Dal Matto al Mondo: Il Mondo

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Ciao a tutti. Oggi è il mio onomastico. E per una volta sono io a fare un regalo. La mia storia… infinita.

Con Il Mondo, finiscono le carte dei Tarocchi più nobilmente conosciuti come Arcani maggiori. Chissà quali altre storie avrebbero potuto nascere dal loro rimescolamento. Dalla loro lettura. Questa è solo una delle tante. La mia.

21. Il Mondo

021 Il Mondo

Venerdì, 31 dicembre 2010 ore 22.00

 La Blu Sky Tower era una torre di vetro e acciaio al centro del cuore economico e finanziario della città. Come un pugnale di cristallo, con l’elsa stretta dalle dita del Parco Michelangelo, svettava verso il cielo, scintillando al sole del giorno.

Nella cuspide di quel pugnale, il World, una gemma di luce visibile da ogni punto della città, faro mondano di raffinata eleganza; un complesso per meeting e convention dotato di un prestigioso ristorante e di una sontuosa sala da ballo.

In occasione di grandi eventi e, sempre, a Capodanno, le grandi pareti divisorie tra il ristorante e la sala venivano aperte e abilmente occultate, per dilatare l’ambiente.

Dalle sue vetrate a parete lo sguardo poteva espandersi sulla città e spaziare lontano sull’orizzonte mentre il soffitto blu notte, illuminato a led, pareva una volta stellata.

Il contrasto cromatico con il lucido pavimento di marmo bianco era ripreso dai tavoli, ricoperti di broccato di seta e apparecchiati per sei e dalle poltroncine in pelle.

I bianchi e i blu si rincorrevano nei tendaggi, negli arredi e nelle decorazioni con delicata sobrietà. Solo l’imponente abete, collocato a lato del palco per gli orchestrali, era un trionfo multicolore.

Com’era tradizione, poco prima di mezzanotte i lussuosi lampadari del salone sarebbero stati spenti per far luccicare il Cielo del World, enfatizzando lo spettacolo pirotecnico all’aperto.

Fin dalle 19 l’orchestra aveva cominciato a suonare per intrattenere i primi ospiti: alcuni seduti ai tavoli o al bar per due chiacchiere e un drink , altri in pista per un giro di danza.

Gli operatori di ONE FORCE TV, in sala da tutto il pomeriggio, erano pronti per l’inizio del collegamento. Per una notte, il World diventava un prestigioso studio televisivo collegato in diretta con il Palco del Michelangelo.

La piazza, per quanto possibile ripulita dalla neve, si stava riempiendo di giovani esultanti e chiassosi. Fin dal tardo pomeriggio artisti e gruppi musicali avevano riempito di allegria e gioioso rumore il parco e ogni angolo di città nelle vicinanze, mentre lì, al World, era prevista, per le dieci, e dopo mezzanotte l’esibizione di una soprano di fama internazionale. Una pregevole orchestra avrebbe intrattenuto i commensali per il resto della serata con un sound classico e tranquillo.

La serata televisiva era stata accuratamente programmata.

Alle 20 e 45, durante le news, c’era stata una triangolazione con gli studi televisivi e una prima, breve, esibizione della stella della serata, la soprano Katarina Vertova.

Alle nove, con l’inizio delle trasmissioni, il presentatore  avrebbe aperto il collegamento e passato la linea alla piazza, in attesa della performance di Katarina Vertova, prevista per le dieci. Alle undici la trasmissione sarebbe tornata  in piazza, per portare, attraverso il video, la festa popolare in ogni casa e consentire la massima condivisione di quell’evento planetario legato al passaggio all’anno nuovo.

Allo scoccare della mezzanotte, un grande spettacolo di fuochi d’artificio con brindisi collettivo e scambio d’auguri avrebbe traghettato quell’angolo di umanità e tutte le sue aspettative in un nuovo futuro.

Poi la festa avrebbe proseguito fino all’alba, instancabile.

Come da scaletta, alle nove era iniziato il programma. Non appena il presentatore aveva dato la linea al Parco, con simpatica invadenza le telecamere di ONE FORCE TV avevano cominciato a filmare la serata. L’orchestra aveva ripreso a suonare, soverchiando di poco il brusio dei commensali piacevolmente intenti alla cena.

Al tavolo di William Blakestone, accompagnato da Barbara B. Clarck, c’erano Tony Farrell con Sabine Lock e  il regista Simon Stern con la moglie. Si respirava un’atmosfera euforica. I successi degli ultimi mesi avevano aumentato gli inserzionisti e alzato in modo soddisfacente lo share. C’era molto su cui lavorare, ma le premesse erano davvero incoraggianti.

Alexander Maxin, piuttosto distratto, cenava in silenzio, mentre la moglie, Elenoire von Tellinger-Kruger, conversava amabilmente con l’amica Faith.

Lo sguardo di Elenoire si era spinto varie volte verso l’entrata, con la speranza sempre più fievole di veder arrivare il figlio. Tuttavia, quando le fu chiaro che Shon non sarebbe venuto si rilassò e prese a godersi la serata.

Alexander, inquieto, cercava invano lo sguardo di Brenda, in attesa di un cenno che non veniva, mentre quest’ultima, perfettamente a suo agio, pareva divertirsi molto al tavolo di Dominique Sandèr.

La voce di Brenda, alta e roca, in contrasto con quella più acuta delle compagne, lo trafiggeva di desiderio, instillandogli una smania sottile e pulsante. La sua vistosa e inequivocabile presenza lo eccitava e al contempo lo innervosiva.

In un tavolo vicino alle vetrate, insieme ad altri ospiti con cui condividere la serata, Paul Flannery e Xavier Crocette si stavano divertendo e ridevano con gusto.

Alle dieci, il presentatore in sala era tornato in scena per annunciare la prima delle due esibizioni previste per la serata.

“Bene signori e signore, riprendiamo la linea dal Parco, per la nostra diretta qui, dal World, dove stiamo trasmettendo Aspettando l’anno nuovo… Torna in scena per voi, per noi…. Katarina Vertovaaaa!”

Raggiante, in un abito bianco di chiffon tempestato di Swarovski, Katya era tornata sul palco salutando affabilmente il pubblico.

“Buonasera, buonasera a tutti.

Questa sera eseguirò un programma un po’ diverso, rispetto al mio solito. Per questa occasione  ho scelto di giocare con brani moderni e insoliti per la mia voce. Inizio proponendo un brano degli Aerosmith, il famosissimo I Don’t Want To Miss A Thing. Lo dedico con tutto il cuore a mio figlio Patrick, che in questo momento mi sta guardando. Ti voglio bene, tesoro… Ti voglio un mondo di bene.”

La musica, bassa e solenne si era mossa lenta e maestosa.

La voce, da rivolo sommesso, era cresciuta come un fiume in piena, travolgendo gli astanti, di emozione.

“Non voglio perdermi niente… niente…

I could stay awake just to hear you breathing
Watch you smile while you are sleeping
While you’re far away and dreaming…

La musica, ancora per un poco, avrebbe trattenuto, arginato, le sirene inesorabili della giustizia.

(21. Continua)

Dal Matto al Mondo: Il Giudizio

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Ciao a tutti.  Medaglia d’argento al Giudizio nel mio “Podio a rovescio”.
È “la chiave di volta” della storia, dove si sciolgono i molti nodi che la tengono in piedi.
Buona lettura e un abbraccio.

20. Il Giudizio

020 Il Giudizio

Venerdì, 31 dicembre 2010 ore 20.00

 

 “Credo, ragazzi, che stavolta ci siamo. È stata una sorpresa anche per me.”

Mina e Cartwriter stavano tornando dalla cucina sbocconcellando un tramezzino e con una birra in mano.

Il Giudice, seduto al suo scrittoio, aveva terminato di firmare e riordinare i documenti. Spostò il computer da un lato e si tolse gli occhiali.

“Adesso vi racconto come ho ricucito la storia. Mina? Prendi le foto del servizio sull’inaugurazione di Villa dei Glicini, lì sul buffet, per favore.”

Mina le ricordava bene. Avere tutte le copie del servizio dal fotografo le era costato due cene penosissime. Le aveva già studiate e analizzate in passato ma non aveva trovato niente di particolare. Alexander Maxin era uno splendido padrone di casa malgrado ciò che ne pensava lei e, dalle foto, questo emergeva chiaramente. Aveva una moglie di classe, un figlio bellissimo, una casa lussuosa e una cerchia di amici molto variegata e in vista.

