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IL CANNELLA 

 

In paese lo conoscevano tutti come il Cannella; in virtù del fatto che lui, suo padre prima di lui, suo nonno e il suo bisnonno avevano, in passato, tratto grandi profitti dal commercio  di  spezie e granaglie.

Col tempo e col lavoro, la bottega si era ingrandita.

Il vecchio capannone, da area di transito, era diventato deposito di varie merci che col passare del tempo avevano trovato una loro collocazione di stoccaggio e di commercio.

Le pareti col tetto in lamiera erano diventate col passare degli anni, un’austera costruzione un po’ tetra e greve di un odore forte, sprigionato dall’accozzaglia delle merci che, senza troppo riguardo, vi erano ammucchiate.

L’odore dei detersivi si mescolava a quello delle sementi e l’aroma stantio dei formaggi e dei salumi a quello penetrante del pesce salato o secco appeso dietro al bancone.

La vecchia licenza consentiva di vendere di tutto: dai detergenti agli attrezzi da lavoro; alimentari d’ogni genere, sfusi e in scatola, alcolici, ferramenta e cartoleria…

Se ti serviva qualcosa e non sapevi come procurartela bastava andare dal Cannella: la trovavi da lui o lui te l’avrebbe procurata nel minor tempo possibile.

Sua madre era morta di parto, quando lui aveva appena dieci anni e suo padre si era gettato a capofitto nel lavoro per superare il dolore della vedovanza.

Superamento che non ci fu mai e che gli tolse per sempre il sorriso.

In quanto a lui, aveva cominciato a lavorare con suo padre fin da, quando era ancora un ragazzino, e nella sua vita non aveva conosciuto altro che il lavoro di bottega.

Da sempre, le luci della loro casa erano le prime accese in paese e la loro bottega era l’ultima a chiudere, la sera.

Bisognava controllare che tutto fosse in ordine, tenere i libri contabili, riordinare la merce …

Poi suo padre era morto, quando lui aveva poco più di trent’anni; e il lavoro, unico pane che conoscesse, lo aveva dapprima distolto da ogni altro interesse possibile e poi trascinato in un vortice da cui tutto il resto era rimasto escluso.

Da allora, il Cannella si era come bloccato nel tempo.

Pareva non essere molto invecchiato e, se si esclude una precoce calvizie, la somiglianza col padre si era col tempo, accentuata.

Ora doveva fare tutto da solo, perché si sa, degli altri non ci si può mai fidare…

Un bel giorno, infine, aveva dovuto arrendersi e decidersi a prendere una ragazza per farsi aiutare in negozio.

Con il passare degli anni, la spilorceria era diventata avarizia e la sua naturale riservatezza lo aveva trasformato in un uomo ombroso e taciturno.

A guardarlo ora, ti sembrava di averlo sempre visto così; piuttosto basso e pelato, tracagnotto d’aspetto e pallido. Perfino l’abbigliamento era sempre lo stesso: i pantaloni di grisaglia, un maglione con lo scollo a V da cui usciva il colletto di una camicia che non era mai stata veramente bianca.

Della sua bottega conosceva a memoria tutti i prodotti: dov’erano di posto, la qualità e la convenienza. I costi.

Comprare e vendere era tutto quello che sapeva fare. E lo sapeva fare bene.

Circolava voce che fosse ricchissimo. Neppure lui sapeva quanto. Il lavoro e l’abnorme dedizione ad esso lo avevano, col tempo, isolato in un mondo tutto suo, dove non c’era spazio per nient’altro.

 L’abilità mercantile lo aveva reso noto, ma non simpatico, a tutto il circondario.

Si diceva che neppure gli inquilini delle sue case si “conoscessero” tra loro.

Come capita a molti, se non a tutti, alla fine, anche al Cannella capitò un giorno di fermarsi a pensare.

Pensare e riflettere. Sulla vita il generale e su di sé in particolare.

Come se fosse una cosa che notava solo allora, per la prima volta, si rese conto di essere solo. Di essere sempre stato solo.

Non aveva parenti o amici. E i pochi conoscenti con i quali aveva intrecciato dei rapporti, si rese conto, lo facevano solo per lavoro. A ben pensarci, TUTTI quelli con cui parlava, lo facevano per lavoro.

