Dal Matto al Mondo: La Forza

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Ciao. Una felice primavera a tutti. Dopo un inverno magnifico, non troppo freddo e ricco di splendide giornate lucide di sole, ecco, finalmente Lady Spring… con  magnifici tappeti di bucaneve, fioriti nel sottobosco ancora spogli e disadorno, incorniciata  di sterlizie e primule….con l’affascinante esplosione di migliaia di piccole margheritine  nei prati, appena appena verdeggiati, e violette e mimose oserei dire… lussureggianti.
Le rade, brevi piogge e la temperatura gentile ci hanno fatto dono di tanta grazia e bellezza. Non ci resta che sperare in una stagione nuova fresca e non troppo “annaffiata”. Siate sereni.

11. La Forza

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Giovedì, 30 dicembre 2010 ore 20.00

La direzione di ONE FORCE TV era all’ottavo piano di un elegante stabile svettante tra i capannoni del Centro Studi Televisivi. La grande porta di cristallo che separava l’ala riservata dagli uffici si apriva su un atrio ricoperto di moquette blu. Una fontana illuminata e alcune piante tropicali abbellivano l’ambiente su cui si affacciavano l’ufficio di William Shark Blakestone con salottino privato, quello della sua segretaria, tre sale riunioni, quattro uffici spesso vuoti e una piccola cucina.

Barbara B. Clarck conosceva bene quella zona perché la frequentava con assiduità.

L’appuntamento serale con William Blakestone, negli ultimi mesi, era diventato una consuetudine.

Quando arrivò l’ufficio della segretaria era vuoto e buio come al solito, ma la porta di collegamento era chiusa. Si fermò in silenzio ad ascoltare.

Si sentivano la voce inferocita di Blakestone e quella più smorzata e pacata di un altro uomo.

“Ripensaci Billy, – stava dicendo – ti prego. Lo sai che i debiti mi stanno mangiando vivo. Se mi butti fuori, sono perduto.”

“Vai a farti fottere!”

Un colpo secco aveva interrotto la comunicazione.

“Un altro telefono che se ne va.” Aveva pensato Barbara, risistemandosi la gonna e ravvivando i capelli. Aveva atteso un paio di minuti e poi aveva bussato discretamente.

“Avanti.”

Lui, in piedi davanti al minibar, stava versandosi da bere.

“Ciao Billy. Sono in ritardo?”

“No, no, Barbie, vieni. Siediti. Prendi qualcosa?”

“Uno scotch. Con ghiaccio.”

Senza parlare lui aveva preparato due bicchieri e poi si era abbandonato sulla poltrona in pelle della scrivania.

“Ti vedo stanco stasera, caro… più del solito…”

Lui aveva scosso il capo. “Nervoso, è la parola giusta.”

“Vuoi che sciogliamo un po’ la tensione?”

Senza fretta si era alzata e gli era andata vicino. Aveva cominciato a massaggiargli le spalle e il collo. La testa, liscia e lucida, giaceva abbandonata sullo schienale.

Fece scorrere le dita morbide e decise fino alle tempie prima con un movimento a raggiera e poi a spirale, dolcemente ipnotico. Percepiva tutto il potere concessole da quella confidenza che spesso, sempre più spesso, si era evoluta in eccitanti giochi erotici. Le piaceva giocare con Billy perché erano uguali, loro. Mossi da un insano e prepotente egoismo che li lasciava sfiniti, sudati ma anche temporaneamente soddisfatti. Tuttavia, quella sera c’era, nell’ambiente, un’aria avvelenata.

Per qualche minuto lui si lasciò andare alla malia sottile e disarmante di quel contatto poi si scosse irritato.

“Stasera non ho tempo. Aspetto un cliente.”

“Sei proprio il solito stronzo. Avvisare prima, no?”

Furiosa per quell’inatteso rifiuto, s’era ritratta, come morsa da una vipera.

Era andata via imprecando. Non c’era niente da dire o da fare. Non c’era nessun cliente. E lui era solo un gran bastardo che aveva altro per la testa.

Stanco, Blakestone andò a sdraiarsi sul divano del salottino e chiuse gli occhi.

Odiava il Natale. Il Natale e tutto il suo corollario di feste, lustrini, regali e futilità.

Non aveva voglia di tornare a casa. La sua bella casa piena di fantasmi e solitudine. Dove non c’era mai un vero silenzio come lì.

“Perché William, perché lo hai fatto? Era solo un gioco… Era solo un gioco…”

Un’ombra azzurrina s’era materializzata davanti a lui e lo guardava incredula.

La figurina immobile di Sonia Liubovsky. L’incarnato cinereo strideva col sottile filo di sangue che fuoriusciva dalla bocca semichiusa.

Quella domanda lo faceva impazzire.

Con un gemito soffocato Blakestone si scosse, impaurito. Si coprì il volto con le mani tentando di nascondere la visione e asciugare il sudore freddo che lo imperlava ma, quando alzò la faccia, non c’era nessuno.

Lo sciacquio leggero della fontana nell’atrio, rompendo quella sensazione innaturale, lo riportò alla realtà.

Era bella Sonia. Di una bellezza sofisticata ed esotica ma anche semplice, naturale. L’aveva conosciuta al ricevimento d’inaugurazione della Villa dei Glicini dei Tellinger-Kruger.

Maxin, che frequentava da sempre donne da poco ma bellissime, con una noncuranza disarmante gliela aveva presentata e offerta come un… regalo. Come una bella cosa di cui si cede la proprietà.

E lui, da subito, l’aveva considerata sua.

Sonia aveva bisogno di denaro ed era disposta a tutto. A lui il denaro non mancava: avrebbero di certo trovato un accordo. Dopo un primo appuntamento, un altro, e poi un altro, e un altro ancora. Se n’era invaghito fino a trasformare quegli incontri in un’ossessione divorante. Averla era diventato il suo pensiero dominante. Tuttavia non erano solo i suoi giochi erotici ad eccitarlo ma il controllo che lei esercitava sulla sua mente. Un piacere  infinito e intollerabile.

Sonia era flessuosa e docile come una liana, un giunco. Come una liana lo aveva avviluppato e come un giunco s’era spezzata fra le sue mani.

Solo un’altra ragazza, in passato, gli aveva trapanato il cuore e i sensi come lei, ma non aveva mai potuto rivelarlo a nessuno.

Rivedeva ancora quell’ultima sera.

Cenetta romantica per due, musica soft e poi da lui, nell’appartamento che aveva sopra gli studi, in un crescendo di eccitazione fisica e tensione emozionale.

Poi, qualcosa non aveva funzionato.

Sonia durante uno dei loro giochi aveva perso i sensi. L’aveva creduta morta e, preso dal panico, aveva tentato di sbarazzarsi del corpo. Aveva fatto un giro molto ampio con l’auto di lei per inscenare un suicidio. Era stato sotto le arcate del Caroline Bridge, poi tra i secolari alberi dell’Oaks Forest, appena fuori città e, alla fine, era tornato agli studi, incapace di decidere il da farsi. Albeggiava. L’aveva lasciata lì, al parcheggio, seduta al posto di guida, come nulla fosse accaduto. Come una bambola dal collo spezzato.

Inebetito dallo shock e dal whisky aveva atteso nel suo ufficio l’arrivo della polizia.

Ma non era accaduto niente. Niente. Sonia era semplicemente scomparsa.

Aveva seguito, con discrezione, le ricerche della polizia, che si erano risolte in un nulla di fatto. Qualche mese dopo il fascicolo aperto su Nadine era stato archiviato come caso non risolto.

L’unico problema erano queste apparizioni estemporanee che lo mandavano in paranoia.

Prese dalla cassaforte una bustina di polvere bianca.

“All’inferno, allora. Insieme.”

(11. Continua)

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https://laurasoreglia.wordpress.com/2017/03/14/dal-matto-al-mondo-la-ruota-della-fortuna/

Dal Matto al Mondo: La Ruota della Fortuna

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Ciao a tutti i miei lettori… Un super rapido “Bentornati” e subito pronti per rituffarci nel mondo dei Tarocchi e di Mina Dike, la simpatica giornalista di carta protagonista di questo libro. Cos’altro scoprirà la “nostra “indomita” paladina della Giustizia?

10. La Ruota della Fortuna

Giovedì, 30 dicembre 2010 ore 11.30

Tony Farrell era un gran figlio di puttana. Avrebbe venduto anche sua madre se questo si fosse rivelato un buon affare. Gli piaceva giocare e quando giocava colpiva duro. Aveva un fiuto fantastico per i soldi. Sapeva come muoversi per farli e farli sparire, senza troppa fatica. Era un uomo intelligente e brillante, senza scrupoli e senza coscienza. Era nato come cabarettista d’avanguardia, lavorando a braccio e fregandosene di copioni e di registi. Per oltre vent’anni aveva calcato le scene dei teatri di mezz’Europa poi il colpo di fortuna: una cena a casa di William Blakestone, proprietario e direttore dell’emittente televisiva ONE FORCE TV.