Il fotografo di ONE FORCE TV non aveva risparmiato sugli scatti e, quasi sicuramente, nessuno degli ospiti era sfuggito all’obiettivo.

Il Giudice aveva selezionato alcune immagini, fatto un cerchietto sulle le teste degli invitati e scritto i nomi sull’abito.

“C’era la crème de la crème a quel ricevimento. Ho individuato almeno quattro politici con le mogli, cinque alti dirigenti di banca, alcuni esponenti di spicco dell’alta finanza, imprenditori e manager vari. C’era anche il tuo Capo – disse rivolto a Mina, – quello della Ruota della Fortuna, Farrell con la moglie, e la conduttrice di Parliamone! come si chiama? Ah, sì la Clarck. Una bella combriccola davvero.”

“C’era pure quell’arrivista? Ma che coincidenza!” Mina sbuffò irritata.

“A tenere allegra la festa c’erano diverse, bellissime, ragazze. Michael, devo ammettere che hai fatto un lavoro magnifico.” Il giudice Dike si accarezzò la folta barba grigia e sorrise.

“Sono, stranamente, tutte estetiste. – La voce calcò con molta ironia sull’ultima parola. – Lavorano tutte in istituti di bellezza diversi, la cui proprietaria è…”

“Dominique Sandèr. – Concluse Mina – L’ho sentita litigare con Maxin a proposito di Nadine. Lei c’entra di sicuro.”

“Oh sì, che c’entra. I suoi Centri sono, tra il resto, una perfetta copertura per le sue attività di sfruttamento della prostituzione. E di spaccio di droga. Una rete molto ben congegnata. Ma questo è in un altro filone dell’indagine. Nadine lavorava per lei e… – cercò tra le foto – la troviamo qui…qui…e qui.”

Sonia appariva elegantissima in un abito di lurex estremamente attillato che esaltava la sua figura e poco lasciava all’immaginazione.

“Qui sta parlando con Maxin e Blakestone, mentre qui è con Farrell e un’amica.”

“È Brenda Brook, la riconosco. L’amante di Maxin. Anche lei è una delle ragazze della Sandèr e conosceva Nadine di sicuro.” Mina voleva dare a ogni costo il suo contributo, ma Michael e suo padre scoppiarono a ridere.

“Ragazza? Brenda è il nome di Carlos Rodriguez, un trans di Rio. Ha cambiato sesso e identità negli ultimi dieci anni, ma nonostante le cure e la cosmesi il pomo d’Adamo non è riuscita a nasconderlo. Lei però non c’interessa. La cosa interessante è che Nadine conosceva sia Blakestone che Farrell. E noi sappiamo che uscì diverse volte con entrambi. Grazie alle rivelazioni di Marion Spencer, ce n’è abbastanza per riaprire l’indagine sulla scomparsa di Malise Billing e spedire Blakestone in galera. Non possiamo ancora sapere come è andata ma se lui l’ha portata a casa e l’ha uccisa lì, la polizia troverà di sicuro qualcosa.” Il giudice tacque pensoso.

“La vecchia Blakestone non è affatto matta.- commentò Cartwriter – Bisognerà darle tutto il supporto possibile. Farla seguire da uno staff di psicologi e di avvocati, che l’aiutino in tribunale. Blakestone è uno psicopatico molto potente e non sarà facile inchiodarlo. Non voglio che la vecchia muoia prima di sapersi finalmente al sicuro. E poiché il lupo perde il pelo ma non il vizio, sospetto che con Nadine sia andata pressoché allo stesso modo, solo che qualcosa deve essere andato storto. Qui è subentrato un secondo uomo.”

Il Giudice prese un foglio sullo scrittoio. “Sapete chi ha dato ai Sotheby’s di Londra l’incarico di mettere all’asta uno Stradivari del 1715 lo scorso ottobre?” Michael e Mina lo guardarono sbalorditi.

“Uno… Stradivari?”

“Sì, uno di quei rarissimi violini del liutaio italiano il cui valore medio di mercato si aggira fra i due e cinque milioni di euro. – spiegò pazientemente Joseph Dike. – Anthony Farrell.”

“Vuoi dire che Sonia Liubovsky è stata uccisa per un violino?” Urlò Mina, sconvolta per la notizia.

“Non per un violino, cara, ma per una montagna di soldi. Farrell è un intenditore di musica classica. Un vero melomane. Ha sposato perfino una soprano. Ma questo non centra. Sonia deve avergli chiesto un’audizione. Quando lui  si è accorto che il suo violino era quello che era, si sarà offerto di comprarglielo. Le avrà dato un acconto convincente.”

“Questo spiegherebbe la dichiarazione della sua amica Anghelika, che Sonia aveva molto denaro, quando è sparita.” continuò Cartwriter.

“Lei, però, deve averci ripensato. Voleva di più. Molto di più.” proseguì il Giudice.

“Un molto di più che Farrell non aveva.” aggiunse Cartwriter.

“Questo lo ha spinto a cercare una soluzione più… praticabile.” concluse Mina.

“Doveva inventare qualcosa per trovarsi, a tutti i costi, solo con lei. Le avrà proposto un incontro a casa sua, per un provino. Non dimentichiamo che Sonia aveva bisogno di molto denaro e non si faceva troppi scrupoli. Anche lei pensava di poter guadagnare molto da quell’incontro. Un posto in orchestra le sarebbe bastato.”

Il Giudice si passò una mano fra i capelli.

“C’è un ma in tutta questa faccenda. Farrell non aveva affatto intenzione di comprare lo strumento. Nei suoi movimenti bancari c’è solo un prelievo da cinquemila euro in quel periodo. Questo significa che….”

“Che era una trappola. L’acconto era una finta.” Concluse Cartwriter.

“Sì. – Disse il Giudice. – Un vero bastardo.”

“Come sapete tutto questo? – chiese Mina. – Io so che il violino di Sonia era molto antico perché apparteneva al suo bisnonno, ma voi…?”

“Ho un amico a Scotland Yard che mi ha dato alcune dritte e ha fatto un po’ di ricerche per me. – rispose il Giudice. – Non è neppure stato difficile. Non vendi un oggetto di questo tipo senza mobilitare tutti gli appassionati del genere. Aggiungici un pizzico di fortuna e… Voilà!

Mina ricordò quanto le aveva raccontato Marenko.

“Papà? Credo sia meglio far arrestare Farrell prima che il signor Liubovsky venga a sapere del suo coinvolgimento nella sparizione di Sonia. Non penso che ne uscirebbe tutto intero.”

“Lo credo anch’io. Il mio ruolo m’impedisce di ammettere che al Signor Farrell starebbe proprio bene una bella ripassata… tuttavia…”

Mina pensava alla famiglia Liubovsky e a tutte le sofferenze patite e che ancora doveva patire. Non voleva proprio immaginarla la faccia di quel povero disgraziato di Marenko, quando avesse saputo la verità. Che la ricchezza tanto inseguita, tanto rincorsa da Sonia era sempre stata con lei, racchiusa in quella piccola iscrizione all’interno della cassa armonica del suo violino:

Antonius Stradivarius Cremonensis Faciebat Anno 1715.

(20. Continua)

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Dal Matto al Mondo: Il Sole

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Ciao. Ecco il mio… Podio a rovescio. Terz’ultimo capitolo di questa storia ispirata dai Tarocchi. Tanti personaggi legati da quest’unico filo rosso. Un mazzo di carte divinatorie che mescolandosi prendono vita e fantasia. Un abbraccio.

19. Il Sole

019 Il Sole

Venerdì, 31 dicembre 2010 ore 22.30

 Shon Maxin viveva da un paio d’anni in un grazioso appartamento, al diciottesimo piano della Blu Sky Tower. Un regalo di sua madre per il suo ventisettesimo compleanno.

Appartenere a una delle famiglie più ricche e nobili della città non lo aveva protetto dalle difficoltà che molti i giovani, crescendo, incontrano sul loro cammino. La bellezza e l’intelligenza gli erano spesso stati d’intralcio, nel mondo tutto unico e speciale degli adolescenti. Il carattere introverso e una certa difficoltà a comunicare lo avevano spinto, inconsapevolmente, verso la pericolosa scorciatoia dell’alcool e degli stupefacenti, ed entrambi erano stati un formidabile lasciapassare per l’inferno.

