Ciao a tutti.

Come avevo promesso nell’ultimo intervento del 20 di settembre, condizioni di salute permettendo, ho deciso di raccontarvi la mia storia.

Tutti, tanti, raccontano e parlano di se, ma io credo di avere, almeno questa volta, un motivo in più.

Il famoso “valore aggiunto”, per cui non è solo la narrazione dei fatti in se, ciò che conta, ma il “messaggio” che l’esperienza mi ha dato.

OK! Sedetevi comodi, rilassatevi e… Buona lettura.

 

Premessa.

Come tutte le storie che si rispettano, anche la mia ne ha una.

Adamo ed Eva….

 

L’anno scorso, poco prima di Natale sono caduta.

Un bel volo d’angelo sul tappeto del soggiorno, complice il supporto dell’albero di Natale.

Si è spaventata mia figlia, ma io no.  “No, no non è niente, sta tranquilla”.

Ho con sicurezza raccolto tutti i miei ossicini e sono tornata al lavoro.

Sono passate le vacanze di Natale, la Befana, buona parte di gennaio ma il dolore non calava.

Scarso l’effetto degli antidolorifici, nullo quello dei “cerotti medicati”.

Altra visita, lastre e visita specialistica dall’ortopedico.

Al termine della visita il medico mi ha fatto gentilmente accomodare, ha fatto lo stesso con mio marito e si è seduto a sua volta dopo essersi acceso la pipa.

“E’ chiaro che la sua protesi all’anca è molto consumata, e in un punto, anche danneggiata.”

Poi con naturalezza ha preso una ricetta e ha cominciato a scrivere.

“Questa è l’autorizzazione a farsi operare nello stesso Centro dove è stata operata l’altra volta.

Prenda contatti al più presto.”

A dire il vero io non avevo poi così male. Almeno non come dodici anni fa, quando il dolore e i miei famosi “Passerà. Sono i postumi del parto.” mi avevano condotto quasi sull’orlo della sedia a rotelle. Tuttavia mi sono “armata” di un bastone da passeggio cui aggrapparmi quando camminare è diventato troppo difficile e doloroso.

A marzo ho preso contatti telefonici col chirurgo ortopedico del Santa Corona di Pietra Ligure che mi aveva già visitato nel 2005.

Cortesissimo, sorridente mi ha detto: “Quando capita da queste parti, mi faccia un colpo di telefono: qualche minuto per lei lo trovo di sicuro.”

Come tutti sapete è venuto maggio. Ricordate le foto della crocera?

Non ho neppure tentato di nasconderlo, il bastone, perché era diventato veramente troppo difficile farne a meno.

Avendo poi il posto nel parcheggio aziendale e un lavoro che definire fantastico è poco, non ho avuto troppe difficoltà ad arrivare a fine luglio.

Per la fine del mese una mia sorella mi ha sollecitato un incontro in Liguria cui non è stato difficile “abbinare” la visita medica al Santa Corona.

Questa volta però il medico ha parlato più con mio marito che con me.

Voglio dire ha ritenuto “la mia salute, in quel momento…. Cose da uomini.”

Due sole cose mi hanno salvato dal ricovero immediato:

il fatto che da lì a breve il reparto di artroprotesi chiudeva per ferie e le mie suppliche di non privarmi delle “mie” (e nostre – familiari) ferie in Calabria.

Dopo dodici mesi trascorsi a sognarle, senza tener conto della stanchezza accumulata, privarmene sarebbe stato un vero dispiacere.

E’ subito stato trovato un accordo. Rientro dalle ferie il 25 agosto, ricovero il 31.

 

Ecco. Comincia di venerdì la seconda parte di questa storia, che finora ho raccontato solo allo scopo di spiegare e  far capire cosa c’è dietro il mio ricovero.

 

Visto che il ricovero era previsto per le 8.30 del mattino, siamo partiti da casa il giovedì pomeriggio, come per una gita di piacere. Io e mio marito, insieme, da soli.

La sera abbiamo alloggiato in una pensione a Pietra e al mattino, puntuali ci siamo presentati.