I due uomini si erano piaciuti subito e da quell’incontro non casuale era scaturito un vantaggioso sodalizio. Certi programmi pomeridiani un po’ trash come Parliamone!, idee per sketch pubblicitari pomposamente definiti Consigli per gli acquisti, riempitivi musicali e d’intrattenimento portavano la sua firma marchiana. Tony la sapeva lunga su tutto. Non si scandalizzava mai, non indietreggiava mai e non temeva nessuno. Il grande successo gli era arrivato con la Ruota della Fortuna, uno spettacolo di varietà che ben misturava vari ingredienti: sorpresa, curiosità, attitudini e abilità musicali. Il programma, seguito anche all’estero, nel tempo si era evoluto, trasformandosi da popolare e ridanciano trampolino di lancio per principianti in un brillante talent show.

“Colpo di scenaaaaaaa!” La voce di Tony Farrell sovrastava per tono ed entusiasmo il battimani e le urla del pubblico presente “il vincitore di questa penultima puntata della Ruota della Fortuna è… MaryClaire Verducci. Vieni MaryClaire, vieni qui, sul palco.” A quell’annuncio, una ragazza dai lunghi capelli neri s’era sporta dalle quinte e la musica era esplosa come un fuoco d’artificio. Mentre impacciata dal lungo abito da sera avanzava timidamente verso di lui, un’allegra pioggia di coriandoli dorati aveva preso a scendere mentre la luce dei riflettori danzava impazzita nella sala.

“Sì, sì, va bene Frances.” Mi piace. C’è un bel crescendo. Puoi finire di montare il programma.”

Tony Farrell spense il monitor e si alzò dalla postazione di Simon Stern, il regista. Si stiracchiò le membra. Era abbastanza soddisfatto del lavoro.

C’era ancora la puntata finale di cui preoccuparsi e poi avrebbe potuto prendersi una meritata vacanza. Sorrise tra sé, non ricordava di aver mai avuto tanti problemi nella realizzazione di un programma e tuttavia era riuscito a mantenere la qualità a un buon livello. Gli artisti che avevano partecipato quell’anno erano poco più che mediocri e s’era dovuto lavorare tanto per mascherarne la pochezza.

“Non c’è proprio la possibilità di un exploit fra i concorrenti, quest’anno. – pensò tra sé. – Sono così grigi e spenti. La Verducci non è male. Il pezzo dei Whithin Temptation, Memories è bello e la voce è buona, ma… presenza scenica zero. Zero.”

E lui se ne intendeva di presenze sceniche. Ci aveva costruito sopra una carriera.

“Dovrò lavorarci su parecchio, per fare di lei la mia star. Trecentomila euro e un contratto sono un bel premio, quindi…dovrà guadagnarselo.”

Si passò una mano fra i capelli.

Per il momento preferiva non pensarci.

La lettera da Londra, arrivata il giorno prima, catalizzò la sua attenzione. La prese dalla tasca e la guardò ammirato. Era stato abile a gestire la cosa. Con la freddezza necessaria per riuscire.

“Il fine giustifica i mezzi – soleva ripetersi spesso, – e questa volta ne era valsa proprio la pena.”

“Questa, – disse a bassa voce, tastando il fianco – è meglio affidarla all’arte.”

Era quasi mezzogiorno e cominciava ad avere fame.

Aveva varie questioni da sbrigare  in ufficio ma l’avrebbe fatto nel pomeriggio.

Prima voleva vedersi con Sabine e telefonare a Patrick.

La chiamò al cellulare mentre raggiungeva l’auto.

“Sabine? Ciao cara. Hai voglia di uno snack veloce al World? Diciamo, fra un quarto d’ora?”

Odiava pranzare da solo.

“Sì, volentieri. Al solito tavolo?”

Era caduta la linea, ma loro due si capivano al volo.

Si erano ritrovati, puntualissimi, nella hall della Blu Sky Tower,  davanti a uno dei quattro ascensori che salivano al Ristorante.

“Sei bellissima. – le aveva sussurrato, complice, mentre salivano al 27° piano – Dopo, ti mangio.”

Farrell pranzava spesso al World, ma in pochi sapevano che al 10° piano della Blu Sky Tower possedeva un raffinato appartamento di 70 metri quadri.

Una vincita a poker esentasse con vista sul Parco Michelangelo, enorme letto matrimoniale sormontato da uno sontuoso Kandinsky.

Uno colpo mancino ben assestato e andato a segno, che ti godi fin quando il Destino non ti presenta il conto.

Molte aspiranti stelline avevano pranzato con Farrell al World e tutte avevano preso il digestivo nel suo pied-a-terre.

“Abbiamo poco meno di due ore, cara, tutte per noi.” Sabine gli sorrise gelida. Lo sentiva premerle addosso e quel gioco non le piaceva più.

Quando tornò nel suo ufficio, più tardi, il telefono stava squillando.

“Chi è?” domandò irritato.

“Signor Farrell? Ho Mina Dike in linea. Vuole parlarci? Ha già chiamato cinque volte e dice che chiamerà a oltranza perché è molto importante.”

“Passamela.” Era inutile tirarla per le lunghe. Meglio disfarsi subito del problema.

“Buonasera Signor Farrell sono Mina Dike. Sono ancora aperte le audizioni per La Ruota? Ho per le mani la star che sta cercando. È un violinista e so che…”

Mina Dike non era una giornalista qualsiasi. Una collega qualsiasi. Era la figlia del Giudice Dike e doveva andarci cauto.

“Raccontami tutto per bene. Ok?”

Mina aveva cominciato a parlare a raffica e lui l’aveva ascoltata pazientemente.

“Ok!ok! mi hai convinto. Vi aspetto lunedì alle nove e mezza. in sala prove. Puntuali.”

Cominciava ad essere stanco di tutto.

Posò il ricevitore e rimase in ascolto del silenzio largo nel corridoio. Ne ebbe timore.

Si ricordò di Patrick a notte inoltrata, quando era ormai troppo tardi per chiamarlo.

“Domattina sarà la prima cosa che farò.” si ripromise.

C’era sempre, sempre qualcosa da fare.

(10. Continua)

Articolo precedente di riferimento:

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Dal Matto al Mondo: L’Eremita

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Ciao a tutti. Sono giunta quasi a metà del mio racconto. La domanda imbarazzante è: c’è qualcuno che, pian piano, si sta incuriosendo? Domanda imbarazzante per l’imbarazzante silenzio che aleggia su questo blog. Certo meglio il silenzio degli insulti… Tuttavia devo dire che in questo progetto ci ho creduto e anche adesso che, pubblicandolo a puntate, lo rileggo, non mi sembra niente male. D’altra parte capisco che il giudizio su un libro, su una storia,si da solo alla fine.  Aspetterò. Ringrazio che si è iscritto per seguirmi e mi lascia anche solo un breve cenno del suo passaggio. Grazie dell’attenzione e della…pazienza.

Un bacio.

9. L’Eremita

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Giovedì, 30 dicembre 2010 ore 9.00

Marenko era conosciuto nel quartiere come Il Violinista.

A differenza di altri barboni che si guadagnavano la giornata raccogliendo lattine e altro materiale riciclabile, lui riusciva a sopravvivere suonando agli angoli delle strade, in piccole piazze o al parco. La lisa e sporca custodia del suo strumento attirava sempre qualche moneta e in certe ore del giorno piccoli capannelli di passanti si raccoglievano  intorno alla sua isola musicale per ascoltarlo.

Qualche volta la polizia o i privati lo cacciavano e allora lui cambiava zona, salvo poi ritornare alla sua postazione: una panchina blu ai margini del parco Michelangelo, di fronte alla Tellinger-Kruger Bank. Alto, dal fisico imponente, con i capelli color piombo arruffati e crespi, il Violinista indossava, su vari strati di vestiario, un ampio e pesante pastrano militare lungo fino alle caviglie. L’aspetto trasandato contrastava con la dolcezza struggente della sua musica. Taciturno e misterioso, raramente s’intratteneva con gli altri homeless della zona. In seguito ad un’aggressione aveva cercato alloggio in un pensionato dove per pochi soldi poteva dormire e aver cura dei suoi pochi averi mentre un vicino convento gli garantiva l’unico pasto caldo quotidiano.

Da mesi viveva così. Come un animale in caccia. Sempre attento e teso alla preda, sorretto dall’unica speranza di ritrovare sua figlia viva, se non felice. Tutto gli era tollerabile fuorché quel suo prolungato silenzio.