Tuttavia, grazie a un arciprete italiano amico di sua madre, era entrato in contatto con una comunità chiamata Il Cenacolo e lì aveva potuto ricominciare a vivere. L’iniziale resistenza era stata spazzata via dal fascino di quella vita semplice e familiare che vi si conduceva. Scoprire, per la prima volta, la bellezza del lavoro come dono, dell’amicizia vera e della fede in Dio, di cui poco o nulla sapeva, aveva capovolto tutti i suoi parametri esistenziali.

Lì si era fatto dei veri amici ed era diventato un uomo, maturando scelte consapevoli. Aveva conosciuto Selene, spesso in visita al fratello Liam, e se n’era innamorato.

Quando era tornato a casa aveva ripreso gli studi e si era laureato brillantemente. Suo padre, che non aveva accettato la laurea in lettere e filosofia e, ancor meno, che avesse preferito l’insegnamento a una lusinghiera carriera in ambito finanziario aveva stretto i cordoni della borsa per piegarlo a miglior consiglio, ma lui non era indietreggiato di un palmo dai suoi propositi.

Aveva ceduto per tutta la vita alle imposizioni di suo padre e al suo occulto ma inesorabile controllo. La stessa presenza di Xavier era diventata un guinzaglio di velluto troppo stretto che era giunto il momento di togliersi.

Lo stipendio era modesto rispetto alle sue abitudini, appena sufficiente per le spese, ma quella completa emancipazione economica lo aveva reso euforico e intraprendente, più sicuro di sé.

Voleva sposare Selene e vivere con lei. Se lei lo avesse voluto, naturalmente.

 

Il parcheggio della Tower era un’isola di silenzio. Sarebbe rimasto a guardarla per ore.

Guardare Selene che dormiva gli infondeva tranquillità. Una dolce pace.

La sfiorò con un bacio sulle labbra per svegliarla.

“Sono proprio fusa.” Mormorò lei sorridendo.

Tenendola sottobraccio la scortò all’ascensore.

Non parlarono per non sciupare l’incanto che si era creato. La cabina salì silenziosamente al piano e un trillo leggero segnalò il fine corsa.

L’appartamento, non molto grande ma ben diviso, aveva le vetrate del soggiorno affacciate sul grande Parco Michelangelo, in quel momento gremito di gente. Dal palco, in lontananza, giungeva un frastuono ovattato e indistinguibile di urla, canzoni e musica. Una chiassosa e allegra festa collettiva che avrebbe traghettato le tante speranze di un mondo migliore all’anno nuovo, culminante, a mezzanotte, con una spettacolare esplosione di fuochi d’artificio.

Selene s’era ritirata per una doccia e Shon, nell’attesa, aveva ravvivato le braci nel caminetto e aggiunto legna. Su un tavolino accanto al divano era apparecchiato un pasto freddo di golosità orientali. Sulla credenza, l’alzata di frutta fresca era un trionfo di colori per gli occhi e il palato.

Un bel vaso di fiori profumava delicatamente l’ambiente, arredato in stile zen.

Quando Selene ritornò, avvolta in una vestaglia di seta blu, Shon stava preparando il vino.

“Sei bellissima.” Le disse, andandole incontro.

La circondò con le braccia e la baciò. A lungo, dolcemente, con un’avida sete di piacere e d’amore.

Un punto fermo a quella loro storia infinita che mai era davvero iniziata. Sentiva il calore della sua pelle attraverso la stoffa impalpabile. Sentiva la risposta del suo corpo fremente ai suoi baci e alle sue carezze.

“Ti amo, Selene. Dio quanto ti amo.”

Lei rispondeva ai baci, appassionata. Mormorava dei flebili , carezzandogli la schiena e le spalle, sciolta come cera fra le sue mani.

“Sì, sì, anch’io ti amo.” stava sussurrandogli all’orecchio mentre la bocca lo cercava golosa.

La seta blu s’era liquefatta ai suoi piedi.

Per un attimo Shon ebbe davanti a sé la splendida Venere sorgente dalle acque di Botticelli.

“Mia. Per sempre mia. Dimmelo, che sarai per sempre mia.”

Non riusciva a smettere di baciarla, e accarezzarla.

“Dimmelo. Dimmelo. Ti prego”

“Sono tua, Shon. Sono sempre stata tua. – Lo guardò negli occhi e gli sorrise – Dalla prima volta che t’ho visto. Non ho mai desiderato essere di nessun altro che tua. Lo sarò per sempre. Da quando sono nata, ogni mio respiro, ogni mio sorriso è stato per te.”

Lo baciò. Il desiderio, già acceso, dilagava in lei come un fuoco, mentre le fiamme del caminetto la facevano splendere come una fiaccola.

Lontano, il mondo era in attesa trepidante del nuovo anno.

Le urla, giù nella piazza avevano cominciato a scandire, inesorabilmente, il countdown.

“Felice Anno Nuovo, signora Maxin.” le sussurrò Shon baciandola ancora.

Fuori, il cielo era un’esplosione incontenibile, inarrestabile, di luci e colori.

Nulla al pari di loro, persi nell’amore.

(19. Continua)

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Dal Matto al Mondo: La Luna

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Ciao a tutti. Siamo quasi in dirittura di arrivo. Mancano i tre capitoli del mio “Podio a rovescio”. Non indugerò più. Ma siete almeno un pochino curiosi di sapere come va a finire? Un abbraccio forte.

 

18. La Luna

018 La Luna

Venerdì, 31 dicembre 2010 ore 21.30

 Selene Flaherty finì di sistemare le teche nel carrello delle visite mattutine. Aveva già controllato i turni per l’indomani e i registri erano a posto. Controllò l’ora. Erano le 21.30 e lei era stanchissima. Aveva fatto due turni in ventiquattrore e si sentiva distrutta.

“Non invidio certo chi si sta preparando per il Veglione.” Disse tra sé.

Non desiderava altro che andare a casa a dormire. Una bella doccia, un panino e una tisana erano tutto ciò che sognava.

La mamma di Patrick Farrell aveva telefonato per chiedere che il figlio potesse guardarla in televisione, alle dieci, e doveva ancora andare dal bambino per comunicarglielo.

Povero piccolo! Da mesi era ricoverato lì e ancora non era possibile capire se sarebbe guarito.

In un uggioso pomeriggio ottobrino, mentre giocava a  pallone con gli amici, un intenso dolore allo stomaco lo aveva accartocciato sul campo da calcio. Era bastata un’ecografia per rovesciare l’iniziale ipotesi di un’appendicite in una diagnosi raggelante: una rara neoplasia ai reni chiamata tumore di Wilms.

La sua vita era improvvisamente cambiata. Aveva cambiato direzione. Senso.

I ricoveri in ospedale, l’operazione e la chemioterapia avevano sostituito la scuola, lo sport, il tempo libero. Non più solo e semplicemente vivere ma elaborare e sviluppare un progetto di vita. Quella che c’era.

Selene ricordava benissimo le preoccupazioni della signora Vertova quando aveva ricoverato il figlio la prima volta. Da allora, la vita divisa tra i teatri di mezzo mondo e la stanza a due letti del St. Mary’s e l’anima lacerata, appesa a un esile filo di speranza.

S’era stabilita fra loro un’affettuosa amicizia di cui godeva Patrick, che lei coccolava come un figlio.

La stanza 7, a metà corridoio, era illuminata da una sospensione a led che irradiava una calda luce bianca. Il televisore, sulla mensola al centro della parete, era spento.

Selene entrò sommessamente. Martin dormiva, girato su un fianco, verso la finestra.

“Ciao, Patrick. – sussurrò al bambino, che stava leggendo. – Ho appena parlato con tua mamma. Le ho detto che faremo un piccolo strappo alla regola, ma solo per questa volta. ok?”

Accese il televisore regolò il volume  e gli tese il telecomando.

“Non più di così. Mi raccomando. E dopo i saluti, spegni tutto e dormi. Promesso?”

“Sì, mio capitano. – Disse il bambino,  portando la mano destra tesa al sopracciglio. – Agli ordini.”

Si chinò su di lui. Lo carezzò teneramente e lo baciò.

“Ci vediamo domenica pomeriggio, quando torno in servizio. Ok? Ciao.”

Gli fece un ultimo cenno di saluto, ma Patrick era già tutto preso dal programma in TV.

Il cambio con le turniste fu rapido.

