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Sara cominciò a vestirsi con cura. Sapeva già cosa mettersi; la gonna bianca di cotone, la camicetta bianca, di viscosa, con il sottile filo di lamè. Le scarpe invece sarebbero state quelle blu, basse, con gli strass in oro sulla punta. Raccolse i capelli in un elegante chignon, e finì di prepararsi indossando un girocollo di perle e vaporizzandosi una nuvoletta di profumo.

Nell’ingresso, s’infilò la giacca blu, prese la borsa, e le chiavi della macchina.

Controllò nello specchio che tutto fosse in ordine. L’espressione del viso era stranamente serena, quasi sorridente, come non le capitava ormai da tanto tempo. Troppo tempo.

Mordicchiò delicatamente le labbra per arrossarle e pizzicò il viso per vivacizzare l’incarnato.

Non aveva cosmetici per stendere un velo di trucco. In fondo, non importava. Ora non più.

Con un pensiero improvviso tornò in camera da letto, prese la fotografia sul comodino e la baciò.

 “A presto, Amore mio”.

Fece un rapido giro per la casa, a controllare che tutto fosse in ordine.

Ecco, era pronta. Finalmente era tutto a posto. Tutto perfettamente a posto.

Prese il piccolo mazzo di rose rosse (mezza dozzina, era tutto quanto poteva permettersi) e spense la luce; chiusa a chiave la porta Sara scese le scale.

Lentamente, con quell’indolenza stanca di chi sta compiendo uno sforzo sovrumano per vivere.

Raggiunse a piedi la macchina, una Punto verde petrolio del ’96, parcheggiata ad un paio di isolati da casa.

Era settembre. Il diciassette di settembre. L’ultimo, per quello che la riguardava.

 Il sole, grazie all’ora legale, era ancora  piuttosto alto sull’orizzonte, e diffondeva una luce rosata che con ampie pennellate si stendeva nel cielo turchese.

Sara, troppo concentrata su se stessa e sui suoi pensieri per accorgersi di quel cielo magico, salì in macchina e mise in moto.

S’immise con naturalezza e senza fretta nel traffico che andava aumentando, dei rientri serali.

Quasi senza rendersene conto fu assorbita dalla guida della vettura; intrappolata nel serpentone di veicoli che si allontanava dalla città. Pareva che la macchina conoscesse la strada e procedesse autonomamente verso la destinazione finale.

Attraversata la rotatoria che occupava la grande piazza del paese e presa la statale che conduce verso Genova, Sara si rilassò.

Guidare, specialmente quando era sola, le piaceva. Le consentiva di pensare. Di parlare con se stessa e con Lui.

Veramente i Lui erano due.

Un Lui e un lui.

Il Lui con la elle maiuscola era proprio Lui: Dio.

Ecco, quando parlava con Dio le cose, per un po’ andavano bene. La macchina finiva inevitabilmente per fermarsi davanti alla salita che conduceva a San Nicolò e le gambe la portavano su su, fino all’ingresso della piccola chiesetta romanica in cima al promontorio.

Lì era facile pregare. Sedere nella fresca e silenziosa penombra profumata di oleandri e pregare.

Faceva così anche quando era una ragazzina e qualche dispiacere le attraversava il cuore. Per un po’ le cose parevano migliorare e riusciva anche a stare bene. Ma ora, da qualche tempo, non riusciva più a sopportare di convivere con quel dolore dilaniante che da oltre un anno, le squassava il petto.

Con Lui parlava di lui, (con la elle minuscola); ogni volta che la nostalgia diventava sofferenza o il dolore troppo intenso da reggere e da nascondere.

Con Lui aveva fatto tante belle chiacchiere e stabilito un patto. Aveva, come dire, fatto un accordo.

Il tempo era passato, inesorabile. Il dolore no. Il dolore era come sopito; ancora adesso le  bastava rivedere un’auto simile alla sua,  risentire un  certo profumo, rivedere un certo bar, perché il cuore balzasse in gola e un marasma incontenibile di emozioni inondasse l’anima, mai del tutto ferma. Quieta.

