Ciao a tutti i miei amici lettori…

Stamattina andando al lavoro (una ventina di minuti d’auto) godevo del bellissimo paesaggio che offre il Bondone (la montagna che sovrasta Trento). Illuminato dal sole del mattino, con l’atmosfera limpida e cristallina, cercavo di guardarlo con uno sguardo nuovo. Con lo sguardo di uno che non è di queste parti; un turista. Ebbene, malgrado lo veda ogni giorno, stamattina mi pareva più bello del solito. E anche le montagne tutt’intorno. Con le rocce a picco incrostate di verde e luccicanti al sole. E mi sono…. invidiata, perché io non ho fatto nulla per godere di questa bellezza…

Ma… non divaghiamo…

Il motivo per cui ho deciso di scrivere questo pezzo, oggi è scaturito da due notizie date dai telegiornali in questi ultimi due giorni.

Si tratta di due notizie assolutamente slegate tra loro ma coniugate dalla mia mente secondo percorsi che io stessa ignoro.

La prima notizia riguarda Franco Migliacci, l’autore di “Nel blu dipinto di blu” meglio conosciuta come “Volare”, il quale in un’intervista, ha dichiarato che il nucleo portante dei versi è stato scritto “in uno dei giorni più brutti e tristi (se non il più brutto e triste) della sua vita”, e ha aggiunto che, in quel momento, sentiva di aver scritto qualcosa d’importante.

La seconda notizia riguarda alcune scoperte fatte sul cervello….

Se non ho capito male i ricercatori avrebbero “scoperto” che il cervello ha una “razionalità etica”, cioè, in poche parole, non sempre, l’agire umano ha una logica, che persegue il “proprio utile”.

Un modo come un altro per tentare di dare una “spiegazione scientifica” a certi comportamenti umani che trascendono la logica e la realtà dei fatti.

Queste due notizie, dicevo, mi hanno condotto, mio malgrado, sulla via di due riflessioni diverse tra loro che hanno un unico punto in comune: L’anima.

Nel primo caso la riflessione è fin troppo semplice e direi sotto gli occhi di tutti.

La poesia (ma aggiungerei ogni altra forma d’arte come la musica, o la pittura, la scultura….) la vera, splendida, quella che tocca l’anima e il cuore, scaturisce sempre (o la maggior parte delle volte) dal dolore.

La domanda è: Perché?

Io ho tentato ( ma non so bene se ci sono riuscita) di darmi una risposta.

Perché il dolore, è come una lama che passa, indistintamente, dal corpo all’anima e viceversa.

Se hai male al corpo hai male anche all’anima. Perché il dolore fisico incattivisce, abbrutisce, abbatte e piega l’anima che non sia forte abbastanza da … fronteggiarlo.

Se hai male all’anima, se sei infelice abbandonato e solo, anche il corpo si piega all’ansia, alla depressione e somatizza in qualche anfratto il malessere invisibile.

Il dolore è il ”filo” che collega il corpo all’anima. Il corpo, nel dolore, “si ricorda dell’anima”.

E poiché il dolore tende a persistere nell’uno o nell’altro, la mente “ne fa storia”, ne fa ricordi.

E su questi ricordi custoditi nella mente l’anima dell’artista lavora. Tutta la vita. Qualche volta lentamente, altre volte rapidamente. E ciò che vediamo nell’opera d’arte, non sono solo parole, o note o pezzi di marmo o legno.

Noi vediamo l’Anima. Dell’artista. E anche nostra. Brandelli di anima che si ricompongono.

Che risalgono la china fino ai nostri sensi.

Al contrario, quando siamo felici, tendiamo a viverli intensamente quei pochi istanti di felicità.

Che si tratti di un amplesso amoroso, di successi ottenuti a vario titolo, di grandi momenti di intensa e profonda gioia ed emozione, la brevità con cui si attraversano questi eventi di eccezionale intensità, non tendono a persistere l’uno nell’altro.

O meglio. Per dare un senso di felicità persistente dovrebbero continuamente …verificarsi, creando uno stato non interrotto di stress, che ad ogni modo, secondo me, impedirebbero la creazione e produzione di un’opera d’arte.

Motivo?

Il piacere, come mezzo per unire anima e corpo, è sempre troppo breve.

Che proceda dal corpo all’anima o dall’anima al corpo ( con ben diversi effetti!!!!) l’intensità del piacere raggiunge apici che in entrambi i casi conducono il corpo a dimenticarsi dell’anima e viceversa.

Bisogna quindi essere veramente grandi artisti per produrre vera arte non partendo da un’elaborazione sentita e ragionata del dolore (che può altresì essere superata, ed esprimersi in una grande e prorompente felicità) ma da una profonda gioia interiore.

Quando questo accade, l’arte è vera arte.

La seconda riflessione, sulla razionalità etica del cervello, scoperta dagli scienziati, non fa altro, a mio avviso, che aggiungere una goccia di sapere, e di plausibilità a un “qualcosa” che “dovremmo “ già aver ben chiaro e noto dentro di noi.

Che noi non siamo solo frutto dell’evoluzione umana.

Che il nostro cervello non si è “accresciuto” soltanto perché creando e usando meglio gli attrezzi si poteva migliorare il …”tenore di vita”.

Che malgrado le difficoltà e i problemi di ogni giorno, ogni giorno ci si alza e si ricomincia a combattere.

Che a dispetto delle delusioni e degli affanni si continua a sperare e pregare…

Che ci si risolleva anche quando tutto pare averci…atterrato…

Che i rifiuti e le sconfitte per quanto duri non bastano a farci rinunciare… ad amare e a lasciarsi amare..

Che con la logica matematica e ragionevole non si spiegano l’eroismo, la dedizione e l’abnegazione a difendere e proteggere il proprio paese, la propria famiglia, gli amici.

Sebbene il cervello tenda con la logica a perseguire il proprio bene, spesso questa logica è piegata come un ferro rovente al fuoco invisibile dell’anima, della coscienza.

E questo, anche aldilà della cultura, dell’educazione e della religione.

Noi passiamo anche non voler ammettere l’esistenza di Dio.

Lasciarlo fuori di casa come uno zerbino.

Ma al divino che è dentro di noi, possiamo rinunciare, rinunciamo soltanto rinunciando ad essere veri esseri umani. Rinunciando alla nostra anima.

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