Con quieto interesse lasciava muoversi il mondo intorno a lui mantenendo però una costante e vigile attenzione verso la banca e l’imbocco del vicolo su cui si affacciava il parcheggio sotterraneo. Un impulso viscerale e irragionevole lo spingeva a stare lì dove, ne era sicuro, avrebbe avuto le risposte che cercava.

Erano le nove, quando Mina Dike lo raggiunse al suo solito posto al parco.  L’aria era frizzante. Stretta in un lungo cappotto nero un po’ sdrucito con doppio giro di sciarpa bianca intorno al collo, guanti e basco di lana in tinta, Mina attese che l’uomo concludesse la sua performance e gli astanti si disperdessero, prima di avvicinarlo.

“Lei è davvero bravo, sa?” Aveva esordito. “Potrebbe partecipare a un programma TV come la Ruota della Fortuna. Ci aveva mai pensato?”

Aveva teso la mano, cordiale.

“Buongiorno. Minerva Dike di ONE FORCE TV. Una emittente locale.”

Lui non aveva capito. Si era schermito e aveva risposto al saluto: “Piacere conoscere te. Mio nome Markus Liubovsky. Marenko per amici, ma tutti chiama me il Violinista.”

“Il pa… padre di Sonia?”Aveva balbettato Mina, colta di sorpresa e in difficoltà.

“Da. Tu conosce? Tu sa dove è mia figlia?”

Prima che lui s’irrigidisse in un silenzio senza ritorno, con gentilezza lo aveva preso sottobraccio: “No, la sto cercando anch’io.” E, quasi trascinandolo via, in un estremo tentativo di rimediare alla gaffe, aveva continuato a parlare: “Ha già fatto colazione? Potremmo parlare con più tranquillità lì al bar, non crede?” Docilmente lui l’aveva seguita al Caffè Rossini’s, dall’altro lato della strada.

Aveva parlato lei per prima. Per guadagnarsi la sua fiducia.

“Vuole raccontarmi la sua storia?”

Il sorriso di Mina, un bel paio di panini ben farciti, del vino rosso e una tazza grande di caffè con vodka schiodarono Marenko dalla sua diffidenza. Da troppo tempo non parlava con qualcuno che gli si mostrasse amico. C’era voluta buona parte del pomeriggio per conquistarlo. Le aveva raccontato di sé e della sua famiglia: dai fasti del passato con i grandi viaggi in Europa e le nobili origini decadute dopo la rivoluzione del ‘17, alle dolorose fughe da Mosca e da Kiev negli anni della seconda guerra mondiale. L’approdo a Odessa, verso la metà degli anni ottanta, alla ricerca di una stabilità economica e sociale.

“Tutta mia familia molto ama musica. Mio nonno, suonare violino a corte di Vienna, sa? Mia donna brava pianista e Sonia… Ah, Sonia davvero angelo con suo violino.

Poi, in anno 2004, tutto cambia. Sonia, mia bambina si sposa. Vedova prima che madre, sa?

Pensa tragedia. Pavlov mai ricevuto lettera che è padre. Ivan mai vedere lui in sua vita. Tu vede che bello bambino è Ivan, da? – stava dicendo, mostrandole una foto spiegazzata e strappata in più punti. – Cinque anni mio bambino, adesso.” Un pianto sommesso lo scosse.

“Ivan malato a cuore e serve bravo chirurgo, lui operare. Sonia qui, con promessa di lavoro, adesso sono due anni. Ma bambino è grave. Forse non vive molto. Chiama mamma, mamma, senza finire mai.” Marenko sospirò.  “Molti soldi serve per salvare sua vita, ma Sonia deve tornare.”

Mina gli cercò le mani e gliele strinse nell’illusorio tentativo di rassicurarlo.

“Io venuto riprendere lei, anno passato, ma lei non vuole venire. Dire me che è ricca presto. Famosa. Allora torna. Ma no con me. No subito. Lei dice suona violino. Fa concerti in teatro. Già carta ha di contratto. Presto manda denaro per Ivan. Ma no fa nomi.

Invidie dice, melio silenzio. Segreto. Poi, improvviso, dopo Natale, Sonia no viene più nostri incontri. No messaggi. Volatizzata, da?” Mina lo ascoltava e prendeva nota.

“C’è un motivo per cui lei sta sempre qui, davanti a questa banca?” chiese sovrappensiero.

“Io visto Sonia più volte con uomo importante di banca, direttore io crede, prima che lei sparisce. Lui ha colpa, che lei sparisce. Io so. Io cerca prove lui colpevole. Se lui fa male mia bambina io, io… lui uccide.” C’era un bagliore negli occhi e un tono così sommesso e minaccioso che Mina tremò. O era il freddo?

Mentre chiacchieravano Marenko mostrò a Mina altre foto tra cui una di Sonia. Lo splendido primo piano di una giovane donna sorridente che posa nell’atto di suonare il suo strumento.

Le foto di Nadine in mano alla polizia non rendevano giustizia alla bellezza di Sonia.

“No sempre stati poveri, noi. Vedi chiave di sol con piccolo zaffiro in suo collo? Io regala lei per suoi venti anni. Gioiello di mia famiglia, sa?”

“Un modo romantico di sposare l’amore per la musica con l’acronimo di Sonia.” Disse Mina.

E così, Marenko li aveva visti insieme, Sonia e Maxin. Si conoscevano. Adesso ne era certa.

Non se la sentiva di rivelargli quanto sapeva su Maxin, ma il fatto che i loro sospetti convergessero confermava che la pista era buona.

“Adesso che tu fa pensare me, io nota cosa strana.” Disse Marenko. C’è donna molto bella che viene a banca, ma no sempre. Io visto lei venire sola e andare con banchiere via, in auto. È donna di America latina. Brasile, forse.”

“Statura media, capelli lunghi neri, molto elegante e… sexy?” Aveva chiesto Mina, già sicura della risposta.

“Da. Tu conosce?”

“Si chiama Brenda Brook e lavora per Dominique Sandèr, come Sonia. Sono certa che conosce Sonia. Potrebbe sapere qualcosa, ma non ho prove.”

“Devo andare a parlarle.” Pensò scrivendo un appunto.

Marenko aveva chinato il capo sconfitto.

“Devo ritrovare mia filia. Devo. Tu aiuta me?”

“Senta, signor Liubovsky. Io farò tutto quello che posso. Vorrei aiutarla almeno economicamente ma…”

“Tu no pensare me. Io, come si dice? me arrangia. Violino no tradisce.”

“So cosa posso fare!”  L’idea era venuta così.

“Intanto, posso cercare di farle guadagnare un po’ di denaro. Domattina verrò a prenderla qui al parco, verso le nove e le spiegherò tutto. Sia puntuale e più elegante che può. A domani.”

Prima che lui potesse replicare Mina era lontana. Cercava nella borsa il suo cellulare.

“Cosa è elegante?” gridò lui, alla notte scintillante che inondava il Parco.

“Pronto. Lucy? Sono Mina Dike. Puoi passarmi Tony Farrell, per piacere? Ho urgenza di parlargli.”

Le luci di Natale si allargavano nelle tenebre come una prorompente, incontenibile, felicità.

(9. Continua)

 

Articolo precedente di riferimento:

https://laurasoreglia.wordpress.com/2017/02/28/dal-matto-al-mondo-la-giustizia/

 

Dal Matto al Mondo: La Giustizia

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Ciao a tutti. In particolare a  chi mi sta leggendo in silenzio in attesa che cominci ad accadere qualcosa… in questa storia. Mina Dike è la  protagonista di questo libro. È la me del passato… Chi avrei forse potuto essere se avessi dato un’altra piega alla mia vita… se le premesse fossero state diverse…

8. La Giustizia

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Giovedì, 30 dicembre 2010 ore 7.30

“Ciao mamma. Dormito bene?”

La signora Dike stava preparando il caffè mentre il bricco del latte caldo, la biscottiera, le tazze e lo zucchero erano già in tavola.

“Sì cara, grazie. Ho letto fino a mezzanotte e poi mi sono addormentata. Non ti ho sentita arrivare. Hai fatto tardi anche stanotte eh? Come procede la tua ricerca?”

“Non male, direi, ma è un pozzo senza fondo. Continuano a saltar fuori  storie strane… un pasticcio, insomma.”

Poi, cambiando discorso:

“Mmmm, che buon profumino mamma, i tuoi biscotti sono fantastici.” Mina ne prese un pugno e li sgranocchiò in fretta, allegramente. “Se vendessi la ricetta, diventeresti ricca.”

“Ma io sono già ricca, mia cara. Ho te.”

“Stasera o domani devo passare da papà. Mi ha telefonato per dirmi che ha fatto alcune scoperte interessanti e vorrei sapere di cosa si tratta. Sono convinta che sappia qualcosa d’importante per sbrogliare la matassa. Lui sa sempre tutto. Accidenti com’è tardi! Devo scappare. Devo andare all’archivio del New Times per controllare un paio d’informazioni. Farò tardi.”