Aveva atteso. Aveva aspettato che la vita tornasse a scorrere sui binari consueti, in quel modo ordinario che conosceva, prima di lui.

Ora lo sapeva. Niente avrebbe più potuto essere come prima. Non voleva che tutto tornasse come prima. Prima di lui. Senza di lui.

Era giunto il momento di concludere l’accordo nei termini previsti.

Questa volta,  la macchina non aveva preso la via per San Nicolò.

Dopo aver attraversato un paio di paesi affacciati sul mare Sara aveva imboccato una delle tante provinciali che conducono nell’entroterra ligure.

Conosceva benissimo la strada, almeno per buona parte del tratto iniziale. Era la strada che faceva ogni giorno per andare al lavoro. Soltanto, una mezza dozzina di chilometri prima dell’arrivo, c’era un bivio. La strada, lasciato l’abitato, proseguiva tortuosa e piuttosto erta, costeggiata da alberi protesi sulla carreggiata. Qua e là case vecchie e nuove facevano capolino tra il verde o si affacciavano direttamente sulla via, ben allineate nei tratti stretti o più sparse e allargate nei tratti aperti. Sara provava un gran senso di pace ogni volta che si avventurava fin lassù con la sua auto.

I rumori cittadini erano lontani come un brutto sogno e il verde delle colline intorno pareva pacificarla col mondo circostante.

 

Il viaggio, iniziato nel traffico dell’ora di punta, durò poco meno di un’ora.

La vettura, seguendo l’ultimo cartello, evitò la piazza di un piccolo paese e seguendo la strada sterrata dietro la chiesa, giunse davanti ad un cancello socchiuso.

Sara parcheggiò, prese i fiori, smontò dalla macchina e la chiuse.

Cominciava appena ad imbrunire. Le ombre avevano preso ad allungarsi elegantemente sul vialetto ghiaioso.

Con delicatezza, ben attenta a non fare rumore, Sara spinse avanti il cancello, che si aprì.

Era arrivata. Si sentiva bene. Come anestetizzata dal dolore.

Serena come se fosse stata qualcun altro.

Costruito e cresciuto sopra una bassa collinetta arrotondata, il piccolo camposanto s’illuminava a quell’ora degli ultimi raggi di sole, e le cappellette edificate più in alto erano ancora in piena luce.

Con passi rapidi ma senza fretta apparente, Sara s’incamminò su per il viottolo. Non vide e non incontrò nessuno.

Si sentiva leggera. Quasi leggermente euforica. Ogni passo spinto avanti accelerava i battiti del suo cuore, e il respiro, reso affannoso dall’ansia soffocata, era ora più difficile.

Fu presto sulla cima, davanti al cancelletto in ferro battuto di un’elegante cappella ridipinta, da poco, di bianco.

Qualcuno aveva rimosso dal piccolo vaso di bronzo i vecchi fiori appassiti e li aveva sostituiti con un bel mazzo nuovo di fiori di seta impreziositi da delicate gocce di rugiada di silicone;

 lui non era ancora arrivato.

Controllò il battito del cuore; stava tornando al suo ritmo normale. Si ricompose brevemente, anche se, solo un lieve affanno, denunciava il timore ingiustificato di un ritardo.

“Strano che lui ritardi” disse tra sé “aspetterò”.

Con lo sguardo accarezzò le lastre marmoree che ricoprivano i tre lati all’interno della cappella.

Da un anno esatto, ogni diciassette del mese, al tramonto, Sara saliva al piccolo cimitero per incontrarsi con lui. Un appuntamento al quale non sapeva e non poteva rinunciare.

Tutto era incominciato (o finito?) una domenica pomeriggio di settembre, splendida di sole e di struggente malinconia; lui l’aveva lasciata. L’aveva lasciata per sempre. Sola. Disfatta nell’anima da un dolore lancinante che solo questi incontri clandestini riuscivano per un poco a lenire.