A Capodanno era di riposo. Avrebbe dormito ad oltranza.

Mentre l’ascensore scendeva al parcheggio interrato, ricordò che doveva fare gli auguri a sua madre.

“Domani, devo assolutamente andarci.”

La sua Polo era vicino all’uscita. Shon Maxin, appoggiato al cofano la stava aspettando. Quando la vide le andò in contro sorridendo.

“Ciao, Selene. Buon San Silvestro!”

Le porse il fascio di rose rosse che aveva in mano.

“Sunny! Che sorpresa! Ma che ci fai qui?”

“Visto che Cenerentola non va al ballo, il Principe è venuto a prenderla col suo cavallo bianco.”

“Veramente, è nero.” Puntualizzò lei, con uno strano tono nella voce. Un’allusione velata a qualcosa  di cui, solo loro, sapevano. Scoppiarono a ridere.

“E poi, un principe? – ironizzò lei, – Quale principe? Vedi un principe?”

Shon si guardò intorno. “No, non vedo nessun principe.”

Selene lo abbracciò spontaneamente. “Scherzo! Sono molto contenta di vederti, invece. Come stai?”

L’aveva accolta fra le braccia, impacciato dai fiori.

Gli pareva un sogno essere finalmente lì, col viso tra i suoi capelli e sentire il suo corpo pulsante, sul proprio.

“Bene. – Rispose, cercando disperatamente di staccarsi da lei. – Sono tornato oggi da Cortina. Qualche giorno sulla neve mi ha proprio corroborato.” La guardò.

Aveva il viso stanco, ma era talmente bella che desiderava soltanto di tenerla avvinta a sé.

“Posso abbracciarti… davvero?”

“Ma certo, Sunny, che puoi.” Lui posò i fiori e la strinse delicatamente. Lentamente la baciò. Un bacio leggero, languido, esigente. Diceva l’amore, l’attesa, il desiderio.

Quando si staccò le carezzò i capelli, il viso. C’era una gentilezza nuova nei suoi modi.

Selene pensò che era proprio bellissimo. Shon la stava guardando così intensamente che dovette distogliere gli occhi per non rimanerne abbagliata. Stare tra le sue braccia stravolgeva tutti i suoi parametri, tutte le geometrie della sua vita.

“Stasera, niente panini e tisane.” Ti propongo un brunch a base di sushi, frutta esotica e champagne. Aspetteremo l’alba da me, in tutto relax. Che ne dici?”

La sua mano, leggera sulla schiena, riaccese tutti i brividi che la saggezza aveva tentato, virtuosamente ma invano, di farle dimenticare.

Rifiutare Shon sarebbe stato tanto ragionevole quanto difficile. Ma, in fondo, a cosa serviva resistere? Amava Shon. A dispetto della sua famiglia, dell’abisso sociale e culturale tra loro e di chissà cos’altro. La cosa peggiore, però, era che anche lui l’amava. Come un incosciente, come un disperato.

Non le sarebbe stato di nessun aiuto quando le loro strade, per forza di cose, avrebbero dovuto dividersi.

Ma quella notte, l’amore di Shon valeva tutta una vita.

Avrebbe attutito tante miserie del cuore, tanta solitudine e infelicità. Non aveva più voglia di piangere. Di brancolare ciecamente tra le sofferenze e la crudezza della realtà.

Restituì nel bacio tutta la passione che lui aveva risvegliato.

“Ho l’auto dietro quel pilastro.” le sussurrò dolcemente.

Tenendosi abbracciati, la raggiunsero.

L’appartamento di Shon non era lontano. Dieci minuti d’auto, senza correre.

C’era, per le strade, un gran fermento di gente e di automobili. Una gran folla si era data appuntamento al Parco Michelangelo per il tradizionale Capodanno in Piazza dove avrebbe atteso festante l’arrivo del nuovo anno al ritmo di salsa e merengue. A mezzanotte, un rutilante spettacolo pirotecnico avrebbe augurato Buongiorno al nuovo anno, e fino all’alba, ci sarebbero stati champagne e musica per tutti.

Selene, assorta, guardava fuori dal finestrino e lui avrebbe guidato fino alla fine del mondo, pur di non spezzare quell’incantesimo.

Quando spense il motore rimase a guardarla dormire. Non aveva mai visto niente di più bello.

(18. Continua)

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https://laurasoreglia.wordpress.com/2017/09/26/dal-matto-al-mondo-la-stella/

 

Dal matto al Mondo: La Stella

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Ciao a tutti. Mi scuso per ” l’abbandono”.  Sono sempre proiettata in avanti con sempre, infinite, cose da fare, da finire, da progettare. Cerco di chiudere questo “cerchio” a breve.

Un abbraccio grandissimo a tutti i miei fedeli lettori. Spero di non deluderli.

Di non deludervi.

17. La Stella

017 La Stella.jpg

Venerdì, 31 dicembre 2010 ore 21.00

 

 Quando anche l’ultima nota si spense, il pubblico in sala applaudì vigorosamente.

“Signori e signore… Katarina Vertovaaaa!” Il presentatore della serata era entrato in scena chiamando a gran nome l’artista, flessa in un profondo inchino.

“Grazie, grazie a tutti. – stava dicendo con voce commossa – Vi voglio bene.”

Era tornata in camerino quasi correndo, in lacrime, incapace di trattenere l’emozione che quel contatto col suo pubblico le dava.

Cantare al World era un prestigioso addio anche per lei, affermato soprano, soprattutto quella sera.

“Pronto? Patrick? Ciao tesoro… Come stai?”

La voce del bambino era, per quanto possibile, contenta.

“Ciao mamma. Io sto bene. Tu, come stai? Pronta per la gran serata?” Aveva calcato in modo canzonatorio sul tu per stemperare il tono ansioso che percepiva nella voce di Katya.

“Sono un po’ preoccupata e tesa. Mi sembra di avere la raucedine…”

“Ma no, mamma… sarai fantastica. Come sempre. Hai una voce strabellissimissimissima… Di’ all’infermiera di lasciarmi stare ancora un po’ sveglio… non ho sonno… sto bene… Voglio vederti in televisione… ti prego, ti prego, ti prego…” Katya non sapeva davvero cosa rispondergli.

“Chiamo l’astanteria e sento cosa mi dicono. Ma tu non fare capricci, mi raccomando. Felice anno nuovo Patrick. Ti voglio bene tesoro. Con tutto il cuore.”

“Anch’io mamma, ti voglio bene. Voglio tanto tornare a casa… Il purè dell’ospedale fa proprio schifo…”

Katya sorrise, chiuse la comunicazione e posò il cellulare sul tavolino. Si pizzicò il naso per fermare le lacrime e l’emozione di quel momento. Chiuse gli occhi e respirò. Più volte, lasciò che l’aria entrasse, fino a riempirla, la trattenne e poi la soffiò via, lentamente, fino all’ultima goccia.

Quando richiamò l’ospedale, era calma e tranquilla.

Per fortuna rispose Selene, la Caposala.

“Alle dieci, inizierò il mio spettacolo in televisione e saluterò Patrick in diretta. Ho preparato alcune delle sue canzoni preferite e penso che sarebbe molto contento se potesse… ascoltarle. Non crede? Ha aspettato tanto, questo momento, povero piccolo. Vi crea tanto disturbo lasciarlo sveglio fino ad allora?”

“È Capodanno… e penso che, per una volta, si possa fare un piccolo strappo alla regola. Patrick ha riposato tutto il giorno, e qualche momento di vera spensieratezza non potrà che fargli bene. Dormirà meglio e domani sarà tutta un’altra storia. Stia tranquilla e si goda la sua serata, che qui, è tutto a posto.”

Katya la ringraziò e sorrise, anche se l’altra non poteva vederla. Si era ripromessa che appena avesse avuto maggior disponibilità economica, avrebbe fatto una donazione al reparto, in ringraziamento delle premure verso suo figlio.

San Silvestro accantonava, per una sera, molti mesi d’incertezza, d’inquietudine e dolore, e lei non avrebbe saputo dire cosa c’era, di buono, nel cesto dell’anno nuovo.

Da un anno Patrick era ammalato seriamente. Era entrato e uscito dal Saint Mary quattro volte e ancora non era possibile sapere quanta vita c’era nel suo destino.

L’unica cosa certa, per il momento, era che voleva stare con lui.

Non si era data scadenze precise. Aveva paura di tracciare linee di confine troppo nette, definitive.

