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Ciao a tutti i miei amici…

Come si può notare facilmentedal “rarefarsi” dei miei interventi, in questo periodo sono davvero molto indaffarata…

E non mi riferisco semplicemente al lavoro d’ufficio o a quello “donnesco” svolto tra le mura domestiche.

Ho anche altre altre attività che mi portano, ogni tanto fuori casa…

Sabato pomeriggio, ad esempio ero a Milano, al Teatro Leone XIII per una lezionededicata a coloro che frequentano la Scuola per Opere di Carità, organizzata dalla FISFondazione per la Sussidiarietà

www.sussidiarieta.net

Poiché si trattava del secondo di tre appuntamenti( il primo è stato a marzo) aventi per oggettola Carità, vi relazionerò in seguito, in modo sintetico e coinciso, quanto è stato detto e testimoniato.

Con questo intervento , invece, desidero proporre alla vostra attenzione questo articolo di Don Giussani.

Io l’ho trovato bellissimo.

Pare scritto per me.

Per tutti coloro che sono in cerca di Qualcosa, di Qualcuno.

Per coloro che, ad un tratto si sono sentiti “cercati”, “chiamati”.

Per coloro che “sanno” ma, non sempre ,“capiscono”.

Accostatevi a questo testo con cuore aperto, semplice e puro.

Lasciatevi conquistare dalla forza che emana. Dall’aura dorata che sprigiona.

Don Giussani: Cristo contro il nulla

Alcuni passaggi di una conversazione svolta da don Luigi Giussani a un ritiro dell’associazione Memores Domini a Riva del Garda, il 16 maggio 1992.

Il Mistero non è l’ignoto; è l’ignoto in quanto diventa contenuto di esperienza sensibile. È un concetto molto importante: per questo si parla del mistero dell’Incarnazione, del mistero dell’Ascensione, del mistero della Risurrezione. Dio come Mistero sarebbe un’immagine intellettuale se ci si arrestasse alla frase così come è detta: “Dio è Mistero”. Il Dio vivente è il Dio che si è rivelato nell’Incarnazione: nella morte e nella Risurrezione di Cristo. Il Dio vero è Colui che è venuto tra noi, reso sensibile, toccabile, visibile, udibile.

Comunque, è ben vero che il Mistero non può essere posseduto: è oggetto di esperienza ma non può essere posseduto, cioè misurato, esaurito, abbracciato nella sua totalità. Ma è altrettanto vero che è posseduto. Il Verbo di Dio, fatto seme nel seno della Madonna, la Madonna lo possedeva; fatto bambino, giovane, uomo, la Madonna come madre lo possedeva, come donna che era sua madre lo possedeva. È un possesso inesauribile e, perciò, non può che essere vissuto nell’umiltà. Quell’umiltà che dovrebbe riverberarsi poi ed è l’unica sorgente da cui si può riverberare tra l'”io” e il “tu” umano: tra una persona e un’altra persona, perché l’altro sorge da Dio. (…)

Il Mistero si è reso sperimentabile, si è reso presenza nella storia dell’uomo. Proviamo a pensare a quello che abbiamo detto nelle Lodi: “Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti”. La resurrezione è il culmine del mistero cristiano. Tutto è stato fatto per questo, perché questo è l’inizio della gloria eterna di Cristo: “Padre, è venuta l’ora, glorifica il Figlio tuo”. Tutto e tutti abbiamo un senso in questo avvenimento: Cristo risorto. La gloria di Cristo risorto è la luce, il colorito, l’energia, la forma del nostro esistere, dell’esistere di tutte le cose.

La centralità della resurrezione di Cristo è direttamente proporzionale alla nostra fuga, come da un incognito, alla nostra smemoratezza di essa, alla timidezza con cui pensiamo alla parola e ne siamo come rimbalzati via: a ciò è direttamente proporzionale la decisività della resurrezione, come proposizione del fatto di Cristo, come contenuto supremo del messaggio cristiano, nel quale contenuto si avvera quella salvezza, quella purificazione dal male, quella rinascita dell’uomo, per cui Egli è venuto.