Ma una cosa, sopra ogni altra, lo tormentò e gli tolse il sonno.

Tutti i suoi beni. Le case (con gli affitti) e il negozio… gli affari …il lavoro…

A chi avrebbe lasciato tutto quel bendiddio?  Bisognava fare qualcosa.

Non era più giovane e, c’era poco da fare…

Anzi. No. Fare qualcosa si poteva.

Il pensiero abbozzato, fulmineo, non fu elaborato troppo a lungo.

Così, all’alba dei quarantotto anni, preso il coraggio a due mani, chiese alla sua piccola e grigia commessa se voleva sposarlo.

Non so come vanno queste cose, in genere; sta di fatto che la piccola Caterina divenne la signora “Cannella”.

I preparativi delle nozze furono ridotti all’essenziale.

Non si parlò di confetti né di bomboniere, né di ricevimenti o lune di miele.

Il matrimonio fu celebrato in stretto riserbo: né fiori, né lacrime. Il pranzo, sobrio ma raffinato, fu quasi necessariamente organizzato a beneficio esclusivo dei parenti della sposa, visto che lo sposo dovette pregare uno dei suoi fornitori affinché gli facesse da testimone. Non si parlò di viaggio di nozze.

L’arredamento della casa subì alcune lievi modifiche, in riguardo alle mutate condizioni di stato civile del padrone di casa; per il resto tutto rimase come prima. Subito Caterina rimase incinta. Da subito il Cannella si premurò che lei avesse le cure migliori, le migliori attenzioni, ogni cosa desiderasse…

Aspettava il SUO bambino. IL SUO erede.

Niente era abbastanza bello, abbastanza grande, abbastanza… per SUO figlio.

Caterina non tornò più al negozio. Almeno, non per lavorare.

Si dedicò anima e corpo al bambino che portava in grembo, con tutta la dedizione di cui era e si sentiva capace.

 Dopo averla ingravidata, il Cannella non giacque più con lei.

Ritornato di nuovo solo nella gestione del negozio, spesso non tornava neppure a casa per dormire, accontentandosi di riposare, durante la notte, qualche ora, su una branda sistemata nel retro.

Il lavoro era andato progressivamente aumentando e adesso c’erano due ragazzetti che venivano al negozio per aiutarlo, ma per il Cannella la fatica pareva non esistere.

L’attesa della nascita del figlio gli aveva infuso un nuovo spirito vitale.

La sua mente non aveva più smesso di fantasticare sul futuro. Si vedeva insieme al suo ragazzo a discutere sul prezzo dei prosciutti all’ingrosso o sulle nuove tecniche di gestione del commercio al dettaglio.

 

Il piccolo nacque in una fredda mattina di gennaio e fu battezzato col nome di Giovanni.

Era sano. E bellissimo. Biondo, con gli occhi blu.

Il Cannella parve impazzire, per suo figlio.

Vedeva la sua vita già scritta a lettere d’oro. Tutto era già deciso, stabilito.

Caterina, come mamma, lo educò quanto meglio riuscì; e quando fu il momento, furono scelte le scuole più prestigiose, perché niente doveva essere lasciato al caso.

 

Il ragazzo era di buona pasta. Gentile, garbato, educatissimo. Quando gli impegni scolastici glielo consentivano andava ad aiutare il padre in bottega e il Cannella era entusiasta di lui.
Vedeva lentamente realizzarsi il suo sogno. Tutto per quel figlio, che avrebbe perpetrato il suo nome e raccolto il suo lavoro.

Per il lavoro aveva sacrificato la gioventù, gli affetti, la vita intera.

Ora, stanco e provato nel fisico e nell’anima si preparava ad affrontare quell’ultima battaglia della sua esistenza chiamata vecchiaia.

Come sempre aveva fatto in passato, la sua mente cominciò ad elaborare e pianificare il futuro, affinché tutto fosse pronto per quando suo figlio sarebbe tornato a casa definitivamente.

Durante gli anni d’università di Giovanni, il Cannella fu occupato in uno sforzo sovrumano: l’acquisto e l’allestimento di una grande area commerciale che avrebbe visto riunite tutte le sue  attività di compra-vendita.