Aveva scongiurato il tracollo economico onorando gli impegni contrattuali più onerosi ed evitato salatissime penali, ma niente l’aveva protetta da dolore per l’abbandono del marito. Un inferno dentro l’altro senza risposte, senza soluzioni, senza fine.

Adesso voleva soltanto eclissarsi e sparire.

Qualcuno bussò alla porta.

“Signora Vertova? Signora? Fiori per lei.”

Il fattorino entrò reggendo a due mani uno splendido cesto di fiori. Confuso in un fascio di splendide baccarat c’era un bigliettino e una scatoletta.

Nel primo, poche parole. Un Ti amo firmato frettolosamente Tony, e nell’altra, una spilla. Una deliziosa Chiave di violino con uno zaffiro nel ricciolo.

“Ottimo gusto, Tony – pensò amaramente,- come sempre.”

Poche parole che non le dicevano più niente.

Tony se n’era andato, più o meno in contemporanea con l’ammalarsi di Patrick.

Dopo tredici anni di un matrimonio che le era sembrato felice, una mattina, senza tanti giri di parole, lui le aveva detto che voleva una pausa di riflessione.

Non ne avevano neppure discusso. Lui, aveva deciso la cosa, da tempo. Da solo. Aveva preparato una piccola ventiquattrore e le aveva detto:

“Passerò a prendere le mie cose quando non ci sei.”

Era tornato in un paio di riprese, ma non aveva lasciato le chiavi di casa.

Per qualche tempo Katya  aveva sperato che lui ci ripensasse poi, aveva chiamato un fabbro.

La specchiera della toilette da trucco le restituì l’immagine di una donna stanca. E non erano le prove e i vocalizzi del pomeriggio. Erano l’ansia e la paura per la salute di Patrick. Le fatiche dei viaggi, delle prove e degli spettacoli di quell’ultimo anno frenetico. Le incertezze per il futuro. La solitudine e il vuoto lasciato da Tony. Lui, soprattutto, aveva cancellato la spensieratezza dai suoi occhi e ridimensionato la larghezza del sorriso.

Per molto tempo aveva pensato di dovergli tutto ciò che aveva, poi aveva capito, che in realtà, Tony pensava soltanto a se stesso. Adorava potersi guardare allo specchio e dirsi ma quanto sono bravo! Era abile nel manipolare le persone. Usarne le capacità per un proprio successo e ricavarne, di striscio, un successo anche per loro. Una specie di Re Mida che trasforma in oro tutto ciò che tocca. Ma questo tocco magico era nascostamente crudele, malvagio.

Molti aveva pagato molto caro quel contatto.

Anche lei. A diciassette anni, il tocco di Tony l’aveva resa una star della lirica. Era scivolata dolcemente nella ragnatela dei suoi sorrisi e delle sue promesse ed era rimasta intrappolata in quel suo mondo patinato e luccicante, pericoloso e mortifero come la carta moschicida.

Per vent’anni aveva giocato il ruolo della divina, fino a quando la realtà non aveva bussato alla porta e chiesto il conto.

Risollevarsi e camminare da sola non era stato facile. Ancora non capiva bene se, quell’abbandono, per lei, era stato un male o una benedizione. La ferita bruciava ancora, ma, forse, era  solo l’orgoglio. Le restava Patrick.

Non c’era il tempo per una lacrima, una recriminazione. Bussarono alla porta.

“Cinque minuti.” Cercò un sorriso nello specchio. Il trucco era a posto. Due minuti, per cambiare abito, le sarebbero bastati.

(17. Continua)

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Dal Matto al Mondo: La Torre

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Ri-Ciao.
Non indugio in inutili saluti o spiegazioni. Riusciranno i nostri eroi a sbrogliare la matassa e a capirci quialcosa in tutta questa situazione?

Buona lettura

16. La Torre

016 La Torre

Venerdì, 31 dicembre 2010 ore 15.00

 La pendola, nell’ufficio del dottor Olivier, stava battendo tre quando un leggero bussare alla porta gli fece alzare la testa dalla documentazione che aveva davanti a sé.

“Dottore? È arrivata la nipote del signor Cartwriter, – disse la Caposala – la faccio accomodare?”

“Sì, Grace. Ho finito.”

“Buongiorno signorina Dike, ben arrivata. Ha fatto buon viaggio?”

Mina aveva slacciato il lungo cappotto nero e torceva nervosamente i guanti.

“Sì, dottore. Le strade sono pulite e la visibilità è perfetta.”

Dopo una pausa continuò:

“Mio zio è pronto? Vorrei ripartire subito e viaggiare finché c’è luce.”

“Oh sì, mia cara, è già stato avvisato e sarà qui a momenti. Sieda. Lo aspetteremo insieme. Che fatalità che suo padre si sia ammalato proprio adesso che il signor Cartwriter si era così ben ambientato. Abbiamo fatto una bellissima festa di Natale sa? Suo zio ha cantato benissimo. Un vero talento.”

“Sì, lo so. Quando ero bambina lui si vestiva da Babbo Natale, ci cantava delle canzoncine e ci faceva sempre ridere.”

Il dottor Olivier assentì e sorrise.

L’innaturale conversazione fu interrotta, con sollievo di entrambi, da Grace, che introdusse l’ospite atteso. Mina si alzò e gli andò in contro.

“Ciao zio, come stai?”

“Bene piccola. E tu? Cosa gli è capitato a quel testone di tuo padre?”

Mina sorrise a disagio. Non era capace di mentire. “È caduto proprio davanti alla porta di casa e si è rotto una gamba. Ha detto che vuole solo te a fargli compagnia. Così impara ad andarsene in vacanza, ha detto.”

Michael Cartwriter scoppiò a ridere. “Sì, sì, proprio una bella vacanza.” commentò.

Non furono necessarie particolari formalità. Mina firmò il documento che attestava le sue responsabilità civili verso il paziente che le veniva dato in custodia e in pochi minuti, entrambi furono fuori.

Senza fretta e in silenzio raggiunsero la macchina parcheggiata nel cortile e si avviarono al cancello.

Appena fuori dalla vista mille domande esplosero nell’abitacolo della piccola Panda.

“Allora, cosa hai scoperto?” chiese Mina agitata.

“Voglio saperlo anch’io. Papà non mi avrebbe mai spedita qui, così di fretta a prenderti, se non avesse scoperto qualcosa d’importante e… pericoloso per te.”

“Signorina Tumistufi, non fare la saccente con me, sai? Non attacca. Esserti finta mia nipote non ti autorizza a… ad essere impertinente. Ecco.”

Mina tacque. Era solo preoccupata per l’anziano investigatore.

“Scusa, piccola, ma… ancora qualche giorno in quella gabbia di matti e diventavo matto anch’io.”

Prese un bel respiro per calmarsi.

“Prima di tutto dimmi come stai e come sta Marguerite. Per piacere.” Il tono, ora, era più gentile.

“Bene. Io e mamma stiamo benissimo. Allora?”

Lo sguardo fiammeggiante di Mina non colse quello dolcemente interrogativo di Cartwriter.

“Ricordi quando tuo padre mi chiese di tornare a lavorare per lui?”

“Sì benissimo. L’estate passata.”

“Mi chiese di indagare sulla scomparsa di una ragazza, una certa Malise Billing, presumibilmente annegata, di cui non è mai stato trovato il corpo. Io avevo seguito le indagini della polizia, indagato sulla vita della ragazza, le sue conoscenze e le sue abitudini ma, niente. Non era venuto fuori niente. Nessun testimone, nessuna prova, nessuna traccia. Sparita, semplicemente, nel nulla.

Avevamo rinunciato a cercarla poi, poco dopo Natale, è scomparsa un’altra donna. Joseph, con una di quelle sue intuizioni geniali ci ha visto un collegamento. Lui solo. Entrambe giovani e belle ma niente altro le accomunava  se non il fatto che fossero delle concertiste. Una era pianista e l’altra suonava il violino.”

“Sì, lo so, Sonia Liubovsky.”

“Il fatto nuovo è che un mese fa, la Caposala della Casa di Riposo Autunno sereno si è rivolta a tuo padre per un’inquietudine che da mesi la tormenta. C’è un’anziana paziente che vive nel terrore di essere uccisa per qualcosa di terribile che ha visto. La povera donna, secondo lei, non manifesta affatto i sintomi della demenza senile anzi, sono proprio questi ricordi ricorrenti e angoscianti a farla impazzire. Tuo padre ha pensato bene di farmi ricoverare per agevolarmi le indagini.