Adesso che le sarebbe piaciuto, almeno qualche volta, fare una bella chiacchierata con sua madre, non c’era mai tempo. Appena un bacio frettoloso ed era già fuori di casa.

La vita di una giornalista è sempre piena di frenesia, senza orari né regole.

Dopo la laurea in giurisprudenza, presa senza troppa convinzione per assecondare suo padre, Mina aveva rincorso il sogno di diventare giornalista.

Si era iscritta, dopo varie peripezie, alla scuola di giornalismo radio televisivo di Perugia e vissuto, come diceva spesso: “I due anni più interessanti della vita.”

Era entrata a THE FORCE ONE TV l’anno prima, grazie all’interessamento di un compagno di corso che già ci lavorava, subito dopo il conseguimento dell’attestato. Le interessava il mondo delle inchieste televisive, delle indagini alla  Mikael Blomkvist. Invece aveva cominciato con la correzione delle bozze degli articoli di rosa e dato una mano alla Schenker, della redazione di moda, per sistemare i reportage sulle sfilate parigine.

L’occasione per fare qualcosa di serio era arrivata improvvisamente, subito dopo Natale, con la scomparsa di una ragazza dell’Est. Il reporter che avrebbe dovuto seguire le indagini era rimasto ferito in un incidente d’auto e così, avevano dato a lei il pezzo per la nera.

Niente di speciale, ma era un inizio.

Armata del tesserino d’ordinanza e di curiosità aveva cominciato le sue ricerche partendo dagli scarni e lacunosi verbali delle indagini. La ragazza sparita si chiamava Sonia Olga Liubovsky, più nota come Nadine. Era una modella ucraina alta, bionda e bellissima. Una sera d’inverno era uscita dall’appartamento che divideva con la conterranea Anghelika Gheorghiu e non era più tornata.

Le ricerche della polizia, partite dal Centro Benessere I fiori del Piacere dove Sonia lavorava come estetista, si erano arenate prima di quanto sarebbe stato ragionevole e lei, per principio, non accettava che, senza una denuncia, le indagini fossero state chiuse e il caso archiviato.

“Troverò qualcosa. Una donna non può sparire così, nel nulla.”

Qualcosa, lei, l’avrebbe trovato.

Cercando, le sorprese non erano mancate. I documenti e i registri sequestrati dalla polizia a Dominique Sandèr, titolare del Centro dove Nadine lavorava, erano apparentemente in ordine. Mina aveva rilevato qualche piccola anomalia e irregolarità nei registri contabili ma poca cosa.

Per pignoleria aveva microfilmato i registri dei clienti, sui quali si riservava un’indagine separata.

Non c’era voluto molto per verificare una gestione separata di conti e l’inquietante coinvolgimento di personalità molto in vista in città; e neppure trovare il collegamento tra le estetiste della Sandèr e un giro di escort selezionate da una talent scout chiamata, in gergo, la Papessa.

Le ragazze, scelte con cura, erano reclutate con la promessa di un brillante futuro nel mondo della moda e poi, dopo un breve periodo di addestramento, venivano immesse nel circuito delle squillo d’alto bordo.

“Il giro deve essere ben organizzato, se finora non ci sono mai stati sospetti – pensava Mina – e i Centri Benessere della Sandèr sono una copertura perfetta.”

Non aveva prove che Dominique Sandèr e la Papessa fossero la stessa persona, ma tutto portava in quella direzione. C’era un legame tra lei e la scomparsa di Nadine? Sapeva qualcosa? E cosa, esattamente? Poi, a un tratto, certi documenti erano spariti, le autorizzazioni revocate, le porte chiuse: tutto era diventato più difficile e intricato.

Mina era tornata a studiare il materiale raccolto con la macchina fotografica e aveva cominciato a ordinare gli appunti come sul padre le aveva insegnato, sperando in un colpo di fortuna.

Il lavoro nei mesi successivi si era intensificato. Servizi free lance e collaborazioni rendevano bene e sempre più spesso la tenevano fuori città. Quando aveva qualche scampolo di tempo per dedicarsi alle sue ricerche era troppo stanca per farlo. Il microfilm con l’elenco dei clienti di Dominique Sandèr era dimenticato nel portacenere di cristallo sulla scrivania, sepolto da caramelle e cioccolatini. Ma la fortuna aiuta gli audaci.

A fine maggio, Mina  era andata dalla Sandèr per un colloquio, con un’esca cui la vecchia non aveva saputo resistere: un reportage sui suoi Centri benessere in esclusiva per la rivista Salute e Bellezza.

Felice fatalità, aver colto un alterco tra la Sandèr  e il banchiere Alexander Maxin.

Non era riuscita a capire  quasi niente della discussione ma il nome di Nadine era stato fatto più volte alimentando in lei i sospetti su Maxin.

Con lui in cima alla lista dei possibili colpevoli, Mina aveva dato un’efficace svolta alle sue ricerche, scoprendo parecchie cose. Che era un abile finanziere dai traffici non troppo puliti, spregiudicato e senza scrupoli. Che era socio di Dominique Sandèr. Che aveva un pied-a-terre appena fuori città dove s’incontrava con una certa Brenda Brook, nonostante fosse sposato e con un figlio.

“Brutto figlio di puttana. Non penserai di cavartela così a buon mercato.” Pensava Mina.

Le era tutto chiaro. Maxin era il ricco porco con lo smoking che aveva sequestrato Nadine e forse l’aveva uccisa. “Ti spedirò dietro le sbarre, Maxin. Sta’ sicuro. Non so ancora come, ma ti faccio finire dentro. Parola di Mina Dike.”

Aveva scoperto che Nadine e Brenda si conoscevano e questo aumentava l’attenzione su Maxin. L’ipotesi più accreditata  era che quest’ultimo, ricattato da Nadine per la relazione con Brenda, l’avesse fatta sparire. C’erano solo vaghi indizi, sospetti ma nessuna prova. Non ancora.

Il quindici dicembre, con qualche giorno di ferie a disposizione, Mina era andata da Anghelika.

In un linguaggio approssimativo e sgrammaticato, l’amica di Nadine le aveva detto di Ivan, il figlio che Sonia aveva lasciato a Odessa dai suoi, e delle difficili condizioni economiche della famiglia.

“Ma di poco tempo, lei aveva molto denaro, da. E anche promessa di altro denaro e lavoro in mondo di spettacolo, da. Era concertista, Sonia sa? Suo sogno di fare violinista, adesso sembrare vero.”

Anghelika aveva sorriso debolmente.

“Era molto contenta, da. Io non crede lei farebbe sciocchezze. Lei forse in pericolo. Io paura… lei adesso, morta.” La voce rotta e bassa si era piegata in un lamento.

“Io visto lei con uomo molto alto, elegante, una volta. Ma non conosce. Lei parla poco con tutti. Anche con me. Io paura per mia vita, se dico che visto lui.”

Mina era già sul pianerottolo quando Anghelika si ricordò: “In Parco grande, di città, davanti a banca di aquila, lavora uno Street musician. Io visto lui discutere con Sonia tanto tempo fa, ma non sa motivo. Tu trovi lei, da?”

Mina l’aveva rassicurata, ma adesso era ancor più confusa. Maxin, col suo metro e sessanta, non poteva certo essere definito  molto alto.

Chi aveva dato il denaro a Nadine? E che fine aveva fatto? Chi era l’uomo elegante? E l’altro? Nadine aveva un segreto da nascondere e forse non era solo sparita: era stata uccisa.

(8. Continua)

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Dal matto al Mondo:Il Carro

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Ciao a tutti… Un abbraccio affettuoso (che non fa mai male) e l’augurio di una buona lettura…

7. IL Carro

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Giovedì, 30 dicembre 2010 ore 7.30

 “Certo che avere un appartamento al sesto piano, ha i suoi vantaggi.” Pensò Xavier, alzandosi.

Il primo sole entrava radente dalle finestre e si posava di striscio sul letto, incurante dei suoi occupanti. Prima di lasciare la stanza accostò gli scuri e tirò le tende pesanti: Paul era tornato tardi e avrebbe dormito fino a mezzogiorno. Attento a non disturbare, fece una doccia, si rasò, con cura scelse l’abbigliamento adatto per un viaggio in montagna. Preparò il caffè, del pane tostato con burro e marmellata e una spremuta d’arancia. Mentre stava per iniziare a mangiare, Paul entrò in cucina. Pareva riposato e in piena forma.

“Ti faccio compagnia, vuoi?”

Xavier si alzò e apparecchiò per il compagno.

“Dormito bene?”

“Sì. Magnificamente.” Sorrise, in effetti, era così.

