione pubblica sul diritto d’Israele a difendersi  (con i mezzi discutibili che sappiamo), anche se sarebbe auspicabile  una decisa e determinata presa di posizione dell’ONU  che costringesse le due parti a un tavolo di trattativa e di pace, tuttavia, lo sterminio perpetrato dai nazisti verso gli ebrei non trova motivi di alienazione  dalla Storia.
La nostra Coscienza non può esimersi dal provare orrore per quanto accadde allora piuttosto che per quanto accade ora.
Diverso è il Tempo e il luogo; diversi gli antagonisti e i modi ma ugualmente  crudo e angosciante l’esito.
La Guerra e i suoi mercanti non perdono mai la partita.
La vita degli innocenti non ha valore per loro.
Ma noi, noi che da lontano, nel comodo tepore delle nostre case assistiamo come pietre al sangue versato, noi  dobbiamo svegliarci, scuotere le nostre coscienze intorpidite dagli agi e dalla noia.
Noi dobbiamo batterci per la pace dove è violata e difenderla nei suoi  fortilizi  perché  LA PACE E’ UN DIRITTO DI TUTTI, perché il “sonno della ragione” e i nostri silenzi non portino il sangue anche davanti alle nostre porte.

Coro dei superstiti

 

Noi superstiti
dalle nostre ossa la morte ha già intagliato i suoi flauti,
sui nostri tendini ha già passato il suo archetto –
I nostri corpi ancora si lamentano
col loro canto mozzato.
Noi superstiti
davanti a noi, nell’aria azzurra,
pendono ancora i lacci attorti per i nostri colli –
le clessidre si riempiono ancora con il nostro sangue.
Noi superstiti,
ancora divorati dai vermi dell’angoscia –
la nostra stella è sepolta nella polvere.
Noi superstiti
vi preghiamo:
mostrateci lentamente il vostro sole.
Guidateci piano di stella in stella.
Fateci di nuovo imparare la vita.
Altrimenti il canto di un uccello,
il secchio che si colma alla fontana
potrebbero far prorompere il dolore
a stento sigillato
e farci schiumar via –
Vi preghiamo:
non mostrateci ancora un cane che morde
potrebbe darsi, potrebbe darsi
che ci disfiamo in polvere
davanti ai vostri occhi.
Ma cosa tiene unita la nostra trama?
Noi, ormai senza respiro,
la nostra anima è volata a lui dalla mezzanotte
molto prima che il nostro corpo si salvasse
nell’arca dell’istante –
Noi superstiti,
stringiamo la vostra mano,
riconosciamo i vostri occhi –
ma solo l’addio ci tiene ancora uniti,
l’addio nella polvere
ci tiene uniti a voi.

In  una vecchia antologia di poesia tedesca ho ritrovato questi versi di Nelly Sachs, poetessa berlinese nata nel 1891  da una ricca famiglia ebrea, premio Nobel  per la Letteratura nel 1966 insieme a  Shmuel Yosef Agnon, morta in Svezia nel 1970.

La cifra esistenziale di questa, come di molte altre sue poesie  è “uno scrivere per sopravvivere”,  “il grande dolore ebraico” che si fa voce di una comunità che unisce “sommersi e salvati” sotto il segno della morte.
L’enigmaticità simbolica dei suoi versi deriva da un recupero della tradizione mistica ebraica (simbologia dello “Zohar”, il “Libro della Luce”.