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Il vestito giallo

Alfonsine aveva sette anni.

Guardò con trepidazione il calendario appeso al muro a fianco del suo letto.

Il 13 agosto era lì. Bello rosso (perché cadeva di domenica) e ben cerchiato grande con un pennarello rosso perché era il suo compleanno. Il giorno più importante dell’anno per lei.

Per un giorno tutto il mondo si sarebbe fermato, e incontrando Alfonsine per la strada, cedendole il passo avrebbe detto: “BUON COMPLEANNO ALFONSINE!!!”

La sua mamma le avrebbe preparato una splendida torta  a tre strati, decorata con fiocchi di candida  panna  montata, crema pasticcera  e uno strato spesso due dita di Nutella. Mamma non poteva fare una torta senza Nutella. Non sarebbe stato un Compleanno come si deve!!!

E non parliamo della festa. Palloncini colorati appesi alle pareti, al lampadario. Ci sarebbe stata una splendida festa. Sarebbero venuti a trovarla tutti i bambini del vicinato. Tutti avrebbero portato un dono bellissimo per lei. Poi avrebbe spento le candeline e ci sarebbero stati giochi e allegria per tutti.

Lei sarebbe stata la regina della festa. Tutti i suoi amici l’avrebbero invidiata.

Soprattutto le avrebbero invidiato la “sua” splendida bicicletta rossa che aveva visto nel negozio di giocattoli del paese.

Rosso fuoco, tutta cromata, con un campanello che a suonarlo faceva un delizioso “drin drin”.

Era entrata una volta, al ritorno da scuola, (di nascosto dai suoi) nel bellissimo negozio dove era esposta e aveva chiesto, educatamente, di poterla toccare.

Da quel giorno l’aveva sentita sua. E quando ci pensava, pensava alla “sua” Camilla (nome impresso sul telaio della bici).

 Era certa che tra i regali per la sua festa ci sarebbe stata “Camilla”. Quante volte aveva detto a mamma e papà cosa desiderava per il suo compleanno? Un milione? due milioni di volte?

Aveva cercato d’essere più brava di quanto normalmente le riuscisse; faceva i disegni più belli di tutta la sua classe, aveva vinto le ultime due gare di addizioni, e sparecchiava sempre la tavola.

Sentiva che sarebbe stata una giornata memorabile.

Erano le otto del mattino.

Gli altri giorni, a quell’ora, era già al lavoro: un disegno, qualche pensierino o qualche operazione, ma oggi era domenica (proprio come il giorno in cui era nata).

Assaporò come una vera delizia il piacere di potersi crogiolare nel suo comodo lettino, mentre fuori dalla finestra il sole splendeva in tutto il suo fulgore e gli uccelli disegnavano nell’azzurro geometrie imperscrutabili.

Tanto vedeva dalla sua finestra  e di quel tanto, di quel tutto, si sentiva regina.

Per un attimo fugace ebbe la sensazione che, ad uscir dal letto,  posando i piedi a terra, quell’incanto potesse svanire.

 

L’eccitazione del giorno di festa  spazzò ogni indugio.

Ciabattine ai piedi, nella sua fresca camiciola a fiori Alfonsine affrontò a cuor allegro il giorno del suo settimo compleanno: andò in cucina a far colazione.

Già in corridoio le venne incontro un fragrante profumino di biscotti appena sfornati e sul tavolo c’era un’invitante tazza di latte fumante profumata al cacao.

“Buon giorno mia cara. Tanti auguri di buon compleanno”, e dicendo questo la mamma di Alfonsine le andò in contro; l’abbracciò e la baciò teneramente.

“Ciao piccolina. Hai dormito bene?”

“si mamma”.

“Ti ho preparato quei dolcetti che ti piacciono tanto. Sei contenta?

“si mamma” .

Alfonsine si guardò intorno. Sul tavolo di cucina, in un angolo la mamma stava tirando col matterello la pasta per le lasagne al forno; sul fornello sobbolliva della carne in umido e sulla credenza c’era un coppa di cristallo colma di fragole fresche.

 

A un’occhiata rapida e furtiva, ma anche più lenta e circospetta, non si vedevano palloncini colorati  né torte a strati. Ecco, in realtà, in soggiorno c’era qual’cosa che attirò la sua attenzione: un festone, composto da variopinte lettere dell’alfabeto che diceva:   B U O N   C O M P L E A N N O  A L F O N S I N E .

Era teso ad arco nella parete di fronte alla porta e lo si poteva vedere chiaramente entrando in casa.

Era stato disegnato a mano e decorato a vivaci colori. Alfonsine lo trovò molto carino, ma non disse nulla. Non assomigliava per niente a quello che aveva visto a casa della sua amica Gisella, con tanti palloncini colorati l’inverno passato.

Fece colazione. I biscotti erano buonissimi e la razione di cacao nel latte doppia rispetto al solito.

Era tutto perfetto, o quasi. Non sapeva spiegarsi quel sottile malumore che aveva cominciato  a frullarle per la testa.

Forse la bicicletta l’avrebbe ricevuta con gli altri regali insieme alla torta?

Mamma, sebbene affettuosa e premurosa come sempre, sembrava assorta nei suoi pensieri. Da un po’ di tempo mamma era più seria e taciturna del solito ma Alfonsine non ci badò; non osò chiederle nulla e tornò in camera sua a prepararsi per andare a messa.