Le pareti domestiche, che proteggono i sentimenti e la vita privata, e la luce del mattino, perfetta per dipingere, erano tutto ciò che gli occorreva, per essere felice. Oltre a Xavier, naturalmente. Fecero colazione e scambiarono due chiacchiere sui rispettivi impegni giornalieri.

“Allora vai a prendere Shon, oggi?” chiese Paul, prima di addentare burro e marmellata sul pane.

“Sì, come da programma. E tu?”

“Stamattina mi sento creativo. Potrei cominciare a lavorare a quei bozzetti per i fondali del teatro, ricordi? Se la luce regge così brillante, magari do gli ultimi ritocchi al ritratto cui sto lavorando. È quasi finito. Mi piacerebbe anche fare un giro in bici nel parco, nel pomeriggio. A pranzo mi faccio una pizza alla Bella Napoli. È un sacco che non ci vado.”

Xavier sorrise tra sé. Paul era un vulcano d’idee. Aveva sempre qualche progetto da finire, da iniziare. Non era mai pigro o annoiato. Raramente lo aveva visto scontroso e irascibile come la sera prima.

“Penso che torneremo tardi, anche se non prevedo traffico. Sunny mi ha telefonato ieri. Vuole vedere Selene e stare con lei. Credo che abbia in mente qualcosa di serio, che a suo padre non piacerà. Stavolta si è proprio innamorato e penso che non riusciranno a fargli cambiare idea tanto facilmente.”

Paul sorrise. Xavier si sporse per un ultimo bacio di commiato e si alzò per andarsene. “A stasera, allora.”

Xavier amava guidare. Una passione, quella per il volante e le auto veloci, ereditata dal padre, Marcel Crocette, collaudatore Ferrari tra il ‘77 e l’‘85 e amico del grande Gilles Villeneuve.

Xavier conservava come un cimelio una foto, scattata a Imola nel ’79, che ritraeva i due uomini, con i rispettivi figli arrampicati sul musetto della famosa 312 T4.

Erano stati molto amici da bambini, lui e Jaques, ma questo non aveva legato i loro destini.

Mentre Jaques, nell’‘89 cominciava a correre in Formula 3 in Italia, lui, poco meno che ventenne, era stato coinvolto in un brutto incidente, che aveva infranto per sempre il sogno di una vita giocata sui circuiti automobilistici. Grazie ad Alexander Maxin, che lo aveva scelto come autista per il figlio, Xavier aveva ricostruito la sua vita ed era risalito dall’abisso della depressione.

L’amicizia con Shon Maxin aveva riacceso in lui la speranza di un’esistenza normale.

Sunny era un giovane introverso e solitario, sostanzialmente buono, gentile e un po’ timido, alternava momenti di chiassosa allegrezza a cupi mutismi. La sua tranquilla pacatezza ben si era adattata al giovane Maxin, ed era nata tra loro una sincera amicizia.

Gli aveva anche salvato la vita, in passato, e questo aveva stabilito fra loro un forte legame empatico e affettivo. Tuttavia Xavier cominciava a sentire il peso dei suoi trentacinque anni e una voglia tutta nuova di vivere in pienezza si stava facendo strada nella sua mente.

Sapeva che, se Shon avesse coronato il suo sogno d’amore, tutto sarebbe stato più facile. Per entrambi.

Non era tardi per voltare pagina e ricominciare.

Xavier parcheggiò l’auto nel posteggio riservato dell’albergo Dolomiten poco dopo mezzogiorno. Un sole lucido e smagliante, inondava la piazza della nota località sciistica, gremita di gente per le festività natalizie.

Prese un drink al bar e allungato al sole, su una poltroncina della veranda, attese che Sunny arrivasse dalle piste. Era un buon discesista e la montagna era una delle sue passioni. Forse l’unica, in grado di contenere Selene.

Quando arrivò, due ore dopo, era perfettamente a suo agio. Affascinante nella tuta da sci, abbronzato e sorridente.

Alle sedici precise la lancia delta di Xavier, percorreva a velocità sostenuta la statale 239 verso il Passo Campo Carlo Magno. Gli ultimi raggi di sole facevano scintillare la nera cuspide sulla neve fresca e azzurravano le ombre, lunghe tra gli alberi e fredde.

Sunny, accanto a lui, perfettamente rilassato, sorrideva.

(7. Continua)

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Dal Matto al Mondo: Gli Amanti

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Ciao a tutti…  Con questo capitolo si può dire che la storia… decolla. E’ da questa Carta che la storia ha cominciato a “scriversi da sola”…

6. Gli Amanti

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Giovedì, 30 dicembre 2010 ore 1.30

 Erano quasi le due del mattino quando Paul Flannery parcheggiò la sua Renault Laguna nel garage interrato dello stabile dove abitava. Pensò che non nevicasse più da ore, perché l’accesso era stato sgomberato dalla neve. L’ascensore scivolò silenzioso fino al sesto piano mentre lui si pettinava con le dita i lunghi capelli neri e controllava nello specchio le piccole rughe del viso accentuate dalla stanchezza. Sul pianerottolo aleggiava ancora un buon profumo di pane. Sorrise.

“Finalmente a casa.” Pensò con sollievo.

Una doccia calda avrebbe lavato il velo di nervosismo rimasto a fior di pelle e una bella dormita avrebbe fatto il resto. Xavier gli aveva lasciato accesa, in cucina, una luce di servizio che illuminava fiocamente anche l’ingresso.  Era il suo modo di dirgli che lo aveva atteso e lo attendeva ancora. Facendo piano, per non svegliare il compagno che dormiva nella stanza in fondo al corridoio, Paul si spogliò velocemente e s’infilò nella doccia. Indugiò per qualche minuto sotto il getto dell’acqua calda godendo dell’aroma speziato del bagno schiuma, entrambi piacevolmente rilassanti.

Il leggero languorino allo stomaco stava diventando fame.

Quando uscì dal bagno trovò Xavier, in cucina, ad aspettarlo. Aveva apparecchiato per due, tagliato un paio di grandi fette di torta al formaggio e preparato due bicchieri di vino rosso.

“Ciao. Allora, com’è andata?”

Paul avrebbe voluto dirgli che era andata bene, benissimo, ma da quando era uscito dagli studi televisivi di THE FORCE ONE TV, non aveva fatto altro che pensare a com’era andata davvero e a quello che gli avrebbe risposto, a quella domanda.

“La verità? Uno schifo. La Clarck è una vera stronza. Sembra tanto gentile e disponibile ma pensa solo ai cazzi suoi e al suo tornaconto. Parla e ti lascia dire solo quello che, secondo lei, la gente vuole ascoltare. Una merda.”

Xavier gli prese una mano tra le sue e la strinse in un gesto di affettuosa solidarietà.

“Lo sapevi già che sarebbe finita così, no?”

“No. Non credevo che lei fosse così…” Non gli veniva il termine giusto.

“Opportunista? Ma dai, come se non l’avessi mai vista all’opera. Segue l’onda. Va dove vanno tutti solo che lei ci va prima. Siamo alla fine dell’anno e questa è la settimana dei buoni propositi: Apri la mente… Falla aprire anche agli altri  ma solo se la cosa fa far soldi.”

Paul scosse la testa, deluso.

Xavier lo aveva avvisato. Sembra tanto moderna e democratica ma è uno squalo.

“Mi ha chiesto di illustrarle il nostro disordine psicologico… di parlarle della carenza d’identità…

Ha sfoderato tutte le sue competenze sul deficit emotivo… ahh!” Assumendo un tono in falsetto, Paul motteggiò la conduttrice di PARLIAMONE! “L’attrazione fisica per il proprio sesso, in realtà, non è un bisogno sessuale, ma la compensazione e ricerca di quell’affetto psichico e di quell’amore disinteressato che, nell’infanzia, sono stati sottratti dal genitore del proprio sesso… lei cosa ne pensa? Mi ha trattato come se fossi un malato da curare, uno psicotico, un disabile! Ma ti rendi conto? Non mi ha praticamente lasciato aprir bocca. Ha detto tutto lei! E pretendeva che avallassi le sue stupidaggini! Il matrimonio dei gay è solo business, una leva di potere, capisci? Non importa a nessuno dei diritti civili e dei sentimenti calpestati, del rispetto negato…”

Paul era furioso. Il nervosismo represso riemerse.

“Lo so, Paul. Io lo so. Noi lo sappiamo. È là fuori che non lo sanno.”

Le dita si erano intrecciate più forte, quasi a voler imprigionare quel sentimento profondo che li univa e li rafforzava di fronte agli ostacoli del mondo.

“Io non smetterò di amarti, a dispetto di tutto e di tutti. Non sopporto più di dover nascondere il nostro legame come se fosse qualcosa di sporco e d’indecente. Noi ci amiamo.”

Pareva l’urlo soffocato di un animale ferito e in gabbia. Vinto.

