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Tre giorni dopo quella fatidica domenica, Lara aveva ricevuto una lettera.

La lettera che ora teneva tra le mani.

Era stata scritta con una stilografica blu di china. La grafia era incerta e tremolante ma conservava l’elegante inclinazione verso destra della grafia sulla busta. Provò impercettibilmente le stesse emozioni di allora. Attese che il cuore si fosse calmato e con le mani un poco tremanti per l’agitazione spiegò il foglio davanti a sè.

  Era datata

“ Genova 25 settembre 1990”

  Il giorno dopo quel loro incontro.

  “Amore mio dolcissimo,

ho pensato e ripensato tutta la notte a quanto ci siamo detti  ieri e, come sempre, hai ragione tu.

Devo essere coerente con me stesso e fare la scelta giusta.

Devo dirglielo che non la amo più; che ormai è diventato davvero troppo difficile continuare a vivere nelle bugie e nell’indifferenza.

Non mi ero neppure accorto della trincea che ho scavato intorno a me e che mi ha trasformato in un giocattolo dal cuore di latta.

Dovevi essere tu con la tua schiettezza e la tua sincerità a svegliarmi da questa trance in cui sto vivendo.

Mentre ti scrivo sono sul treno diretto a Bologna.

Per prima cosa ho deciso di tornare a casa dai miei, per qualche giorno.

Ho bisogno di pace e serenità prima di decidere come e quando dirglielo.

Non posso più tacere a Sandra di noi, ma mi preme, più d’ogni altra cosa che sappia la verità vera.

Non voglio ferirla. E non voglio ferire neppure te, amore mio. Soprattutto te. Perché sei tu che mi hai fatto capire cos’è veramente l’amore. Che me l’hai fatto vivere fino a farmi diventare l’uomo che sono. Tu hai ricolmato la voragine che mi separava dalla voglia di vivere e di gioire.

A te sola devo questa “risurrezione”dall’inedia che mi stava divorando.

Pochi giorni amore mio. Poi sarà tutto più facile per noi.

Hai già parlato ai tuoi, di me?

Se hai timori per questo, aspetta il mio ritorno. Sono certo che insieme riusciremo a vincere le loro resistenze.

Mi sento un altro. Ho una montagna di progetti per noi due…

Vedrai, Sandra mi lascerà andare, … la convincerò… non le serve a nulla un uomo che non la ama…, sento che avremo anche noi la nostra felicità…”

(Le parole in questo punto erano leggermente slavate).

Scusa la scrittura incerta, forse per le vibrazioni del treno o forse è per la vista, annebbiata dalla febbre.

Ho freddo, ma il pensiero di te mi infonde una carica nuova

Aspettami. Ti chiamo appena va un po’ meglio.

Ti amo

Cori

 

P:s. Ci sono volute tre ore e mezza per scrivere questa lettera. Mentre il treno entra in stazione ho un sussulto. Il pensiero che tornerò a vivere dopo questo limbo mi rende invincibile.

Ti amo, ti amo e ti amo. Non smetterò mai di amarti. Non in questa vita.

Tuo e tuo per sempre

Cori

 

Il cuore, stretto in un pugno per quel ricordo così intenso e violento, parve essersi fermato.

 

Nella stessa busta c’era un altro foglio, conservato insieme per comodità.

 Una seconda lettera inviata pochi giorni dopo la prima. Più breve.

Era stata vergata con la stessa stilografica, ma la grafia era notevolmente più tremolante e incerta.

Proveniva da Genova e recava la data del 4 ottobre.

 

Genova, 4 ottobre 1990

Lara, amore mio per sempre.

Sono prostrato. Annientato. Mi sento come morto.

Mi odio per questo dolore che t’impongo.

Di più. Perché adesso che avevo imparato ad amare, da te, è a te che faccio il male più grande.

Non parlerò con Sandra. Non posso più farlo. Tre giorni fa sono tornato a casa, a Genova.

Lei non c’era. E’ stata ricoverata in ospedale, d’urgenza, per una minaccia d’aborto.

E’ incinta di tre mesi. E non mi aveva detto nulla. Voleva essere sicura. Voleva farmi una sorpresa. Bè, c’è riuscita.

Dopo dieci anni, capisci? Lo sapeva, lo sentiva, che stavo per lasciarla. . Ma ora non posso più.

Non ne voleva, lei, di bambini. “Per la carriera.” diceva.

Perdonami Lara. Perdonami se sono un vigliacco, se non ho il coraggio di scegliere la via più difficile. Lui avrà bisogno di me e quando questo avverrà, io ci sarò”.

La parola lui era vistosamente sottolineata. Quelle linee marcavano definitivamente il confine invalicabile tra lei e Cori.

“Nella mia follia è l’angelo che mi salverà dal commettere qualcosa d’irreparabile.

Lara, amore mio,

ho tanto desiderato essere io l’uomo che aspetterai la sera a cena, che terrai tra le braccia, che amerai…Che non potrà fare a meno di amarti come ti amo io, ora.

Avrei tanto desiderato che quel bambino fosse tuo. Nostro.

Dopo quello che è accaduto mi sento rassegnato. Spento. I miei occhi non vedono che tenebre. Dopo il tuo sole sono come  accecato. Forse mio figlio potrà riportarmi quella luce di speranza  che sento estinta dentro di me.

Le parole si confondono nella mente e tutto pare un incubo angosciante.

Dimenticami piccola, anche se io non potrò farlo e… sii felice.

Immagino il tuo volto, tra le lacrime che non riesco trattenere. Che non voglio trattenere.

 Sfioro con le dita il tuo piccolo neo che doveva essere il punto fermo della mia nuova vita, ed è il sigillo della mia sconfitta.

E’ tornata la febbre e deliro.

In questo momento riesco solo a pensare a due cose che mi uccidono di dolore:

L’idea che non ti vedrò mai  più e il tuo disprezzo.

Abbi pietà di me.

Tuo per sempre e solo tuo

Cori”.

La lettera era spiegazzata, con delle sbavature d’inchiostro.

 Pareva aver attraversato una guerra. Una lotta. Persa, non senza lividi.

Lara ripensò ad allora.

Era passato veramente molto tempo. Una vita, quasi.

Non aveva mai più visto Cori.

In tutto quel tempo mai una telefonata, una lettera, un biglietto. Nulla.

Fu come inghiottito nel nulla da cui era venuto.

Qualche volta, Lara, ebbe l’impressione di vederlo da lontano o di riconoscere la sua auto, ma fu tutto. Cori non tornò più da lei.

Ci vollero tre anni, prima che Lara tornasse a prendere in considerazione l’idea di innamorarsi. Di donarsi di nuovo.

Cori era lì. Come il neo sulla sua faccia.

Era entrato dentro di lei nel modo più dolce e struggente che esiste: col sacrificio di sé.

 

 

Il sole era veramente splendido. Lara sarebbe riuscita a finire il lavoro intrapreso prima di sera.

Ripiegò i due fogli con religiosa cura e li rimise nella busta azzurra.

Si asciugò il viso e sospirò.

“Povero Cori, amore mio infelice. Non avevo nulla da perdonarti.

Non c’era nessun disprezzo. Solo tanto, tanto dolore.

Ma io ho avuto Franco in dono. Tu, tu amore mio, hai avuto il tuo?

Non c’era una risposta. Solo una piccola spina confitta nel cuore.

 

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