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Domani si festeggia Ognissanti e il 2 novembre c’è la Commemorazione di tutti i Defunti.

Ognuno di noi ha qualcuno da ricordare.

Io auguro a tutti un ricordo sereno. Pacificato.

Una dolce speranza nel cuore.

Coloro che non ci sono più, non sono morti.

Semplicemente non sono più qui.

Non li vediamo, ma basta chiamarli con amore per sentirli accanto a noi.

Il sorriso di coloro che abbiamo amato brilla sempre nella nostra esistenza, come un faro nella notte. Non ci lascia mai soli con noi stessi.

Ecco, io vi auguro questo: Non dimenticate mai i vostri “morti”.

Le anime buone non interferiscono con noi , a meno che non chiediamo loro aiuto.

Non è un addio. E’ A Dio.

Non è per sempre. E’ A presto.

Ciò che ci spezza il cuore non è la lontananza ma la separazione.

Questo ci consola: Che l’amore non ci separa mai.

Il racconto che segue, trovato in un bel sito di matrice cristiana, lo condivido con i miei amici lettori, che mi scuseranno per la “seriosità” dell’argomento.

Quanto c’è di vero in esso! Ognuno sa e può rispondersi nella misura in cui sente “scontento”.

In giornate come queste, badiamo, per un attimo, di non essere “troppo” edonisti.

Cerchiamo in modo semplice, non acculturato, di comprendere e dare un significato più appagante alle parole “vivere, soddisfazione, star bene, serenità…”

A METÀ DELLA VITA

La stessa strada

Un uomo sulla cinquantina stava attraversando un momento particolare della sua vita. Si sentiva insoddisfatto di se stesso. Aveva tutto. Ma quando cercava, in solitudine, di fare i conti della sua vita non gli riusciva di essere veramente contento nel profondo del cuore. Ma non ne comprendeva il motivo. Si era confidato con gli amici, ma gli avevano risposto che un buon bicchiere di vino gli avrebbe fatto passare la malinconia. Lui non ne prese nemmeno un sorso perché sapeva che il risultato poteva essere solo di ubriacarsi senza nulla risolvere.

Un giorno, mentre era in giro per i suoi affari, gli capitò di passare per la stessa strada in cui si veniva a trovare Gesù di Nazareth. Ne aveva sentito parlare. Perché non chiedere a lui? Ecco allora che gli si avvicinò e Gesù lo accolse, tanto che a quell’uomo parve che Gesù stesse aspettando proprio lui e che non fosse passato di lì per caso.

Non s’attardò per riflettere su questo “evento fortuito” perché ora era il momento di esprimere il suo tormento.

E così si rivolse a Gesù: “Maestro! Aiutami a togliere questo tormento che mi rode. Ho cinquant’anni e ho avuto tutto dalla vita. Non mi sento diverso da tutti gli altri uomini, ma ho certamente avuto più fortuna. Anzi devo dire che Iddio mi ha benedetto tanto da concedermi tutto quello che ho. Attendo la vita eterna, ma vorrei essere più… come dire… contento di quella che sto vivendo nell’attesa… Non so se capisci cosa voglio dire… Insomma, sono insoddisfatto di me, c’è qualcosa che mi rode dentro ma per quanto abbia fatto per capirci qualcosa… niente da fare! Mi sono consigliato con gli amici, ma non mi sono stati di grande aiuto… Se puoi aiutarmi, ti prego fallo! Rendimi la gioia di questa vita perché io possa entrare nella vita eterna con questa gioia! Perché che senso avrebbe entrare nella vita eterna da tristi? Non vorrei fare torto al buon Dio dopo tutte le benedizioni che mi ha concesse. Cioè non vorrei mostrarmi ingrato con la mia tristezza….”.

Disse Gesù: “Segui i comandamenti che il Signore Iddio ha dato”.