È nel Mistero della resurrezione il culmine e il colmo dell’intensità della nostra autocoscienza cristiana, perciò dell’autocoscienza nuova di me stesso, del modo con cui guardo tutte le persone e tutte le cose: è nella resurrezione la chiave di volta della novità del rapporto tra me e me stesso, tra me e gli uomini, tra me e le cose. Ma questa è la cosa da cui noi rifuggiamo di più. È come la cosa più, se volete, anche rispettosamente, lasciata da parte, rispettosamente lasciata nella sua aridità di parola intellettualmente percepita, percepita come idea, proprio perché è il culmine della sfida del Mistero alla nostra misura. (…)

Il cristianesimo è l’esaltazione della realtà concreta, l’affermazione del carnale, tanto che Romano Guardini dice che non c’è nessuna religione più materialista del cristianesimo; è l’affermazione delle circostanze concrete e sensibili, per cui uno non ha nostalgia di grandezza quando si vede limitato in quel che deve fare: quel che deve fare, anche se piccolo, è grande, perché dentro lì vibra la Risurrezione di Cristo. “Immersi nel grande Mistero”. È sperperare qualche cosa dell’Essere, dilapidare l’Essere della sua grandezza, della sua potenza e della sua signoria; è lentamente svuotare di contenuto e far appassire l’Essere, Dio, il Mistero, l’Origine e il Destino, se noi non ci sentiamo immersi in questo Mistero, nel grande Mistero: la Risurrezione di Cristo. Immersi come l’io è immerso nel “tu” pronunciato con tutto il proprio cuore, come il bambino quando guarda la madre, come il bambino sente la madre. L’intelligenza del bambino bisogna che sia recuperata in noi.

Si chiama “fede” l’intelligenza umana quando, rimanendo nella povertà della sua natura originale, è tutta riempita da altro, poiché in sé è vuota, come braccia spalancate che hanno ancora da afferrare la persona che attendono. Non mi posso concepire se non immerso nel Tuo grande Mistero: la pietra scartata dai costruttori di questo mondo, o da ogni uomo che immagina e progetta la sua vita, si è fatta pietra d’angolo su cui solo si possa costruire. Questo Mistero, Cristo risorto, è il giudice della nostra vita; Egli, che la giudicherà tutta alla fine, la giudica di giorno in giorno, di ora in ora, di momento in momento, senza soluzione di continuità. Voglio sottolineare che questo “vederLo” come il Risorto, questo riconoscere ciò che è accaduto di Lui, di Lui morto, è un giudizio: sei risorto, o Cristo. “Cristo è risorto” è un giudizio, perciò è un gesto, un atto dell’intelletto che sfonda l’orizzonte normale della razionalità e afferra e testimonia una Presenza che da tutte le parti oltrepassa l’orizzonte del gesto umano, dell’esistenza umana e della storia. (…)

È per grazia che noi possiamo riconoscerlo risorto e che noi possiamo immergerci nel suo grande Mistero; è per grazia che noi possiamo riconoscere che, se Cristo non fosse risorto, vano è tutto, vana è la nostra fede, cioè, diceva san Paolo, vana è la nostra affermazione positiva, sicura, gioiosa, vano è il nostro messaggio di felicità e di salvezza, e “voi siete ancora nei vostri peccati”, cioè nella menzogna, nel non-essere, nel non riuscire ad essere.

Senza la resurrezione di Cristo c’è una sola alternativa: il niente. Noi non pensiamo mai a questo. Perciò passiamo le giornate con quella viltà, con quella meschinità, con quella storditezza, con quell’istintività ottusa, con quella distrazione ripugnante in cui l’io si disperde. Così che, quando diciamo “io”, lo diciamo per affermare un nostro pensiero, una nostra misura (chiamata anche “coscienza”) o un nostro istinto, una nostra voglia di avere, un nostro preteso, illusorio possesso.