Sollevò lo sguardo su Xavier. Era bellissimo. Tutto gli piaceva di lui. I lunghi capelli biondo cenere legati a coda, gli occhi blu stretti in due fessure sottili nel viso affilato, il corpo ben modellato dai muscoli sodi, la pelle chiara e giovane in contrasto con la sua, più abbronzata.

Il suo carattere pacifico e razionale si adattava perfettamente a lui e al suo estro creativo e ribelle. Lo conteneva. Lo proteggeva.

Paul doveva a Xavier il coraggio necessario per l’allestimento della prima mostra. Lui aveva cercato i contatti, i finanziamenti, la galleria d’arte. Grazie a lui aveva costruito la fiducia in se stesso e, soprattutto, preso coscienza della fiducia indispensabile al loro rapporto.

Si amavano da quasi dieci anni e spesso Paul aveva pensato che non avrebbe più saputo vivere senza di lui. Sentiva che le loro vite erano, ormai, indissolubilmente intrecciate.

Era stato difficile ammettere la propria omosessualità e difficilissimo dirlo ai suoi. Xavier gli era sempre stato vicino, e reso possibile e reale la loro unione. Qualcuno che si era definito amico era scomparso. Qualcun altro era rimasto, dimostrando che il mondo, in fondo, è migliore di come, talvolta, appare.

Aveva conosciuto Xavier a un vernissage di pittori emergenti e subito era stato attratto da lui. Era l’autista personale di un giovane rampollo dell’alta società cittadina. Com’è che si chiamava? Danny o Manny o Sunny o qualcosa del genere.

“Paul? Che ne dici se andiamo a dormire? Son le due passate. Domani devo andare a prendere Shon a Madonna di Campiglio. Torneremo presto perché vuole fare il Veglione con Selene. Credo che sia proprio innamorato perso di quell’infermiera.” Non aggiunse altro. Shon gli era simpatico ed era un bravo ragazzo.

“Sì, meglio. Per oggi ne ho proprio abbastanza. Buona la tua quiche lorraine. Ne avevo proprio bisogno.”

Alzandosi Paul tese la mano a Xavier che si alzò a sua volta e si voltò a baciarlo.

Fu un bacio lieve, gentile, col sapore della nostalgia di altri baci. Quella casa poteva contenerli tutti.

(6.Continua)

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Dal Matto al Mondo:Il Papa

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Ciao a tutti.  È ancora lunedì. Lentamente ma inesorabilmente i miei personaggi compaiono sulla scena a recitare il loro copione. E, come è giusto che sia, cominciano a interagire  dando corpo alla storia. Datemi fiducia. Il Papa è una delle figure che preferisco. Anche se è completamente inventato, come tutti gli altri personaggi del libro, per crearlo mi sono ispirata a un religioso che conosco e che frequento, almeno sporadicamente. Buona lettura.

5. Il Papa

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Mercoledì, 29 dicembre 2010 ore 24.00

Il chiostro dell’Arcivescovado era completamente sepolto dalla neve. Le luci bianche di quattro lampioni allargavano piccole pozze nel buio e una luminescenza lattiginosa galleggiava spettrale tra alberi e siepi. Tutt’intorno correva il porticato, addossato alla parete est della cattedrale, su cui si apriva un’entrata secondaria della chiesa, il refettorio, la biblioteca, il portoncino di accesso agli alloggi del primo e secondo piano. Col tempo, le celle a piano terra, troppo fredde, erano state adattate per altri usi. Un doppio cancello di ferro collegava il camminamento a un cortile esterno, adibito da tempo a parcheggio. Alzando lo sguardo, un occhio attento avrebbe potuto notare la tenue luce che filtrava dalle persiane di un appartamento al secondo piano: quella dello studio di Monsignor Valentini.

Don Giulio, come preferiva farsi chiamare, era seduto al suo scrittoio e stava finendo di correggere la bozza del documento programmatico per le attività pastorali cui lavorava da diverso tempo. Dopo varie modifiche, gli sembrava finalmente abbastanza completo e ricco di spunti operativi. La campana batté mezzanotte proprio mentre lo stava sistemando a fianco del computer per l’ultima stesura.

“Ti ringrazio Signore. Sembra un buon lavoro. Tu, che ne dici?” Poi, chino sull’inginocchiatoio a fianco del letto, aveva cominciato a sgranare il rosario.

“In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.”

“Ancora! Anche questa notte non è andato a coricarsi. Si ammalerà, se continua a fare così.”

Da mesi Suor Celestina, aiutante personale di don Giulio, trovava al mattino il suo letto intatto. Alle preoccupazioni per la salute del prelato si aggiungeva la meraviglia per la resistenza fisica dell’uomo. Gli aveva chiesto spiegazioni, ma lui aveva amabilmente ignorato la questione.
“Non preoccuparti per me, sto bene.”

Spolverando la scrivania non poté fare a meno di notare, ancora chiusa, la busta giunta, ancor prima di Natale, dal Vaticano.

“Deve contenere brutte notizie se don Giulio non ha ancora avuto il coraggio di aprirla. – Pensò, – Povero, povero Don Giulio.”

L’Arcivescovo Valentini era di origini contadine. Era nato nel ‘45 in un piccolo paese dell’Italia settentrionale. A undici anni era entrato in un Collegio dei Padri Verbiti, dove aveva vissuto fino all’ordinazione sacerdotale, nell’estate del 1971. Il sogno missionario in terra di frontiera, che lo aveva acceso di passione verso i più poveri e diseredati del pianeta, si era infranto quasi subito. Dopo un breve periodo in giro per l’Italia e l’Europa, al seguito di una commissione ecclesiastica in visita ai collegi cattolici, era stato chiamato a Roma nel ’78 come incaricato della catechesi ai giovani imprenditori. Per quasi vent’anni era stato rettore di un Collegio cattolico femminile e assistente di un gruppo di laici. Con fervente passione aveva rinvigorito la pastorale giovanile, la catechesi per adulti e rinnovata attività caritativa e la formazione cristiana. Anche nei quattro anni d’intensa attività presso la segreteria del cardinal Sodano non aveva smesso di desiderare una destinazione missionaria.

Da un paio d’anni, invece, era stato nominato Arcivescovo e mandato lì, per motivi di salute.

“Un pensionamento.” Aveva pensato.

“Sia fatta la Volontà del Signore.”

Il lavoro non manca mai a chi vuol darsi da fare. Era il suo motto. Basta iniziare da qualche parte.

Così si era rimboccato le maniche e aveva ricominciato tutto da capo. Con animo ardente aveva rinvigorito l’attività pastorale e la catechesi, riattivato la rete di solidarietà caritativa e la formazione religiosa.

Qualunque fosse l’origine dei fondi raccolti e destinati ai bisognosi della diocesi egli non dubitava che derivassero, in realtà, dal suo insistente bussare alle porte della Provvidenza.

Alle nove, suor Celestina bussò delicatamente alla porta, annunciando un’ospite.

“Ciao Faith, che bella sorpresa. Ti vedo un po’ stanca. Come stai, mia cara?”

Don Giulio aveva accolto la sua visitatrice con un abbraccio paterno. La dama di compagnia di Elenoire von Tellinger-Kruger aveva sorriso scuotendo la testa.

“Oh no, Eccellenza! Sto bene, sto bene, non si preoccupi per me… ”

Lui l’aveva fermata subito.

“Lo sai, cara. Basta don Giulio.”

Poi seduti al tavolo del piccolo soggiorno, la conversazione era proseguita. Lui le aveva chiesto della famiglia e dell’anziana madre, la cui salute sapeva delicata e fragile, degli amici da tanto tempo trascurati e del paese. Lei aveva risposto con dovizia di dettagli ravvivando una dormiente nostalgia. Un paio d’ore volò, prima che Faith, con stupore, ricordasse di un altro impegno.

Prima di andarsene gli porse una busta.

“Elenoire mi ha detto di darle questa, Monsignore.”

Nella busta giallina, con lo stemma dei Von Tellinger-Kruger, c’erano una lettera e un assegno in bianco. Quando Faith fu uscita, la lesse.

Erano poche righe, vergate con calligrafia incerta.

Caro Don Giulio, adesso non è più un sospetto. Ho le prove che Alexander mi tradisce. Ma la cosa terribile è che non sento niente. Nessun dolore. Solo l’amaro della solitudine e l’impotenza. Sono offesa più che ferita e provo più disprezzo che sofferenza. Questa volta non mi lascerò calpestare senza far nulla. Vorrei incontrarti, dopo le feste, per un consiglio e un abbraccio. Aspetto un tuo cenno e ti faccio i miei migliori auguri per l’anno nuovo.

Elenoire.

E così era accaduto ancora.

“Povera Elenoire.” Pensò. Piegata dalla famiglia a un matrimonio di convenienza, aveva dovuto, in seguito, adattarsi all’eccentrico marito licenzioso e corrotto.