“Maestro! – risprese l’uomo – ho sempre cercato di essere fedele a quanto Dio ha comandato. Sì, è vero, non sempre ci sono riuscito; tuttavia non ho vissuto male… almeno mi sembra che sia avvenuto così… Del resto la benedizione di Dio… non mi manca nulla… Ma non riesco ad essere contento, perché?”.


Disse Gesù: “Una sola cosa ti manca: vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi”.


I testimoni di quell’incontro tramandano che quell’uomo se ne andò triste perché era molto ricco.

Noi sappiamo che le sue ricchezze non erano solo frutto dell’oro e dell’argento. La risposta di Gesù era così semplice e chiara, ma appariva così paradossale a quell’uomo, il quale invece di dire: “tutto qui!” e di fare come Zaccheo, scelse di rimanere chiuso in se stesso a rimuginare che ancora una volta aveva ricevuto una risposta che non gli risolveva il problema e che il Maestro non era poi così saggio come si voleva far credere.

Le ultime parole

Ho riflettuto molto sull’incontro che ho avuto con Gesù di Nazareth, il Maestro. Sono passati ormai quasi quarant’anni. Sono stati anni d’inferno! Esteriormente la mia vita è trascorsa tra le agiatezze della ricchezza. Ma nel mio cuore mancava sempre qualcosa… Qualche tempo dopo aver lasciato Gesù, mi sono dato dello stupido un sacco di volte. Perché quando mi ha risposto che mi mancava una cosa sola e mi ha detto che cosa… me ne sono andato via triste…. ME NE SONO ANDATO VIA! Capite quanto sono stato stupido? Non avevo capito che cosa mi volesse esattamente dire il Maestro; e io, invece di chiedergli una spiegazione, me ne sono andato via! Come se il Maestro non fosse stato disponibile a spiegarmi…

Ho cercato di incontrarlo di nuovo, ma mi è stato impossibile.

Adesso sono qui, quasi novantenne, ad attendere quella vita eterna che mi sembra sfuggita tra le mani. L’avevo a disposizione. E non l’ho saputa cogliere. Cosa sarà di me?

Ho lasciato come testamento di distribuire le mie sostanza ai poveri. Ed è stato un dolore. Avrei potuto farlo prima, quarant’anni fa; e sarei stato felice! Ma vedevo le cose in un altro modo. Come sono stato stupido! Quello che potevo dare liberamente, oggi lo devo dare per forza! Da quel giorno l’amarezza è cresciuta nel mio cuore ed oggi che, mi rendo conto della mia stoltezza, sento che la misura è piena.

Ho immaginato tante volte di poter cambiare il corso degli eventi, di poter parlare di nuovo con Gesù. Ma tutto è stato inutile. E poi l’hanno messo in croce. Dicono che sia risorto, ma non l’ho incontrato nemmeno da risorto.

Lascio in eredità a chiunque vorrà leggere, la testimonianza del mio fallimento, della mia amarezza, della mia stupidità, della mia viltà. Perché se mai vi capitasse di incontrare Gesù o qualcuno dei suoi discepoli, non perdiate quell’occasione che vi viene offerta.

Sono le mie ultime parole. Che Iddio abbia pietà di me.

Hanno bussato alla mia porta. Apro e spero che sia la morte, così porrà fine alla mia triste vita. A colui che bussa aprirò e consegnerò questo scritto, la mia eredità. Il mio vero tesoro. Il mio incontro con Gesù.

Dalla testimonianza del primo che andò a soccorrere il morto

“Ho visto aprirsi la porta. L’uomo sembrava profondamente sorpreso, come se avesse ricevuto una visita inattesa. Teneva nella mano destra dei fogli e dava l’impressione di volerli consegnare a qualcuno che però non c’era. Ad un tratto ha gridato: ‘MAESTRO!’ e si è accasciato come se volesse adorare qualcuno… Sono immediatamente corso presso di lui, ma non c’era più niente da fare. Che Dio abbia pietà di lui”.

Padre Damiano Nazareth, 7 giugno 2006