Al di fuori della resurrezione di Cristo, tutto è illusione: ci gioca. Illusione è una parola latina che ha come ultima sua radice la parola “gioco”: siamo giocati, giocati dentro, illusi. Ci è facile guardare tutto lo sterminato gregge degli uomini nella nostra società: è la grande, sterminata presenza della gente che vive nella nostra città, della gente che vive vicino a noi nella parrocchia, nella Chiesa, della gente più strettamente vicina a noi nella casa. E noi non possiamo negare di sperimentare questa meschinità, questa grettezza, questa storditezza, questa distrazione, questo smarrirsi totale dell’io, questo ricondursi dell’io ad affermazione accanita e presuntuosa del pensiero che viene (chiamandolo “voce” o “verità della mia coscienza”) o dell’istinto che pretende afferrare e possedere una cosa che lui decide essergli piacevole, soddisfacente, utile. (…)

Mai la parola chiedere, pregare, domandare diventa così decisiva come di fronte al Mistero di Cristo risorto. Per immergerci nel grande Mistero dobbiamo supplicare, domandare: domandare, questa è la ricchezza più grande. Come l’intelligenza più grande è affermarlo, così l’affettività più ricca è domandarlo, il realismo più intenso e più drammatico è domandarlo. (…)

Se il tuo desiderio è davanti a lui [il Mistero], lui che vede nel segreto lo esaudirà. Il tuo desiderio è la tua preghiera [la tua domanda]; se continuo è il tuo desiderio, continua è pure la tua preghiera. L’Apostolo infatti non a caso afferma: “Pregate incessantemente” (1Ts 5,17). S’intende forse che dobbiamo stare continuamente in ginocchio o prostrati o con le mani levate per obbedire al comando di pregare incessantemente? Se intendiamo così il pregare, ritengo che non possiamo farlo senza lunghe interruzioni. Ma v’è un’altra preghiera [un’altra domanda], quella interiore; e questa è senza interruzione ed è il desiderio. Qualunque cosa tu faccia, se desideri quel sabato [che è il grande giorno di Cristo], non smetti mai di pregare. Se non vuoi interrompere di pregare, non cessare di desiderare. (…)

Che cosa accade di fronte alla grazia che rende la nostra intelligenza e la nostra affettività capaci di sperimentare l’immergersi nel Mistero di Cristo risorto? Che cosa accade immergendoci nel grande Mistero di Cristo risorto? Che cosa accade, fondamentalmente, quando la grazia ci è data come intelligenza e come affettività, quando la grazia ci rende credenti? Quello che accade “fondamentalmente” perché è la pietra angolare, su cui si costruisce tutto, quella che ci viene data per questa grazia credo ci sia una parola che lo esprime: è la parola “luce”. Immaginiamoci, dunque, la notte; una notte fonda, senza luna e con le stelle oscurate dalle nuvole, una notte oscura. Immaginiamoci, improvvisamente, il sole. Paragoniamo le due cose: è sorto il mondo, non c’era ed è sorto, definito nei suoi particolari, nei fili d’erba, nel fiorellino del campo, nell’uccellino che cade come nel Benedicite alle Lodi;il cielo e la terra, il vento e la pioggia, il sole e il calore. Nasce il mondo in questa luce gettata sulla nostra esperienza della realtà, in questa luce che si irradia, che irradia tutto il nostro vivere, cioè tutto il nostro rapporto con il reale: il reale si rigenera, il reale rinasce, è generato, si rigenera. Non per nulla il Battesimo era dato a Pasqua, e il Battesimo è “nascere di nuovo”, un nascere diverso, una “nuova creatura”, la vera protagonista della storia, anche se fosse sola e uccisa: Cristo.