Tutto di routine. Prelievi vari, esami al cuore, radiografie. Tutto quanto normalmente viene fatto circa un mese prima dell’intervento ai pazienti “vicini”, io l’ho fatto la mattina del mio ricovero.

Se non fosse stato per le stampelle, (di cui non potevo più fare a meno) potrei dire che mi sembrava di andare di nuovo  ….in vacanza.

Visto che sei in ospedale devi darti un contegno. Via subito i vestiti e vai con vestaglia e camicia da notte… (Ne ho alcune di un …sexi…!!!!)

Non vi racconterò l’aspetto “clinico” del mio ricovero… Potrebbe essere drammatico (come il racconto dall’entrata in sala operatoria in poi) o comico (come l’irrefrenabile risata che mi ha preso la prima volta che sono scesa dal letto…) Dettagli privati con una certa vena …comica..

No, racconterò dell’aspetto umano, dei toni talvolta trascendentali che possono toccare il quotidiano.

Dicevamo…

Appena assegnata  la stanza e il letto  ho subito tirato fuori le mie…armi…

Una bella foto familiare scattata durante la Prima Comunione della mia seconda figlia, un bel quadretto con l’immagine al negativo della Santa Sindone…i miei libretti di preghiere, il mio Santo Rosario…. Non esageriamo… non mi sono fatta mancare anche letture amene come le parole crociate o un libro curato da Clara Sereni… (ci devo scrivere la tesi)

Nella stanza cui sono stata assegnata (stanza 12 letto 24) c’era già Franca,un’elegante signora di Genova, operata due giorni prima, il 29 agosto. Non mi soffermerò in dettagli che la riguardano se non  per dire che, per motivi indipendenti dall’operazione subita, soffriva in modo terribile.

E non serve lo stesso dire che, anch’io, per una certa forma d’empatia soffrivo per non poterle essere d’aiuto, malgrado l’ottima assistenza ospedaliera.

Tuttavia… tuttavia anche solo il tenerle la mano, e accarezzarla, e confortarla le ha dato qualche sollievo. Il potersi sfogare, il poter parlare del suo dolore, dei suoi malesseri e della sua infelicità l’hanno aiutata a farsi forza. Si sentiva amata e compresa (da un’estranea) e questo le procurava un insolito benessere. Franca è stata trasferita domenica  mattina 2 settembre alla clinica San Michele di Albenga dove viene effettuata la prima riabilitazione…. Ci siamo lasciate come due vecchie e care amiche… Mi ha telefonato lei stessa più volte per sapere come stavo io… anche alla vigilia dell’operazione… le ho ricambiato, con piacere, l’affetto..

Poiché sabato e domenica non si lavora in sala operatoria, io me la sono scampata!!!!

Andata via Franca è arrivata Adriana, una carissima vecchietta di settant’anni, accompagnata dal marito, Aldo, e da uno dei figli con la moglie.

E’ stato fantastico. Subito abbiamo fatto amicizia. Il fatto che io fossi lì da due giorni, padrona del campo e dei meccanismi ospedalieri ha, in un certo senso, tranquillizzato tutti.

Neanche a farlo apposta, io e Adriana siamo subito diventate amiche. Che accade quando metti vicine due… parlatrici?

Potrei scrivere un romanzo sulla vita di questa donna che nella sua limpida  e generosa semplicità ha lasciato fiorire il racconto della sua vita davanti ai miei occhi.

Nei pochi giorni in cui abbiamo condiviso la stanza (dal 2 all’8 settembre) è venuto ad instaurarsi un rapporto di vero affetto tra noi ma non solo…

(E’ diventata una chicca il fatto che io la chiamassi sempre come fa Stallone in Rocky I – quando vince il suo primo incontro importante…Adrianaaaaaaaa!!!! E lei : Rocky non c’è….)

Se prima di partire da casa un po’ mi angosciava il pensiero della solitudine, di sapere a priori che nessuno sarebbe venuto a trovarmi durante la degenza perché troppo lontano e/o scomodo, bè, nessuno dei miei pensieri, anche il meno triste si è…avverato.