La donna si chiama Marion Spencer ed è la ricca vedova di Mauritius Blakestone, l’imprenditore edile. Ti ricordi? Quello che era caduto giù da una torre televisiva…”

“Ricordo qualcosa. È stato tanti anni fa. Io ero una ragazzina ma i Blakestone erano una delle famiglie più in vista della città. ONE FORCE TV non era ancora così famosa come adesso, ma io sognavo già di lavorarci.” Mina era sconvolta.

“Stai dicendo che la signora Spencer ha visto il figlio uccidere una donna, a casa sua, ed è impazzita per questo?”

“Che sia matta, a me non sembra proprio. Ricorda benissimo tutto quello che ha visto e io ho registrato la conversazione avuta con lei. Resta da scoprire che fine abbia fatto il corpo della ragazza ma penso che un’indagine ben fatta lo farà saltar fuori. Blakestone ha fatto rinchiudere la madre per tapparle la bocca, ma… pare che non ci sia riuscito.”

“Hai ragione. Non avrà avuto il coraggio, di far tacere sua madre, in un modo più… definitivo.” disse Mina.

“O, più semplicemente, la vecchia è un osso duro, e non gli ha reso facile la cosa. Eliminare qualcuno senza suscitare chiacchiere non è cosa da poco. Soprattutto con i precedenti che ci sono. La chiamano cattiva pubblicità.” Un sorriso amaro gl’incurvò il labbro.

“Michael, mi dici perché papà ti chiama la mia Torre, quando parla di te?” chiese Mina, cambiando discorso.

“È una storia che risale ai tempi del liceo. Io e tuo padre eravamo ottimi amici. Come capita spesso, in questi casi, c’innamorammo entrambi della stessa donna. Comunque fosse andata, avrei perso lei o il mio più caro amico. Fu una partita a scacchi a decidere. Offrii a tuo padre alcune mosse vincenti della Torre in cambio di una sua rinuncia a Marguerite. Lui, era così sicuro dell’amore di tua madre che accettò. Io vinsi quella partita, ma Marguerite scelse lui. Voleva e ha sempre voluto solo lui. Noi non abbiamo mai più giocato a scacchi, ma siamo rimasti buoni amici. Fine della storia”. Tacque.

Mina finse di non udire il tono di sconfitta nella voce.

Zio Michael era ancora un bell’uomo, alto, brillante, dal fisico atletico. Non si era mai sposato ed era stato molto vicino a sua madre dopo il divorzio. Lo conosceva fin da bambina e non aveva mai pensato a lui come a un possibile innamorato di sua madre.

Quando arrivarono, Mina fece un paio di giri con l’auto prima di trovare parcheggio vicino a Viale Carradine, dove abitava suo padre. Lui stava finendo di redigere alcuni ordini di esecuzione di custodia cautelare in carcere. C’era una gran confusione dappertutto. Un po’ alla volta, aveva portato a casa tutte le carte di quell’intricata questione, perché cominciava a non fidarsi più della sicurezza degli ambienti della Procura.

Su un tavolo grande del salotto erano impilati diversi faldoni di documenti, altre carte e fascicoli erano aperti in sequenza su un tavolino basso rettangolare. Sul tappeto c’era parecchio materiale fotografico: ritagli, istantanee, fermo-immagine a vari livelli di zoom.

“Bene. Siete arrivati. Era ora. C’è ancora molto lavoro da fare, prima che sia domani.”

Sollevò appena gli occhi dal computer.

“Mangiate un boccone in fretta e dopo venite qui che vi spiego tutto. Qualcuno se lo ricorderà ben bene questo Capodanno. Altro ché se lo ricorderà.”

Era già buio da parecchio e sarebbe stata una notte molto lunga.

(16. Continua)

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Dal Matto al Mondo: Il Diavolo

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Ciao a tutti…
Mi spiace davvero tanto per quei pochi buongustai che si stavano “appassionando” al  mio libro… Lo ammetto. Mi sono distratta. Volontariamente o no mi sono staccata da questa piattaforma lasciando il lavoro a metà… Lo completo ora… In tempo di vacanze e di letture disimpegnate…

A chi vuole, chiedo un cenno di commento.
Grazie e un abbraccio….

15. Il Diavolo

015 Il Diavolo

Venerdì, 31 dicembre 2010 ore 12.00

 Un morbido silenzio aleggiava quieto in tutta la casa, un bell’appartamento in centro, ottenuto dal frazionamento di un antico palazzo signorile. Contrasti e assonanze ben bilanciavano l’estrema modernità dell’interno con le classiche linee ottocentesche dell’edificio.

Erano costati un patrimonio quei cento metri quadrati di lusso, ma il piacere di possederli era incalcolabile. Come la notte appena trascorsa: infinita, sensuale, unica.

Il discreto cicalino del telefono, poggiato sulla mensola del letto, bastò a svegliarla, ma non a consentirle di rispondere.

Il sole invadente e brillante del mezzogiorno tentava coraggiosamente di entrare con una lingua di luce nella stanza, filtrando tra due pesanti cortine di satin nero. Si era prudentemente fermato alla base delle lucide lenzuola di seta nera, sciolte sul letto basso e tondo come una chiazza di petrolio. A stento occultavano il corpo nudo e perfetto di una figura femminile ancora mollemente abbandonata sul ventre. Una massa di folti capelli scuri e lucenti era sparsa sul cuscino e sulla schiena, intorno al profilo ambrato e perfetto. Il profilo di una luna, misteriosa e segreta.

Le membra sinuose si mossero lente come le spire di un pitone.

La donna, senza fretta, si lasciò scivolare sul corpo la vestaglia di seta ricamata. Gli occhi di uno splendido drago rosso e oro che vi si avvolgeva a spirale fiammeggiarono dalla spalla destra. La specchiera a parete le restituì l’immagine di una creatura conturbante.Anni di lavoro sul proprio corpo cominciavano finalmente a soddisfarla. La pelle era diventata, col trascorrere del tempo, morbida e liscia e il seno turgido, e florido. Le gambe e i fianchi si erano addolciti. La peluria ridotta a un’ombra impalpabile. La chirurgia estetica e le terapie mediche erano arrivate là dove il trucco più sapiente si era rivelato fallace, operando nel corpo quella metamorfosi proterandrica che l’aveva resa ciò che era sempre stata nell’intimo: una donna.

Andò in cucina. I morsi della fame la spinsero avidamente verso il frigorifero. Tagliò grossolanamente del salame, del formaggio e sbocconcellò un panino raffermo.

Aveva tutto il tempo di prepararsi.

Sdraiata nel bagno di schiuma alla rosa tentò d’immaginare la serata che l’attendeva.

Il World era il locale più chic della città. L’unico posto dove farsi vedere a Capodanno. L’unico per cui avrebbe voluto un invito. Ne aveva uno da mesi, dono di Alexander Maxin. Cena esclusiva, serata danzante e cotillon per  festa di Capodanno.

Tutto sarebbe stato di ottimo livello. Il cibo, la musica, gli invitati. Ci sarebbero state molte sue conoscenze: Maxin con la moglie, naturalmente, diversi clienti del Tempio, Dominique con qualche ragazza giusta. All’alba, qualcuno voleva sempre continuare privatamente il lungo gioco propiziatorio della seduzione.

Era lo stesso anche per lei. Non sarebbe tornata sola.

Nessuno, che le piacesse, riusciva a resisterle.

Era lusingata dalle follie che molti uomini avevano fatto per lei ma traeva un godimento senza limiti nel vincere la sfida di un uomo che le resistesse.

Un godimento pari solo all’indifferenza che ne seguiva.

Il sesso era un piacere che non sapeva negare né negarsi. Solo di poco inferiore all’inganno. Perfino l’altezzoso Maxin era molle cera tra le sue mani. Sorrise, beffarda, allo specchio. “Stupido, stupido, stupido. Ma come fai, ad essere così stupido?”

Ma in fondo non era più stupido di tutti gli altri con cui era andata a letto. Solo il più ricco.

Il pomeriggio passò velocemente. L’appuntamento dal parrucchiere, un tè da un’amica, esperta di nail art, e un po’ di shopping. Alle sei l’aperitivo al bar, prima di salire a cambiarsi.

