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Ciao ai miei carissimi amici. Eccomi qua con l’ultima parte dell’enciclica Deus caritas est.

Manca ancora un pezzetto: la conclusione, che si chiude con una bellissima preghiera alla Madonna. E’ per questo motivo che la separo dal resto e le dò il rilievo che merita in un intervento ad hoc.

Spero con tutto il cuore che sia piaciuta a voi nel leggerla quanto a me nello scriverla.

Vi ho trovato moltissimi spunti di riflessione. Molte verità, così importanti nella loro semplicità da sembrare scontate.

Ecco. Esprimo un desiderio. Così, come quando a San Lorenzo ci sono le stelle cadenti.

“Che il Signore, che in qualche modo vi ha condotto su queste pagine, vi aiuti a trovare, nella vita, grazie ad esse, Ciò che cercate.

Buona lettura.

 

 

2.4      LE MOLTEPLICI STRUTTURE DI SERVIZIO CARITATIVO NELL’ODIERNO CONTESTO SOCIALE

 

Per quanto riguarda la situazione generale dell’impegno per la giustizia  e per l’amore nel mondo odierno bisogna considerare due punti.

 

a) I mezzi di comunicazione di massa hanno reso la Terra ….più piccola,  avvicinando velocemente uomini e culture profondamente diversi. Questo “stare insieme” a volte suscita incomprensioni e tensioni, tuttavia, il fatto di venire a conoscenza, in modo più immediato delle necessità  di molti uomini, costituisce soprattutto un appello a condividerne la situazione e le difficoltà.

Ogni giorno siamo resi coscienti di quanta sofferenza ci sia nel mondo, a causa di una multiforme miseria, sia materiale che spirituale.

Questo nostro tempo richiede dunque una nuova disponibilità a soccorrere il prossimo bisognoso.

E, d’altra parte, il presente, mette a nostra disposizione innumerevoli strumenti per prestare aiuto ai fratelli bisognosi: dai moderni sistemi per la distribuzione di cibo e vestiario all’offerta di alloggio e accoglienza.

La sollecitudine per il prossimo tende ad allargare i suoi orizzonti al mondo intero, superando i confini delle comunità nazionali.

Gli enti dello Stato e le associazioni umanitarie assecondano le iniziative volte a questo scopo in vario modo: con sgravi fiscali o rendendo disponibili considerevoli risorse.

 

b) A seguito di quanto detto sopra, sono nate e cresciute, tra istanze statali ed ecclesiali, numerose forme di collaborazione assai fruttuose.

La cosa notevole è che  le istanze ecclesiali, operando con trasparenza e testimoniando l’amore con la loro fedeltà al dovere possono animare cristianamente anche le istanze civili, favorendo un coordinamento vicendevole utile all’efficacia del servizio caritativo.

Una risposta a queste “istanze” è stato il fiorire di molteplici organizzazioni con scopi caritativi o filantropici, che col loro impegno hanno cercato soluzioni soddisfacenti , sotto l’aspetto umanitario, nei confronti dei problemi sociali e politici esistenti.

Il volontariato, sorto e diffusosi in varie forme è un fenomeno importante del nostro tempo. Esso si fa carico di una molteplicità di servizi. Ma non solo. L’impegno profuso  (e diffuso) costituisce per i giovani una scuola di vita che educa alla solidarietà  e alla disponibilità……a dare se stessi e non semplicemente…. qualcosa.

Si contrappone così L’AMORE che non cerca se stesso, ma che perde se stesso per l’altro all’ANTI-CULTURA DELLA MORTE, dell’autodistruzione con la droga ad esempio.

Anche nella Chiesa cattolica e in altre Chiese e Comunità ecclesiali sono sorte nuove forme di attività caritativa e ne sono rifiorite altre con un nuovo slancio rinnovato; in ogni caso, si è spesso riusciti a legare felicemente evangelizzazione e carità.

Inoltre la disponibilità della Chiesa cattolica a collaborare con le organizzazioni caritative di altre Chiese e Comunità, ha ricevuto nel mondo una vasta eco di consensi e di iniziative.

Come ha scritto Papa Giovanni Paolo I nella Sollicitudo rei socialis,

“noi tutti siamo mossi dalla medesima motivazione fondamentale e abbiamo davanti agli occhi il medesimo scopo: un vero umanesimo, che riconosce nell’uomo l’immagine di Dio  e vuole aiutarlo a realizzare una vita conforme a questa dignità.”

e ancora, nell’enciclica Ut unum sint

“per uno sviluppo del mondo verso il meglio, è necessaria la voce comune dei cristiani, il loro impegno – per  il rispetto dei diritti e dei bisogni di tutti specie dei poveri, degli umiliati e degli indifesi”.