 

Lo vide aprendo l’armadio dei suoi vestiti.

Era un pacchetto di carta velina bianca con un nastro d’oro.

Il biglietto, confezionato a mano, conteneva poche parole:

“ Ad Alfonsine,

piccolo sole della mia vita,

con tutto l’amore che ho.

Buon Compleanno

Mamma” .

 

Con gentilezza, Alfonsine aprì l’involto.

Era un vestitino di mussola gialla con le maniche corte, a palloncino, con dei piccoli fiorellini ricamati sul bustino; la gonna arricciata in vita e vaporosa  sembrava la corolla di un tulipano.

Chissà se c’è uno scrittore, un pittore o un musicista capace di descrivere con la sua arte la delusione che si affacciò sul viso d’Alfonsine!!

Oh!! Il vestito era bello. Mamma era davvero brava a confezionarle vestiti. La più brava di tutte le mamme che conosceva.

Ma lei desiderava una bici. Sognava “la bici”. Non voleva nient’altro che una bici.

“Quella bici”.

Con malgarbo indossò l’abito, che le stava a pennello.

Anche il cappellino di paglia dell’altr’anno era stato rimodernato con delle piccole primule gialle e un candido nastro. Scarpe ne aveva un paio solo, di belle: quelle nere di vernice regalatele per Pasqua.

Così acconciata sembrava proprio una bambola.

Di quelle che una volta, le nostre nonne sedevano al centro del letto.

Era bellissima Alfonsine. Come lei stessa non si sarebbe mai vista. Con quel broncio che le oscurava lo sguardo e le arricciava la bocca vezzosa….

Quando fu pronta andò a salutare la mamma, in cucina.

“Vedo che hai trovato il tuo regalo. Ti piace?”

Alfonsine non ebbe cuore di mentirle e uscì di corsa da casa.

Mentre si recava in chiesa per la messa domenicale, passò accanto ad un campo di girasoli.

Pareva confabulassero tra loro.

“No, no ti dico. Ha un vestito bruttissimo, di un giallo pallidissimo. Così leggero e svolazzante. E quelle maniche poi!!! Un vero orrore. Come faranno certe bambine ad andare in giro vestite così!!!

Alfonsine capì che parlavano di lei e corse via, piena di vergogna.

Poco più avanti passò davanti ad un cancello. Nel giardino, in  una gabbia,  un piccolo canarino cantava: “Nessuno c’è più bel di me ed Alfonsine mai potrà la mia grazia imitar.”

Anche in questo caso la piccola Alfonsine, sentite queste parole, corse via  confusa e in lacrime.

E non ebbe miglior sorte passando accanto ad un campo di limoni (quel vestito è troppo giallo), a uno di meloni, attraversando un prato pieno di iris e bocche di leone.  Perfino un arbusto di sterlizie disse la sua.

(Il vestito era sempre troppo largo o troppo stretto, troppo lungo o troppo corto, troppo elegante o troppo comune).

Sconsolata e delusa, ancor più di quando era uscita da casa, Alfonsine si lasciò cadere su una panca di legno posta  accanto ad un rosaio, carico di…. rose gialle bellissime.

Era stanca. Ed arrabbiata. Infelice e scontenta oltre ogni dire.

Non avrebbe accettato una sola critica di più.

Seduta in silenzio, ad occhi chiusi, godeva dei caldi raggi del sole. Le mani, abbandonate in grembo, accarezzavano la setosa gonna gialla.

Le rose, prima sommessamente poi in modo sempre più ardito, cominciarono parlottare tra loro.

Alfonsine non voleva ascoltarle. Non avrebbe tollerato un’ulteriore critica.

La rosa gialla più grande, pareva protendersi verso di lei per osservarla.

“Si,si, ti dico. E’ seta… e della più pregiata. Guarda come scintilla sotto il sole…e il modello… veramente delizioso. Pare dipinto sul corpo. Non avevo mai visto nulla di più bello eccetto…il sole.

Alfonsine,  che non era sicura di aver capito bene, andò a specchiarsi nello stagno lì vicino.

Il sole le fece un largo sorriso e assentì dolcemente.

“Il tuo abito è bellissimo Alfonsine, perché la mano che lo cucì usò raggi di sole, dorati come pensieri d’amore, fili d’oro, sottili come i capelli di un angelo e lo ricamò di gioia di speranza e di dolcezza.”

Alfonsine non capì subito le parole dette dal sole. Ma le sembravano gentili e vere.

Nella voce non c’era invidia ma ammirazione! Guardò con stupore le mille scintille di luce dorata che si riflettevano nell’acqua.

 Adesso il suo vestito le sembrava bellissimo. Più lo guardava  e più le sembrava bello. Il più bello di tutti. Le sembrava il più bel regalo di compleanno  del mondo. Ed era suo.

Tornò a casa, di corsa. Corse come mai aveva fatto nella sua vita. Fino a restare senza fiato.

Non poteva aspettare. Aveva già tardato fin troppo. Abbracciò la mamma  con trasporto e baciandola sul viso le sussurrò:“Grazie per avermi vestito di sole e d’amore”.

La mamma capì. O forse fece finta di non capire. Nessuno lo saprà mai.

Ricambiò le tenere effusioni di Alfonsine e disse:

“Su su, presto, il pranzo è in tavola”.

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