Non sono mai, e dico mai stata sola. I parenti di Adriana, tutti, sono entrati in blocco nella mia vita e nel mio cuore.

Non c’è stato desiderio concreto che io abbia espresso che non sia stato esaudito….

Non c’è stato nulla di cui potessi avere bisogno che se l’avessi chiesto non avrei ottenuto.

Ma c’è qualcosa in più, naturalmente.

Il reparto di artroprotesi del Santa Corona è situato al quarto piano di una palazzina in ristrutturazione.

Le stanze danno su un ampio e bellissimo terrazzo che vede, non troppo in lontananza, il mare.

Ebbene, io e alcune altre pazienti, operate tra il 3 e il 4 settembre ci siamo ritrovate, per alcune sere su questa meravigliosa terrazza. Ognuna ha parlato di se, della propria vita. Dei propri dolori e dei propri timori. Ma volete sapere la cosa meravigliosa? In quei momenti nessuna aveva paura.

Mi sentirei presuntuosa nel dire che quella assenza di paura era anche merito mio tuttavia io mi sono resa conto di una cosa importantissima.

Io trovavo straordinariamente coraggiose queste donne, molto più grandi di me (con almeno il 50% della vita vissuta in più rispetto a me) poste per l’ennesima volta davanti al dolore fisico e loro trovavano me, coraggiosa, portatrice di un messaggio di solidarietà e di affetto disinteressato che rendeva sopportabile e plausibile quella esperienza.

Stando insieme, confrontandoci e aprendoci vicendevolmente abbiamo scoperto una grandissima verità: Che l’amore disinteressato è un veicolo fantastico di cose buone.

Ascoltando gli altri capisci. E’ come se ognuno avesse la risposta ai problemi degli altri e non ai propri. E così parlando ti accorgi che gli altri sanno cose di te che tu non sai e viceversa.

Io non potrò mai dimenticare Anna Carla, e Olga. Luciana e Maria. Franca. E le due Terese.

Le loro storie. Le loro figlie. Quelle poche sere in cui, per poche ore le nostre vite e il nostro sentire si sono intrecciati indissolubilmente.

E non dimenticherò il signor Pastorino, che all’emorecupero, malgrado fosse debole e prostrato non ha trascurato di deliziarci con le sue barzellette e il suo buonumore o il signore “panciuto” che moriva di noia e trascorreva tutto il suo tempo a passeggio per i corridoi e veniva a trovarci per sentirsi meno solo.

Naturalmente non potrò dimenticare tutto il personale del Reparto, i chirurghi che mi hanno “aggiustato”, l’anestesista … insomma, per tutti ma proprio per  tutti un pensiero di vera gratitudine.

E in tutto questo s’inserisce l’emozionante visita di mia sorella Daniela, con Luca e il marito Gabriele. Piccole perle di gioia che hanno reso l’attesa del loro arrivo e poi la loro presenza qualcosa di veramente unico e speciale. Daniela, se leggerai queste parole, grazie. Grazie. Grazie.

Del tuo affetto; dell’amore che insegni così bene a Luca. Di essere una sorella così presente ed affettuosa.

Grazie anche alle colleghe che mi hanno telefonato o inviato messaggi: Mirna, Vanessa, Grazia, Stefano e Nino. Grazie a tutti coloro che mi hanno fatto gli auguri per “interposta persona”.

 Grazie a tutti del vostro affetto per me. Della foto che mi avete inviato. L’ho trovato un modo bellissimo per dirmi che, in qualche modo mi eravate vicini.

C’è in questa storia anche Qualcuno che non è stato nominato esplicitamente.

E’ Gesù.

Ebbene, io l’ho sempre sentito vicino. Vicinissimo.

E so per certo che molte delle parole dette che volevano essere di conforto e di serenità mi sono venute da Lui. Presuntuosa? Spero di no, ma è bellissimo il pensarlo.