 

 

     

2.5    IL PROFILO SPECIFICO DELL’ATTIVITA’ CARITATIVA DELLA CHIESA.

 

L’imperativo dell’amore del prossimo è iscritto dal Creatore nella stessa natura dell’uomo.

Questo spiegherebbe l’aumento delle organizzazioni diversificate che si impegnano per l’uomo nelle sue varie necessità.

Ma non solo. Anche la presenza nel mondo del cristianesimo ha avuto effetto in questa crescita.

La forza del cristianesimo si espande ben oltre le frontiere della fede cristiana; ecco perché è così importante che l’attività caritativa della Chiesa mantenga tutto il suo splendore e non diventi una semplice variante della comune organizzazione assistenziale.

Una domanda da porsi ora è:

Quali sono gli elementi costitutivi che formano l’essenza della carità cristiana ed ecclesiale?   L’UMANITA’ e

 

a)  Se guardiamo al modello offerto dalla parabola del buon Samaritano,

LA CARITA’ CRISTIANA è semplicemente la risposta a ciò che, in una determinata situazione, costituisce la necessità immediata:

saziare gli affamati, vestire gli ignudi, curare gli ammalati, visitare i carcerati…

(ricordate le sette opere di misericordia?).

Le Organizzazioni caritative della Chiesa (a partire dalla Caritas, diocesana, nazionale, internazionale), devono fare il possibile affinché siano disponibili i mezzi e soprattutto gli uomini e le donne  che assumono tali compiti.

Appare subito chiaro che, la competenza professionale, soprattutto nel servizio ai sofferenti, è la prima, fondamentale necessità. Ma da sola, non basta.

Un ammalato è soprattutto un essere umano, e come tale, ha necessità di un qualcosa di più di una cura “solo tecnicamente corretta”.

Un ammalato ha bisogno di umanità. Ha bisogno dell’attenzione del cuore.

Chi si adopera nelle Istituzioni caritative della Chiesa deve distinguersi per il fatto che SI DEDICA ALL’ALTRO CON LE ATTENZIONI SUGGERITE DAL CUORE, in modo che l’ammalato  sperimenti la ricchezza di umanità di chi lo cura.

Questo spiega perché, oltre alla preparazione professionale, a questi OPERATORI è necessaria “la formazione del cuore”.

Occorre condurli a quell’incontro con Dio in Cristo che susciti in loro l’amore e apra il loro animo all’altro, così che, L’AMORE DEL PROSSIMO non SIA più un comandamento imposto dall’esterno, ma UNA CONSEGUENZA DERIVANTE DALLA LORO FEDE che diventa operante nell’amore.

 

b) L’ATTIVITA’ CARITATIVA CRISTIANA deve essere indipendente da partiti e ed ideologie. Non deve cambiare il modo ideologicamente  né servire strategie mondane.

E’ ATTUALIZZAZIONE QUI ED ORA DELL’AMORE DI CUI L’UOMO HA SEMPRE BISOGNO.

La teoria dell’impoverimento (tratta dal marxismo) secondo la quale “chi aiuta l’uomo con iniziative di carità, [in una situazione di potere ingiusto, si pone al servizio di quel sistema di ingiustizia, facendolo sembrare sopportabile], frena il potenziale rivoluzionario e quindi blocca il rivolgimento verso un mondo migliore,

afferma che la carità e’ un sistema di conservazione dello status quo.

In realtà questa filosofia è disumana.

L’uomo del presente è sacrificato al moloch del futuro…un futuro la cui realizzazione rimane almeno dubbia…

L’UMANIZZAZIONE DEL MONDO non può essere promossa, rinunciando a comportarsi in modo umano.

AD UN MONDO MIGLIORE si contribuisce soltanto facendo il bene: adesso e in prima persona, con passione e ovunque ce ne sia la possibilità.

IL PROGRAMMA DEL CRISTIANO, di Gesù, E’ UN CUORE CHE VEDE: dove c’è bisogno d’amore e agisce di conseguenza.

Naturalmente spontaneità del singolo  e attività caritativa della Chiesa come iniziativa comunitaria vanno legate da programmazione, previdenza e collaborazione con altre istituzioni simili.

 

c) LA CARITA’ non deve essere un mezzo di proselitismo.

L’amore è gratuito. Non deve essere esercitato per raggiungere altri scopi.

Tuttavia l’azione caritativa non deve mai lasciare Dio e Cristo da parte.

E’ in gioco sempre tutto l’uomo.

Spesso è proprio l’assenza di Dio la radice più profonda della sofferenza.

Chi esercita la carità in nome della Chiesa sa che l’amore nella sua purezza e nella sua gratuità è la miglior testimonianza del Dio nel quale crediamo e dal quale siamo spinti ad amare.