Con la testa fra le mani la rivide giovane e bellissima. Proprio com’era in quell’estate del 1976, piccola libellula dentro un bicchiere, nell’esclusivo Collegio sul Lago Maggiore.

Quegli occhi, allora, lo avevano fatto piangere.

Avevano marchiato per sempre quel periodo della sua vita.

“Povera, povera cara.”

Le lacrime cadevano anche ora, copiose e inarrestabili.

Dal Matto al Mondo: L’Imperatore

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Ciao ai miei amici lettori. È di nuovo lunedì… C’è qualcuno che sta aspettando un nuovo capitolo del mio “favoloso” romanzo breve? Se sì, eccolo.

4. L’Imperatore

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Mercoledì, 29 dicembre 2010 ore 16.30

Alle 16.30 precise Alexander Maxin chiuse il registro firme e ripose la Montblanc nello stiloforo. Controllò un’ultima volta la posta elettronica e senza fretta spense il computer. La segretaria personale gli stava servendo il caffè sul tavolino del salotto, dove spesso riceveva clienti e ospiti.
Grazie Virna, avevo proprio voglia di un caffè.”
Comodo e a suo agio, finalmente poteva godersi qualche minuto di relax. Era stata una giornata intensa, frenetica e stimolante come piaceva a lui. Anche quelle ultime contrattazioni finanziarie si erano concluse con un buon margine di profitto e si sentiva notevolmente su di giri. Con pochi e ben assestati movimenti azionari aveva guadagnato, nel giro di un paio di mesi, circa tre milioni di euro. Non male, considerando che l’anno che stava per concludersi era stato difficile per tutti e aveva visto esplodere la situazione fallimentare di alcuni importanti Istituti di credito oltre Manica. In America l’azione speculativa del sistema bancario e i finanziamenti incontrollati alle fasce di reddito meno abbienti avevano provocato il tracollo dell’economia. In Europa la BCE era intervenuta con una politica di finanziamenti alle Banche a un tasso bassissimo, ma in sostanza, non si era curata minimamente che quel denaro confluisse nell’economia reale piuttosto che in attività speculative. Anche la Tellinger-Kruger aveva raggiunto ottimi margini di guadagno. Era evidente anche per lui che il disegno superiore, oligarchico, era centrato esclusivamente sul piano finanziario. Un disegno completamente disinteressato all’economia della produzione e dei consumi, quale espressione della struttura di potere reale delle nazioni e dei popoli.
“Devo fermarmi. Devo smetterla di occuparmi continuamente di lavoro e di affari.”
Quell’ultima riflessione lo riscosse. Da parecchio tempo ormai, gli capitava di non riuscire più a tener distinti dovere e piacere. Mentre l’obiettivo del successo, dei traguardi da raggiungere e superare ad ogni costo emergeva a tradimento nella vita privata, le fantasie sessuali si erano fatte sempre più spazio nella giornata fino a diventare un’ossessione. E quell’ossessione aveva un nome: Brenda. Quel pensiero lo eccitava. Cercava di darsi un freno, di dominarsi razionalmente, ma senza riuscirci.
“Bene. Ho firmato tutti i documenti che avevi preparato. Domani spedisci tutto con corriere espresso e mi mandi un sms con il tracking number. Ok?”
“Sì, signor Maxin. Senz’altro. Ha altre disposizioni?”
“Nessuna. Lascia in segreteria i tuoi recapiti per eventuali emergenze, ma non credo che ce ne sarà bisogno. Pensavo di andare qualche giorno a sciare in Italia, sulle Dolomiti, ma ancora non ho deciso.”
Guardando l’orologio Alexander si alzò: “Allora ci vediamo dopo l’Epifania. Auguri per l’anno nuovo.”
“Grazie Dottore, altrettanto a lei e alla sua famiglia.”
Dieci minuti più tardi, una Jaguar grigio metallizzato targata MAXIN3 lasciava, a tutta velocità, il parcheggio sotterraneo della Tellinger-Kruger Bank diretta a un villino fuori città. Se un occhio indiscreto avesse potuto scorgere il viso dell’uomo al volante, elegantissimo in un cappotto Prince of Wales e sciarpa bianca di seta, avrebbe visto, nella sua smorfia, tutta la tensione di un desiderio inappagato e crescente.
La casa era immersa nel buio. Una fitta siepe frangivento si apriva ai lati di un cancello cieco, dove campeggiavano due leoni rampanti. Perfettamente protetta alla vista, la sua piccola isola era inghiottita dalle tenebre, respinte tutt’intorno dalle decorazioni del Natale appena trascorso. Da nessun’altra parte Alexander stava bene come lì. Come un gioco a incastro cancello e garage si aprirono e richiusero in sequenza.
“Strano, – pensò – Brenda non è ancora arrivata.”
Tuttavia, entrando in casa poté notare che si sbagliava. Un intenso profumo aleggiava nell’ingresso e un bel fuoco mandava caldi bagliori nell’ampio soggiorno. Sul tavolino qualcuno aveva già preparato i drink.
Si conoscevano da un paio d’anni e Brenda riusciva ancora a sorprenderlo con piccoli gesti di raffinata natura. Con la scelta di un olio per il corpo o l’abilità di un massaggio. Sapeva creare intorno a sé  un’atmosfera magica. Con l’uso di una fragranza o di un cocktail. Con una musica o una penombra. Piccole, importanti attenzioni per il suo benessere totale.
D’altra parte, Brenda, nel suo campo era la migliore. Come un’auto di lusso, un brillante, un Rolex. E lui poteva avere tutto ciò che si può comprare, lei compresa. Brenda era stata un regalo. Avrebbe potuto dire il migliore. Sapeva sempre anticiparlo, conquistarlo, sedurlo. E lui aveva scoperto che desiderava da morire essere conquistato e sedotto.
C’era con lei un gioco sottile d’intelligenza e di abbandono, di dominio e sottomissione, di eccitante piacere.
“Ciao, Darling. Ben arrivato. È tardi lo sai?”
La voce un po’ roca e bassa lo colse di sorpresa.
“Ciao Brenda.”
L’ombra si era staccata dallo stipite e gli era andata incontro, fondendosi con la sua.
Alexander era rimasto in piedi, teso ad ascoltare il corpo che aderiva al suo, eccitato e che lo eccitava. Era completamente stordito da quel manto di piacere. Per alcuni interminabili minuti le loro bocche non smisero di frugarsi, di esplorarsi, le mani, impazienti, di cercarsi. Brenda cominciò a spogliarlo. Bisbigliava. Cosa? Pareva cantare una nenia propiziatoria. E continuava a baciarlo.
“Ti ho preparato una cosa, – gli stava dicendo – vieni.”
“Sì, vengo.”
Su un vassoio d’argento, accanto al ghiaccio e al Johnnie Walker etichetta blu, c’era la neve e quello che occorre per goderne.
Sarebbe stata una magnifica serata.

(4. Continua)

Articolo precedente di riferimento:

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Dal Matto al Mondo: L’Imperatrice

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Ciao a tutti. In arrivo il quarto personaggio, l’Imperatrice… e con lei un’altra storia prende corpo…

3. L’Imperatrice

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Mercoledì, 29 dicembre 2010 ore 16.30