Aveva per lui una sorpresa che gli avrebbe tolto il fiato.

Non molto lontano dal vecchio negozio familiare, destinato a tornare magazzino di stoccaggio delle merci, era sorto un piccolo centro commerciale comprendente una ventina di negozi di cui una mezza dozzina era già stata aperta al pubblico.

Tutto nuovo, moderno e funzionale. Un piccolo paradiso in espansione che avrebbe reso il Cannella l’uomo più ricco della regione (nel caso non lo fosse gia!!)  e suo figlio il miglior partito della zona per le ragazze da marito.

Venne l’estate.

Ai primi di luglio Giovanni discusse la tesi di laurea e si laureò brillantemente collocandosi tra i migliori del suo corso.

Tornò a casa dal college alcuni giorni dopo quest’evento, una sera.

Era un giovane alto, biondo-rossiccio, con uno sguardo intenso e sognatore.

Caterina lo trovò bellissimo; appena un po’ smagrito e affilato nel volto, con gli abiti leggeri quasi grandi per il suo fisico allampanato ma raffinato nei modi e nel portamento.

Aveva l’aspetto un poco stanco e sciupato, probabilmente dovuto al troppo studio degli ultimi mesi, ma nel complesso sembrava tutto a posto.

Il Cannella fremeva dall’emozione per il ritorno di suo figlio.

Non vedeva l’ora di mostrargli tutto ciò che aveva creato per lui.

Voleva fargli vedere quanto era stato bravo, quanto aveva lavorato, quanti sacrifici aveva fatto fino ad allora, per lui.

Aspettava l’occasione buona per accompagnarlo al centro commerciale e mostrargli ogni cosa. Gli avrebbe insegnato tutto quanto per bene.

Adesso, finalmente, poteva stare col suo ragazzo.

Il suo ragazzo; era un uomo ormai.

Un pensiero lo attraversò.

Come se un velo si fosse squarciato improvvisamente, si vide nello specchio del tempo e restò fulminato.

Era improvvisamente (?) diventato un vecchio malato e stanco, che si teneva in piedi, retto soltanto da un unico, importante pensiero: tramandare al figlio ogni suo bene e ogni sua ricchezza.

Quell’unico pensiero aveva guidato, vincolato, ogni altro pensiero, ogni altra scelta nella sua vita.

Per un breve istante l’ansia gli tenne il cuore, poi com’era venuto, quel pensiero l’abbandonò.

Non lo sfiorò neppure la piccola idea di quanto non fosse stato padre.

Di quanto poco conoscesse suo figlio e sapesse di lui…

Di quanta vita gli era scivolata tra le mani, mentre era accecato da quel pensiero…

 

Qualche giorno dopo il suo arrivo, Giovanni chiese al padre un colloquio.

Era luglio. Una splendida giornata di sole, lucida e brillante di luce come lo sono spesso quelle che seguono un temporale notturno.

Il Cannella non avrebbe mai più dimenticato quel giorno.

“Papà devo parlarti” esordì Giovanni, quando si ritrovarono in cucina, per la frugale colazione mattutina.

“Va bene, ma non ora. Facciamo a pranzo…”

“Papà” continuò Giovanni, esitante ma non intenzionato a lasciar cadere il discorso “ci ho pensato molto… e ho deciso…”.

Il Cannella si fermò impietrito. Colpito dal tono grave e sicuro della voce, per un attimo fu come se la sua mente non volesse ascoltare ciò che suo figlio stava per dirgli.

“A settembre entrerò in seminario. E’ da molto tempo che ci penso.

Voglio farmi prete. E’ l’unica cosa che veramente desidero con tutto il cuore…”

Non gli aveva chiesto nulla. Aveva deciso. Deciso da solo e basta.

Il Cannella non trovò parole.

Si limitò a balbettare: “A… a… me non pensi?”, mentre la sua mente si affastellava, ora, di pensieri mai pensati che avrebbero potuto dargli quella risposta prima che le labbra di Giovanni si muovessero.

 Il silenzio non durò a lungo. Quando suo figlio parlò seppe di averlo perduto per sempre:

“Amo Dio, di più”.