In questo frangente ho sperimentato quanto sia appagante fare qualcosa per gli altri disinteressatamente, soltanto restituire agli altri parte di quell’amore infinito che Dio ha per ognuno di noi.

La mia esperienza ospedaliera mi ha lasciato nell’anima un grandissimo dono. Una grandissima consapevolezza. Noi possiamo davvero rendere il Mondo un posto migliore.

Ma non solo. Noi non ci rendiamo conto (ed è davvero un peccato che sia così) del grandissimo potere che abbiamo quando ci alleiamo con Gesù.

Sperimentare in concreto la potenza della preghiera  detta in comune, spinti solo dal desiderio di una vera Comunione. Crederci. Ma crederci davvero.

Senza cedere ai meccanismi delle parole, dei luoghi comuni e delle frasi fatte. Solo col cuore.

Parlare con Dio. Con Gesù. Come fossero davvero un Padre ed un Fratello.

Avere, per un volta un atteggiamento di vero abbandono, di vera fiducia. Di Vera Speranza.

Noi lassù al quarto piano riflettevamo sulle nostre…fortune.

Della possibilità di curarci, di guarire, di tornare ad una vita normale entro breve tempo.

Nessuno dei nostri mali ci è parso così insopportabile a fronte ad altri che si combattono ogni giorno in altri Reparti come l’ Oncologico o il Pediatrico.

Ecco. Il messaggio che desidero trasmettere con questa mia narrazione E’ IL TALENTO.

Il dolore, prima o poi tocca la vita di tutti. Nessuno è esente da alcun dolore.

La chiave d’oro consiste nel trasformare il dolore, qualsiasi dolore in un talento da far fruttare.

In una lezione che ci avvicina a Dio, che trae da Lui la forza di trasformare qualcosa di terribile in qualcos’altro di meraviglioso. E questo qualcos’altro è AMORE.

Il dolore è dolore. Ma la capacità di accettarlo e offrirlo in sacrificio a Dio lo rende qualcosa di straordinario.

(Naturalmente non intendo dire che il dolore non vada curato, anzi. Va curato eccome. La medicina serve a questo. Io mi riferisco soltanto e semplicemente all’aspetto spirituale  del dolore.

Ognuno di noi si pone di fronte al dolore in modo diverso;

ognuno può cercare di scegliere questo  “modo”.

Non dico che sia facile. E’ una ricerca che spesso dura per tutto l’arco della vita.

Ma vale la pena, vi assicuro che vale davvero la pena cercare questo “modo”.

 

 

Epilogo.

Sabato 8 settembre con un paio di “giri” in ambulanza  il gruppetto di pazienti che era stato operato martedì 4 è stato traferito a sua volta al San Michele.

E’ un’elegante clinica convenzionata col S.S.N.  dove viene effettuata una prima riabilitazione agli operati di anca e ginocchio.

Qui ti trattano da re (o regina, dipende). Il cibo è squisito, le cure e il servizio impeccabili, il posto elegante e discreto.

Peccato che sia un ospedale. Ci staresti benissimo anche se fosse una casa ferie.

(A parte qualche punturina, qualche prelievo, controlli medici e la fisioterapia).

Per la cronaca ho avuto un fisioterapista bellissimo. Si chiama Flavio, ha vent’otto anni, è abbronzantissimo e ha un sorriso favoloso…. ( ho la foto….ho la foto…eureka!!!!)

Ci abbiamo trascorso sei giorni…Anna Carla, che è stata la prima a scendere dal letto è stata anche la prima a venirmi a trovare… poi, via via…le visite di cortesia si sono moltiplicate fino al giorno del nostro ritorno a casa…

Abbiamo potuto rinsaldare la nostra amicizia, scambiarsi i numeri di telefono  per risentirci, in futuro, l’indirizzo per lo scambio di qualche cartolina…

Ecco…. È iniziato qualcosa che spetterà a noi portare avanti…

A noi il compito di non dimenticare. Di far fruttare quel talento che ci è stato donato…

Anche l’amicizia è un dono del cielo che sta a noi, uomini e donne, accrescere e diffondere.

  

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