E, se è pur vero che la vita va avanti e non è un film, vivere senza un pezzo di cuore, senza un pezzo di anima, faceva un gran male.

Sara era forte. Era giovane. Chissà quanta gioia ancora, quanto amore era in serbo per lei.

In fondo, non ci credeva alle scene melodrammatiche dove l’eroina muore per amore.

Lei non era morta, ma le ferite… che dolore… che atroce sofferenza…

Continuare a vivere ogni giorno, andare avanti. Vivere ogni ora con quel buco nello stomaco, quella voragine che si era aperta e dove un verme gigantesco rodeva e rodeva senza posa.

Poi, lui, era tornato. Sempre di notte. Quando le notti erano un inferno da attraversare e la follia pareva pronta a ghermirle il senno, veniva e l’abbracciava. La teneva stretta stretta tra le braccia e la consolava. Le parlava d’amore. Di un amore che non sarebbe mai finito. Che andava oltre i confini noti della vita umana. Di un amore così bello e grande che non vuole dolore in cambio, ma solo altro amore, e ancora, ancora, per tutti quelli che ci stanno intorno…

Lentamente Sara era risalita dall’abisso. Aveva ricominciato a respirare, a camminare, a vivere; ma amare … amare no. Forse rispetto al passato era diventata più gentile e disponibile, più disposta ad aiutare gli altri, ma l’amore era un’altra cosa.  Si sentiva morta per l’amore; un vaso rotto che non poteva più contenere nulla; una brocca da cui nessuno avrebbe più potuto bere.

Sara aveva consumato ogni lacrima; si era rassegnata a quel dolore immane che solo l’ombra di una chiesa e la dedizione alla Madonna avevano, in piccola parte, attenuato.

E quando lui non era più venuto a trovare lei nella solitudine delle sue notti, lei aveva cominciato ad andare a quegli strani appuntamenti.

All’inizio, lui era puntuale; la prima volta lo aveva trovato ad aspettarla in piedi, all’ingresso del cimitero. L’aveva abbracciata così forte che il cuore ava perso qualche colpo e si era sentita mancare. Poi, via via, il punto d’incontro si era spostato sempre più vicino all’ingresso della cappella. L’ultima volta lui era già lì, seduto sugli scalini, davanti alla cappella. L’aspettava.

L’aveva abbracciata, consolata. Amata. Amata come se fosse per l’ultima volta.

Con una passione sconosciuta e pericolosa che l’aveva turbata. Il desiderio di vivere aveva tremato sotto i colpi inferti dalla nostalgia. Un desiderio di finirla per sempre con quella sofferenza si era ridestato nel suo piccolo cuore di donna, provato e fragile.

 Lenito il dolore ma non cancellato. Sopportato fino a lì ma non dimenticato. Accettato ma indimenticabile.

“Vicini, amore mio,  fino a quando non sarai di nuovo pronta a vivere e ad amare”.

Ecco, il tempo stabilito era giunto; lui sarebbe venuto un’ultima volta. A prenderla questa volta, e a portarla via con sè, per sempre.

Sara si sorprese a pensare che in fondo era stata brava, capace di resistere  a tanto dolore solo in virtù di quella promessa che, ancora, dopo due anni, la teneva in vita. Una presa d’ossigeno che l’aveva retta in piedi senza un vero e proprio motivo con una forza che si credeva insospettata.

 

Ad un tratto si accorse di non essere più sola.

Più in basso, davanti ad una piccola tomba interrata una vecchia stava sistemando dei fiori e la ripuliva da erbacce invisibili. L’aveva vista altre volte e in un paio di occasioni si erano  anche salutate. Avrebbe dovuto aspettare che se ne andasse. Forse nel frattempo, lui sarebbe arrivato.

Guardò l’orologio. Erano le otto. Dal campanile della chiesa le campane cominciarono a suonare con una forza inattesa scuotendo il silenzio del luogo e dell’ora.

“Perché non viene?” s’interrogò Sara, spaventata da quell’inusuale ritardo.