Il cristiano sa quando è tempo di parlare di Dio o di tacere di Lui.

Dio è amore e si rende presente proprio nei momenti in cui nient’altro viene fatto fuorché amare.

Il vilipendio dell’amore è il vilipendio di Dio e dell’uomo, è il tentativo di fare a meno di Dio. Di conseguenza la miglior difesa di Dio e dell’uomo consiste nell’amore.

Le Organizzazioni caritative della Chiesa devono rafforzare questa consapevolezza nei loro membri affinché con il loro agire, parlare, tacere,….. col loro esempio diventino testimoni credibili di Cristo.

 

2.6      I RESPONSABILI DELL’AZIONE CARITATIVA DELLA CHIESA

 

Il vero soggetto delle varie Organizzazioni cattoliche che svolgono un servizio di carità è la CHIESAstessa, a tutti i livelli:  dalle parrocchie alla Chiesa universale.

Papa Paolo VI aveva istituito a suo tempo il Pontifico Consiglio Cor unum, quale istanza della Santa Sede responsabile per l’orientamento e il coordinamento tra le organizzazioni e le attività caritative promosse dalla Chiesa cattolica.

Alla struttura episcopale della Chiesa poi, corrisponde il fatto che, I VESCOVI (come successori degli Apostoli) portino la prima responsabilità della realizzazione del programma indicato negli Atti degli Apostoli anche nel presente:
LA CHIESA, IN QUANTO FAMIGLIA DI DIO DEVE ESSERE, OGGI, COME IERI, AL CONTEMPO, UN LUOGO DI AIUTO VICENDEVOLE E DI DISPONIBILITA’ A SERVIRE ANCHE COLORO CHE, FUORI DI ESSA, HANNO BISOGNO DI AIUTO.

Non per nulla, durante il rito dell’Ordinazione episcopale, l’ordinando promette espressamente di essere, nel nome del Signore, accogliente e misericordioso verso i poveri e verso tutti i bisognosi di conforto e di aiuto.

E, se il Codice di Diritto Canonico, parla in mode generale del compito del Vescovo, (coordinare le diverse opere di apostolato nel rispetto della propria indole), il Direttorio per il ministero pastorale dei Vescovi ha approfondito più concretamente il dovere della carità come compito intrinseco della Chiesa intera e del Vescovo nella sua Diocesi, sottolineando che l’esercizio della carità è un atto della Chiesa a pari del Servizio della Parola e dei Sacramenti.

Per quanto riguarda i COLLABORATORI, che svolgono il lavoro della carità sul piano pratico, DEVONO FARSI GUIDARE DALLA FEDE, CHE NELL’AMORE DIVENTA OPERANTE.

Devono essere persone mosse innanzitutto dall’amore di Cristo, conquistate dal cuore di Cristo che le ha risvegliate all’amore per il prossimo.

Il criterio ispiratore è dettato dall’affermazione presente nella Seconda Lettera ai Corinzi:

“L’AMORE DEL CRISTO CI SPINGE”.

La consapevolezza che Dio stesso si è donato in Lui, per noi, deve indurci a vivere per Lui e con Lui per gli altri.

Il collaboratore di ogni Organizzazione caritativa cattolica vuole lavorare con la Chiesa e col Vescovo affinché l’amore di Dio si diffonda nel mondo.

Egli vuole essere testimone di Dio e di Cristo e proprio per questo vuole fare del bene egli altri, gratuitamente.

Questa apertura interiore alla dimensione cattolica della Chiesa disporrà il collaboratore a mettersi in sintonia con le altre Organizzazioni nel servizio alle varie forme di bisogno nel rispetto del profilo specifico del servizio richiesto.

San Paolo nel suo inno alla carità  insegna che  

LA CARITA’ E’ SEMPRE PIU’ CHE SEMPLICE ATTIVITA’;

Questo inno deve essere la Magna Carta dell’intero servizio ecclesiale; in esso sono riassunte tutte le riflessioni sull’amore svolte in questa enciclica.

L’AZIONE PRATICA RESTA INSUFFICIENTE SE IN ESSA NON SI RENDE PERCEPIBILE L’AMORE PER L’UOMO, amore che si nutre dell’incontro con Cristo.

L’INTIMA PARTECIPAZIONE PERSONALE AL BISOGNO E ALLA SOFFERENZA DELL’ALTRO DIVENTA COSI’ UN PARTECIPARGLI ME STESSO:

perché IL DONO NON UMILII L’ALTRO DEVO DARGLI non soltanto qualcosa di mio ma ME STESSO,   devo essere presente nel dono come persona.

Questo è il giusto modo di servire, perché rende l’operatore umile.