L’abito che aveva scelto per quella notte magica era di seta rosso Valentino, stile sirena. Il corsetto, tempestato di strass e generosamente aperto sulla scollatura, era lambito da lunghe lingue di fuoco che salivano dall’orlo verso la vita mandando bagliori e luccichii. Completavano la mise dei guanti alti di raso in tinta, abbinati ad un elegante paio di sandali col tacco a stiletto e la pochette, chiusa da un vistoso serpente attorcigliato tempestato di Swarovski.

Da un cofanetto estrasse la parure di rubini, regalo d’anniversario di Alexander. “È magnifica.” pensò.

In risposta a quel pensiero il telefono prese a suonare, ma la segreteria rispose prima di lei: “Questa è la mia segreteria, Darling. Non sono in casa. Richiamami più tardi o lasciami un messaggio, dopo il bip.

La voce bassa e sensuale di Maxin non la sorprese. “Ciao, Brenda, sono io. Rispondi. È tutto il giorno che ti cerco. So, che sei a casa. Ho voglia di parlarti, di sentire la tua voce… Ti prego…”

Aveva atteso che lei rispondesse, l’aveva chiamata più volte, per nome, e alla fine, rassegnato, prima di riattaccare, aveva aggiunto: “Ti mando una macchina, per le otto.”

Una smorfia si disegnò sul viso perfetto di Brenda.

“Oh Alexander, Darling, se tu mi resistessi! Saresti perfetto.”

Seduta al tavolino da trucco terminò il maquillage disegnando le labbra carnose con un rosso Chanel. Nello specchio, un torbido sorriso si schiuse sui denti bianchissimi, nascondendo le pulsioni inconfessabili che lo avevano creato.

Alle otto precise una vettura con autista si era fermata davanti al suo portone con le frecce lampeggianti. Poco dopo era uscita, altera come una regina, avvolta in un lungo cappotto di volpe bianca. Ignorando la neve, che solo parzialmente era stata ammucchiata sul bordo del marciapiede, attraversò lo stretto passaggio, ghiacciato e scivoloso.

Quando fu al sicuro, all’interno dell’auto, si rilassò. Aprì il mini frigo e si versò uno scotch.

“Puoi andare, adesso.” disse all’autista.

Con lo sguardo fuori dal finestrino, assaporò con voluttà l’idea del piacere che quella notte stava per offrirle.

(15. Continua)

Articolo precedente di riferimento:

https://laurasoreglia.wordpress.com/2017/06/06/dal-matto-al-mondo-la-temperanza/

 

Dal Matto al Mondo: La Temperanza

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Ciao a tutti.
Torno dopo un po’ di tempo, su questo blog che lentamente si è allontanato da me e io da lui. Ma una promessa,  è un impegno che va mantenuto. Aldilà delle distrazioni e delle dimenticanze. Torno con la Temperanza, carta che ho sempre amato molto e che spero piaccia anche a voi. Buona lettura.

14. LA TEMPERANZA

 

Venerdì, 31 dicembre 2010 ore 5.30
Alcuni minuti prima delle sei, la Dama blu si affacciò alla porta
dell’astanteria, dove un paio d’infermiere stavano sistemando le
cartelle cliniche. C’era uno strano andirivieni e si respirava,
concreto, un pesante nervosismo. Le luci nel corridoio erano
accese e le doppie porte della 18 erano aperte.
“Come sta Frankie? – Chiese, ancor prima di salutare. – S’è
aggravato?”
La Caposala scosse il capo, sconfortata. Aveva pianto. Un
pianto muto, intimo, di dolore e di sollievo.
“Non ce l’ha fatta. Non questa volta. Povero bambino.”
Un nodo le chiuse la gola fin quasi a soffocarla e lacrime
asciutte pizzicarono gli occhi e il naso.
“Dove l’hanno portato?” chiese.
Lo sapeva. Parlarne poteva arginare l’angoscia? Il male che
sentiva?
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“Giù, all’Istituto di Medicina Legale. Può andare, se vuole.
Stamattina le cose, qui, saranno un po’ diverse.”
Annuì. Ogni giorno lì le cose erano diverse: solo la sofferenza
restava intatta e tagliente.
Scese con l’ascensore fino all’ammezzato. La tessera magnetica
fece suonare il lettore ottico e le porte automatiche si aprirono.
Il corpicino di Frankie era ancora nella lettiga con cui era stato
trasportato. Il lenzuolo, pietosamente tirato sul viso, velava l’esile
corpicino appena distinguibile.
“Sta arrivando il dottor Steward, per l’autopsia. Povera stella.
Ha appena dodici anni, sa?”
L’infermiere di guardia stava aspettando che lo prendessero in
carico.
Con gentilezza, la Dama blu abbassò il lenzuolo e accarezzò
teneramente il viso del bambino.
Era livido ma bello. I lineamenti erano distesi, l’aspetto sereno.
Pareva un piccolo principe dormiente.
Per qualche mese era stato uno dei suoi bambini: quello che
amava di più perché, se non era il più sofferente, di certo era il più
solo e abbandonato. Poco sapeva dei genitori di Frankie, entrambi
tossicodipendenti, e l’unica persona che si era sempre occupata di
lui, la nonna paterna, era morta alla fine dell’estate.
Silenziosamente si raccolse in preghiera e cominciò a sgranare
sul rosario la coroncina della Divina Misericordia. Le fu concesso
tutto il tempo che servì: quando arrivò il patologo, infatti, stava
terminando col segno di croce.
Faith Paladini Rocca, in ospedale, era per tutti la Dama blu.
Indossava sempre abiti di quel colore, ravvivati da un colletto, un
fiore, una spilla o un foulard in tinta contrastante. I capelli, appena
mossi sul capo e corti, erano di un bel grigio argento che ben
s’intonava alla carnagione leggermente abbronzata. L’esile
silhouette si muoveva con agile e sicura competenza nei corridoi e
nelle stanze: la sua presenza, il suo sorriso, rasserenava i
giovanissimi ospiti ed era per loro di compagnia e conforto.
Lì, all’Oncologico pediatrico, era arrivata a marzo, e da allora
non era più stata bene.
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Dal semplice mal di testa alle nausee, aveva cominciato a
somatizzare la sofferenza dei piccoli pazienti come mai le era
capitato prima; come se portasse in grembo tutto quel dolore in
sostituzione di un figlio mai nato. Era il suo segreto.
Il mio nodo col Cielo, diceva a se stessa.
Le bastavano un sorriso e le dita fra i capelli, per ritrovare la
forza di ricominciare ogni volta.
Faith era una donna gentile ma decisa, intelligente e pratica.
Nata in Italia, in un piccolo borgo del Trentino nel gennaio del
’56, viveva in un dimesso bilocale del centro, giusto riflesso della
sua esemplare sobrietà e logica espressione della sua generosa
umiltà.
La famiglia, di modeste origini, era stata molto provata dalla
guerra. Uno zio era morto al fronte e uno era stato fucilato dai
nazisti. Una bomba aveva raso al suolo la casa, ma risparmiato i
genitori e i due fratelli, occupati a lavorare nei campi. Lei, invece,
era nata in tempo di pace, per sbaglio, e aveva sempre respirato,
insieme al gran desiderio di voltar pagina e ricominciare a vivere,
il rifiuto.
Grazie a un consistente lascito e alle conoscenze altolocate di
un’anziana ed eccentrica prozia, Faith aveva potuto frequentare un
prestigioso istituto religioso vicino a Locarno, dove si era
brillantemente diplomata e impiegata come maestra elementare.
A differenza dell’amica del cuore Elenoire, insofferente e
ribelle, Faith era sempre stata una ragazza docile e tranquilla,
attratta dalla serena vita del convento, austera e sorvegliata. La
radiosa bellezza invece, l’aveva resa oggetto d’insistenti attenzioni
da parte di un maturo e benestante vicino di casa.
Schiacciata dalle pressioni familiari, aveva dovuto rinunciare
all’indipendenza economica e cedere alle nozze. Aveva retto quel
giogo per oltre vent’anni, senza che mai sua madre sospettasse
quanto fosse stato pesante e amaro. Unici conforti a quell’inferno
silenzioso erano stati l’amicizia con Don Giulio Valentini, suo
confessore e guida spirituale, ed Elenoire.
In una fredda domenica d’inverno Rodolfo Rocca era uscito di
strada con l’auto facendo di lei una splendida e ricca vedova senza
lacrime.
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Da quel giorno, Faith non aveva più smesso il lutto, dignitoso e
regale baluardo alla sua libertà, e deciso pienamente della propria
vita. Liberatasi dei beni del marito con donazioni e interventi
caritativi, da dieci anni collaborava con una cooperativa di
volontariato sociale operante in ospedale, e curava con profonda
intensità l’amicizia con Elenoire von Tellinger-Kruger.
Verso le undici, Elenoire la chiamò al cellulare.
“Ciao Faith. Ti ricordo che alle quattro viene l’auto a prenderti,
per stasera. Lo so, lo so, che ne faresti volentieri a meno, – aveva
proseguito senza darle il tempo di replicare, – ma non vorrai
davvero che ci vada sola, con Alexander! Non se ne parla proprio.”
Il silenzio di Faith era, in ogni caso, eloquente.
“Ho una sorpresa per te.”
Elenoire sapeva che non c’era altro modo per convincere
l’amica che costringerla.
“Va bene, ma alle sette. Prima non riesco a liberarmi.”
“Sì, sì – stava dicendo l’altra in tono leggermente ironico – li
conosco i tuoi impegni. Ok! per le sette. Fa’ la brava.”
C’era sempre, nella voce di Elenoire verso di lei, un affettuoso
tono materno.
Non sapeva se sarebbe stata capace di digerire la morte di
Frankie, per le sette: l’urto del vomito la spinse di corsa verso il
bagno, in fondo al corridoio.