Cominciò a sentir crescere dentro un’ansia incontrollata che in pochi attimi si trasformò in timore.

Timore che lui non venisse. Non venisse più da lei.

 Le mani tremavano quando aprì il cancelletto per entrare nella cappella.

Le ombre impercettibilmente erano giunte a sfiorarla, sorprendendola nei suoi pensieri, con un brivido. Depose i fiori proprio sotto la grande lastra incisa alla sua sinistra…

Lui era lì…era sempre stato lì… pareva sorriderle…quasi volesse abbracciarla, col suo sorriso.

 

Sara estrasse dalla borsa un piccolo flacone di pastiglie. Non avrebbe neppure dovuto prenderle tutte. Se era ben documentata, il sonno l’avrebbe presa in pochi minuti e…

La sua ombra, ormai svaporata nelle ombre della sera, si distese sottile sul marmo bianco del pavimento. Bastava poco. Anche lei si sarebbe stesa lì… ad aspettare…

 

“Signorina, signorina, aiuto, venga La prego…”

La vecchia era caduta a terra; forse inciampando nei sassi che delimitavano una tomba vicina.

La sua voce stridula e quasi soffocata si sentiva appena ma non tanto da poter essere ignorata.

“Aiuto, aiuto…”.

Sara si ridestò come da un sogno. Si segnò la fronte ed uscì.

“Torno dopo, Amore mio”.

Scese in fretta le scalette che portavano in basso e raggiunse la donna che, dopo averla vista, aveva smesso di gridare. Era una lieve slogatura. Dopo aver tranquillizzato l’anziana donna e fasciata sommariamente la caviglia, Sara si offrì di accompagnarla a casa.

Durante il tragitto, breve per la verità, nessuna delle due parlò.

A casa, la vecchia le offrì una tazza di caffé caldo. Le parlò del marito, che andava a trovare lì, nel piccolo camposanto, da oltre quarant’anni.  Le parlò di sé. Della sua vita e dei suoi dolori. Dell’amore e della morte, ma soprattutto dell’amore.

E lei pure si raccontò. Finalmente condivise il suo dolore. Spezzò l’isolamento, e il silenzio. 

 La dolce dedizione della donna, la struggente nostalgia nella sua voce scesero come un balsamo nel suo cuore impietrito.

Si sentì abbracciata. Consolata. Amata. Non più sola. E per la prima volta, da tanto tempo, pacificata col mondo e con Lui.

Mentre l’accompagnava alla porta, zoppicando, con una voce suadente, colma di significati sottintesi, ma non espressi, l’anziana donna le disse:

“Ora che sai dove abito, tornerai a trovarmi, Sara?”.

Sara non rispose subito. Non credeva di aver capito bene.

La colata di cemento che avvinghiava il suo cuore si era appena scalfita con quella dolcezza.

Era appena stata incrinata da tutto quell’amore.

Ma bastava per piangere. Per sgretolare tutto il muro.

Per sperare ancora.

Per credere che la Vita potesse essere ancora bella.  E piena di gioia, d’amore: da dare e da ricevere. Anche per lei.

Non doveva necessariamente essere una vita facile. 

Sarebbe stato sufficiente amare.

Aveva capito il messaggio. Ricevuto il dono.

E la promessa… Adesso era adempiuta.

Restituire tutt’intorno l’amore che aveva ricevuto e non custodirlo come un diamante in cassaforte.

Riflettere la luce come uno specchio e non riporla in uno scrigno, di piombo, come il suo cuore.

Amare affinché l’amore crescesse e si spandesse tutt’intorno.

“Si, tornerò la settimana prossima”.

Prima di separarsi le due donne si abbracciarono e si baciarono.

Il cielo era trapuntato di stelle adesso, e le luci dei lampioni illuminavano fiocamente la strada.

Sara alzò gli occhi nella notte e si sorprese con un sorriso di gratitudine nel cuore.

Era venuto, anche per lei, il tempo di tornare a vivere ed amare.