Non posizioni di superiorità di fronte all’altro ma di umiltà: la stessa umiltà radicale con cui Cristo ci ha redenti e ci aiuta.

Chi comprende questo ed è in grado di aiutare, riconosce che in questo modo viene aiutato anche lui. Non è suo merito o vanto è GRAZIA.

E’ il Signore che gliene fa dono.

E, se l’eccesso di bisogno si scontrerà con i limiti del proprio operare la tendenza allo scoramento si potrà placare con la consapevolezza che, in fondo, non si è altro che strumenti nelle mani del Signore. Liberi dalla presunzione di dover realizzare, da soli, il necessario miglioramento del mondo.

Dio governa il mondo e non noi.

Noi gli prestiamo il nostro servizio: per quello che possiamo con la forza di cui disponiamo.

L’esperienza della smisuratezza del bisogno può:

da un lato spingerci nell’ideologia che pretende di trovare ora, la soluzione universale di ogni problema;

dall’altro diventare tentazione all’inerzia derivata dall’impotenza che nulla possa essere realizzato.

In questa situazione, l’aiuto decisivo per restare sulla retta via arriva dal contatto vivo con Cristo. LA PREGHIERA diventa, in questo frangente un’urgenza del tutto concreta.

La pietà non indebolisce la lotta contro la povertà o la miseria del prossimo.

Madre Teresa, la beata Teresa di Calcutta è in fulgido esempio del fatto che il tempo dedicato a Dio nella preghiera non solo non nuoce all’efficacia e all’operosità dell’amore verso il prossimo, ma ne è in realtà l’inesauribile sorgente.

E’ venuto il momento di riaffermare L’importanza Della Preghiera davanti all’attivismo e all’incombente secolarismo di molti cristiani impegnati nel lavoro caritativo.

Il cristiano che prega cerca l’incontro col Padre di Cristo; gli chiede il conforto del suo Spirito in lui  e nella sua opera.

La familiarità col Dio personale e l’abbandono alla sua volontà salvano l’uomo dal degrado e dalla prigionia di dottrine fanatiche e terroristiche.

Un atteggiamento autenticamente religioso evita che l’uomo si erga a giudice di Dio.

Chi pretende di lottare contro Dio facendo leva sull’interesse dell’uomo, su chi potrà contare quando l’azione umana si dimostrerà impotente?

Certo Giobbe può lamentarsi di fronte a Dio per la sofferenza incomprensibile, e apparentemente ingiustificabile, presente nel mondo.

E, spesso, non ci è dato di conoscere il motivo per cui Dio trattiene il suo braccio invece d’intervenire.

Tuttavia Egli non ci impedisce di gridare, come Gesù in croce. Noi dovremmo rimanere con questa domanda di fronte al suo volto, in dialogo orante:

“Fino a quando esiterai ancora, Signore, tu che sei santo e verace?”

Ed è Sant’Agostino che dà, a questa nostra sofferenza la risposta della fede:

“ Se tu lo comprendi, allora non è Dio”.

Per il credente non è possibile pensare che Dio sia impotente, oppure che “stia dormendo”. E perfino il nostro gridare è il modo estremo e più profondo per affermare la nostra fede nella sua sovrana potestà.

Malgrado tutte le incomprensioni e confusioni del mondo circostante, I CRISTIANI CONTINUANO A CREDERE: NELLA BONTA’ DI DIO E NEL SUO AMORE PER GLI UOMINI.

Essi, pur immersi nella drammatica complessità della storia come gli altri uomini, RIMANGONO SALDI NELLA CERTEZZA CHE DIO E’ PADRE E CI AMA, anche se il suo silenzio rimane incomprensibile.

 

FEDE SPERANZA E CARITA’ vanno insieme.

La speranza si articola nella  virtù della  pazienza che non viene meno nel bene (neanche di fronte all’apparente insuccesso) e dell’umiltà (che accetta il mistero di Dio e si fida di Lui anche nell’oscurità).

La fede ci mostra Dio, che ha dato suo Figlio per noi; suscita in noi la sicura certezza che DIO E’ AMORE. Essa trasforma impazienza e dubbi nella sicura speranza che Dio tiene il mondo nelle sue mani, che nonostante ogni oscurità, Egli vince.

La fede, che prende coscienza dell’amore di Dio rivelatosi nel cuore trafitto di Gesù sulla croce, suscita a sua volta l’amore.

L’AMORE E’, in fondo, L’UNICA LUCE CHE RISCHIARA SEMPRE DI NUOVO UN MONDO BUIO E CI DA’ IL CORAGGIO DI VIVERE E DI AGIRE.

 

L’AMORE E’ POSSIBILE, E NOI SIAMO IN GRADO DI PRATICARLO PERCHE’ CREATI AD IMMAGINE DI DIO.

 

continua

 

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