(14. Continua)

(Articolo precedente di riferimento:

https://laurasoreglia.wordpress.com/2017/04/24/dal-matto-al-mondo-la-morte/

 

Dal Matto al Mondo: La Morte

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Ciao a tutti.  I miei “Arcani maggiori” continuano a raccontarsi e le loro storie a intrecciarsi in maniera solo apparente, incomprensibile, Tuttavia c’è un posto già assegnato da cui “avanzare… Come i capitoli di un film ancora da guardare…

13. LA MORTE

Venerdì, 31 dicembre 2010 ore 3.00

Il rombo della Harley Davidson crebbe nel vicolo fino a spegnersi. Pochi secondi. Poi il tintinnare delle chiavi, l’aprire e chiudersi di un garage, di un portone, e i passi pesanti di un uomo che saliva le scale fino al secondo piano. Poi ancora le chiavi e il cigolio di una porta.
Il silenzio tornò a chiudersi sulla notte come un mare.
All’interno della casa l’uomo depose in un angolo dell’ingresso il casco e i guanti, si tolse il lungo cappotto di pelle nera e gli scarponi. Aveva perso completamente il suo aspetto imponente e minaccioso. Era poco meno che un vecchio. Come sgonfiato dalla fatica di stare in piedi sedette al tavolo di cucina pensando al da farsi. Si guardò le mani. Tremavano.
Il tremolio dei primi tempi si era accentuato progressivamente, insieme al dolore e alle deformità.
E così, anche lui era arrivato al capolinea.
“Come ci arrivano tutti.” Pensò, ma questo non gli bastava.
Si passò una mano sulla testa quasi calva. I lunghi capelli della gioventù avevano lasciato il posto a una rada peluria grigia e l’ulcera gastrica gli aveva consumato lo stomaco. La magrezza anoressica aveva colpito anche lui, ottimo degustatore di vini ed eccellente cuoco. La pelle grigiastra e avvizzita ricopriva il corpo quasi scheletrico e la testa, ma niente lo turbava di più di quel tremore.
Posò davanti a sé l’arma che era stata compagna di una vita e restò a fissarla inebetito. Non aveva mai fallito un incarico, mai mancato un bersaglio. Aveva un invidiabile medagliere di sangue che non sarebbe più potuto essere completato. Adesso sapeva. Sapeva che non sarebbe riuscito a usarlo il proiettile d’oro conservato per quel momento.
E forse non ne avrebbe avuto il coraggio.
Un terminator decide: della vita e della morte.
Potere immenso. Potere che aveva voluto per sé.
Era stato facile fin dall’inizio. Perché fin dall’inizio aveva scelto chi finire e chi no.
A un elementare e infantile senso della giustizia s’era addossato un inflessibile senso del giudizio, in cui le figure del giudice e del giustiziere s’erano spesso confuse e sovrapposte.
C’era stata qualche volta la debolezza del bisogno, trasformatasi in avidità, ma aveva sempre fatto bene il suo mestiere, senza indulgere al piacere d’infliggere inutili sofferenze.
Aveva una sua dignità da difendere, lui. Davanti al suo mondo ma soprattutto davanti a se stesso. Tuttavia il tempo lavora, impercettibilmente, e quando ti volti indietro per vedere come sta andando capisci che è già troppo tardi. Un sorso di whisky liscio bruciò in gola e gli trafisse lo stomaco fino alle viscere. Una spada incandescente che lo attraversò fino alle lacrime. Espiazione?
Non c’era espiazione per l’inferno e sapeva anche questo.
Prese dalla tasca dei pantaloni un foglio di carta spiegazzato. Una lettera, impostata in città poco prima di Natale, che aveva trovato nella sua casella di posta. Era scritta in stampatello, probabilmente con la sinistra. Non dubitò che fosse senza impronte.
-Messaggio n. 2
Letto sua inserzione. Accetto tutte le condizioni.
Quanto pattuito già nel posto indicato. Allego chiave.
Soggetti da eliminare: Joseph e Mina Dike.
Libertà d’esecuzione.
Tempo: Prima possibile.
Saldo entro 24 ore a lavoro finito. Stesse modalità dell’acconto.
Fine contatti.-
Il mandante era preoccupato e aveva fretta. Raramente gli si dava così poco tempo per agire.
Lo aveva incuriosito il fatto che i due soggetti designati avessero lo stesso cognome. Marito e moglie? Padre e figlia?
Gli uffici erano aperti a orario ridotto, per via delle festività natalizie, ma era riuscito a ottenere le informazioni che gli servivano.
Joseph Dike era un giudice. Divorziato dalla moglie, viveva solo in un piccolo appartamento del centro storico. Uomo integerrimo e solitario trascorreva le sue giornate in Procura rientrando spesso a casa a tarda ora. A tempo perso si occupava di vecchi casi irrisolti o fornendo consulenze. Era un uomo metodico e abitudinario. Usciva ogni mattina per fare colazione al bar sotto casa e prendere il giornale, tre volte in settimana una ragazza filippina, andava da lui per rassettare e s’incontrava con la figlia, al Parco, la domenica mattina. Sarebbero stati un bersaglio perfetto se… le sue mani…
Si versò ancora da bere, e lo stesso fuoco lo arse.
Mina era sua figlia. Trent’anni, giornalista televisiva in caccia di scoop, viveva con la madre a un paio isolati di distanza.
Minuta di corporatura, carina e un po’ sciatta, con i capelli a caschetto e una borsa più grande di lei, l’aveva volontariamente incrociata per strada un paio di volte. Gli era parsa gentile e determinata, non certo pericolosa.
Se qualcuno vuole morti un giudice e una reporter e questi due sono parenti, la spiegazione è una sola. Stanno lavorando insieme allo stesso caso e hanno scoperto pericolose convergenze.
Pericolose convergenze. Era il suo modo di definire le prove che portano a un colpevole. Un vero problema per loro, visto che il diretto interessato era così ben informato sui loro risultati da non voler correre rischi. Qualcuno molto abile e pericolosissimo, se era ancora in circolazione. Qualcuno che non voleva più sporcarsi le mani e restare fuori dal gioco con un semplice Passo.
E lui era il prossimo giocatore. Ma questa volta era diverso.
Per la prima volta, da sempre, la sua Mauser lo aveva tradito.
O erano le sue mani, a farlo?
Il Destino aveva deciso, almeno per Joseph e Mina Dike.
Aveva lasciato che la sua moto lo portasse al mare.
Un ultimo sguardo alla vita e al mondo che le dava senso.
Era giunto il momento di fermarsi e sparire per sempre.
Basta strategie di morte, vita solitaria, percorsi di fuga.
Si lasciò cadere sul letto e chiuse gli occhi, sfinito.
Albeggiava. Non nevicava più e c’era, ovunque, un gran silenzio.

(13. Continua)

(Articolo precedente di riferimento:

https://laurasoreglia.wordpress.com/2017/04/18/dal-matto-al-mondo-lappeso/

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