Quando l’auto grigia del suo ospite ebbe svoltato l’angolo e fu sparita alla vista, la snella figura di Elenoire si staccò dalla finestra e mosse verso la scrivania. La busta formato A4 era rimasta lì, dove lui l’aveva appoggiata:
Era stato tutto molto veloce e quasi indolore.
“Allora?” aveva chiesto, senza preamboli. Lui aveva annuito. Come un codice segreto, parola e gesto avevano guidato l’intero dialogo verso quello scambio inevitabile quanto sgradevole. Alcuni istanti d’imbarazzo per entrambi poi Elenoire gli aveva teso una busta più piccola e lo aveva ringraziato per il lavoro.
“Se avrà ancora bisogno di me…” stava dicendo l’uomo, alzandosi, ma lei era già lontana, con la mente.
Da quanto tempo sospettava, sapeva, che Alexander la tradiva? O meglio, da quando le importava?
Si avvicinò al mobile bar e si versò un dito di whisky. Il cristallo esaltava il colore ambrato del liquore che scese lento in gola, rilasciando al palato una vellutata sensazione di piacere. Voleva cancellare l’immagine strisciante e avvilente di Alexander con l’altra. A occhi chiusi ascoltò i profumi delicati della nocciola e del miele, dei petali di rosa, delle ciliege e delle arance salire morbidi e rotondi alle narici. Inspirò i vapori sprigionati dal bicchiere concentrando tutta l’attenzione sugli aromi più nascosti e intensi di fumo aromatico, sandalo, tabacco, cioccolato.
Immobile, sul divanetto di pelle del suo studio, ripiegava l’orgoglio ferito della moglie e la dignità offesa della donna.
“Non verserò neppure una lacrima.” si disse.
Aveva imparato da sua madre a farsi forza così, ogni volta che fosse stato necessario. Lo ripeté, a voce alta, come un mantra, per corroborare quella sua forza nascosta e segreta. Non avrebbe saputo dire quanto tempo rimase così, chiusa al mondo, coccolata da quelle tenebre incipienti. Quando si rialzò, era del tutto serena. Mise la busta ancora chiusa in cassaforte e chiamò la propria segretaria personale.
“Faith? Appena hai finito con quei documenti, vieni subito. Ho bisogno che mi aiuti a prepararmi per stasera.”
Non voleva pensare ad Alexander per il momento, ma di certo qualcosa avrebbe fatto. Dopo l’Epifania avrebbe preso una decisione, finalmente.
Guardò fuori dalla finestra. Aveva ripreso a nevicare.
Non aveva voglia di uscire ma doveva. Era l’ultima riunione dei Lions, per quell’anno. La cena di gala, normalmente organizzata prima di Natale, era stata spostata per motivi che ora non ricordava. Serviva per raccogliere fondi destinati a un progetto di solidarietà in Ecuador e lei non poteva mancare. Il suo invito campeggiava nel portacarte sulla scrivania già dalla metà di ottobre e anche l’assegno era firmato da qualche tempo. Cinquantamila euro le erano sembrati una cifra adeguata allo scopo, per una famiglia così in vista come la sua. Prese entrambi e uscì.
Sarebbe andata all’Hotel Excelsior con Faith, amica e dama di compagnia da una vita.
La casa era silenziosa e avvolta nella penombra di quel tardo pomeriggio invernale. Kate, la governante di casa, stava finendo di chiudere gli scuri dell’ampio salone mentre un bel fuoco mandava caldi bagliori dal camino in pietra. Un sontuoso albero di Natale scintillava nella stanza rallegrando l’ambiente.
“Dov’è Matthew?” le chiese.
“Sta liberando l’ingresso dalla neve, signora. Vuole che vada a chiamarlo?”
“No, non è importante. Quando avrà finito ricordagli di preparare la limousine. Stasera mi serve. Ah, dimenticavo! Mio marito cena fuori e Shon tornerà solo venerdì, sul tardi, quindi tu e Matthew avete la serata libera.”
“Grazie signora. Le occorre altro?”
“No, per stasera no. C’è Faith, ad ogni evenienza. Buona serata.”
Kate fece ancora un lieve cenno e si eclissò.
Elenoire, uscendo dalla stanza, prese dal vassoio sulla credenza una pralina al caffè e la mangiò con gusto. Spesso basta poco per sentirsi appagati.
Elenoire von Tellinger-Kruger, sposata Maxin, era una nobildonna di origini ungheresi. Nata nella seconda metà degli anni ’50 a Budapest, era cresciuta in Svizzera, lontano dalla famiglia. Aveva frequentato il prestigioso collegio di Ascona fino a quando, una notte, appena diciottenne, era scappata per andare a Parigi a fare la modella. Bella come sua madre e testarda come suo padre, era riuscita a rubare al suo destino qualche anno di quella vita terribile, magnifica e ribelle. Nel 1983 suo padre aveva avuto un infarto e lei, venticinquenne, era stata costretta a rientrare nei ranghi familiari e piegarsi a una ricca ma insipiente esistenza borghese. Da anni la sua vita scorreva piatta e lenta tra gallerie d’arte, circoli culturali e associazioni benefiche. Era diventata una tranquilla signora di mezza età, raffinata e di bell’aspetto, che avrebbe soltanto desiderato di essere amata. Il matrimonio con Alexander e la nascita di Sunny avevano definitivamente incardinato la sua brillante vitalità ma, col tempo, molte cose erano cambiate. Il dialogo familiare si era ridotto a un formalismo essenziale, il rapporto sentimentale si era illanguidito e l’attrazione fisica era naturalmente scemata.
Alexander era un bell’uomo, di classe, dall’aspetto virile e dai modi raffinati. Un manager capace, autorevole e sicuro di sé, ma c’era nei suoi modi un’ambiguità sfuggente che lo rendeva equivoco. Sunny era stato un bambino scontroso e un adolescente problematico e inquieto. Adesso era un giovanotto bellissimo ancora insicuro e solitario dal carattere difficile e insofferente alle regole.
Ai piedi della scala che conduceva alla zona notte Elenoire incontrò Faith che usciva dalla biblioteca.
“Oliver arriverà per le 19.00, ci siamo sentiti prima, quindi ci restano un paio d’ore per farci belle. Hai già deciso cosa indosserai?” chiese Faith premurosa.
“Sì, vieni, così intanto parliamo.” Le due donne si avviarono per lo scalone tenendosi a braccetto, vicine e complici, parlottando a bassa voce.
Più tardi, Elenoire scese, elegantissima. Indossava un abito di Valentino lungo e fasciato intorno ai fianchi ben disegnati, una miriade di Swarovski scintillava sull’abito di chiffon blu notte creando un effetto Via Lattea che risaliva a spirale intorno al corpo sottile, un’ampia sciarpa di voile ricadeva leggera fino alle caviglie. Di raso blu erano le D’Orsay e la pochette porta trucco. Una parure di zaffiri blu Damiani le illuminava il viso truccato con leggerezza mentre i capelli biondi e corposi erano stati raccolti in uno chignon alto e morbido.
Nell’atrio Faith l’aiutò a indossare il soprabito di volpe argentata. “Sembri proprio una regina.” le disse ammirata. Lei ringraziò per l’apprezzamento. Dopo aver parlato con Faith, si sentiva meglio. L’auto, col motore acceso, le aspettava in garage. Erano le 19,30 precise. Faith offrì dello spumante fresco preso dal minifrigo. Brindarono, con un sorriso d’amichevole complicità. Non nevicava più. Il grande abete in giardino, decorato per Natale, scintillava nel buio, mentre le luci di sicurezza tracciavano il viale fino all’uscita.
“Bene. Andiamo, allora.”

(3. Continua)

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Dal Matto al Mondo: La Papessa

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Ciao. Ecco qui un nuovo capitoletto dei miei… Tarocchi. Tanti personaggi che finiranno per incontrarsi, tante storie che s’intrecceranno pagina dopo pagina… Un gioco che, come spesso accade, ti cattura solo quando già stai giocando da un po’…

2: La Papessa

002-la-papessa

Mercoledì, 29 dicembre 2010 ore 15.00
Dominique Sandèr era una donna di classe. Alta, i capelli tinti
di biondo, portava con disinvoltura i suoi sessantasette anni
dall’alto di un paio di eleganti décolleté. Il trucco discreto la
aiutava a coprire le piccole rughe che un paio di interventi estetici
non erano riusciti a debellare del tutto e un attento controllo del
peso le manteneva una linea invidiabile.
Attraversando a passi decisi l’atrio del suo Centro benessere, il
grande specchio della reception le restituiva l’immagine di una
donna raffinata.
Il Tempio di Venere era stato il primo dei suoi tre prestigiosi
centri estetici. Circondato dalle boutique più famose, dalle
gioiellerie più note, dagli atelier degli stilisti più in voga e da
importanti istituti di credito e agenzie finanziarie, era situato in una
delle zone più esclusive del centro dorato e pulsante della città.
Vent’anni di esperienza avevano reso Dominique un riconosciuto e
rispettato punto di riferimento nel suo campo.
Il Tempio, come lo chiamavano confidenzialmente i clienti più
affezionati, era diventato con gli anni un lussuoso epicentro del
benessere per la cura e l’appagamento del corpo. Tra le pareti
ovattate e discrete dei suoi camerini era possibile, per qualche ora,
dimenticare il mondo e abbandonarsi al piacere e al relax, lasciandosi
sedurre da mani sapienti.
Certo era stata una buona idea studiare le abitudini dell’high
society e applicarvi alcune felici intuizioni. Nessuno, prima di lei,
aveva mai osato affiancare ai momenti dedicati alle cure di
bellezza e di ringiovanimento la degustazione di vini e specialità
culinarie. Aromaterapia e musicoterapia erano state
intelligentemente accostate ai più innovativi metodi naturali per
combattere lo stress. Uno spreco definirli semplicemente Centri
estetici.
Doveva ammettere, tuttavia, che senza il suo ottimo
finanziatore, ben poco di quello che aveva in mente all’inizio,
avrebbe potuto realizzarsi.
“Dominique? Dominique, ci sei?” Un discreto bussare alla porta
l’aveva distolta dal lavoro che stava facendo a computer.
“Entra, ho finito.” Si alzò per mettere in cassaforte il registro
dei conti e prendere una busta gialla su cui era scritto
semplicemente Brenda.
“Sono venuta adesso perché dopo devo andare da Alexander, e
ne avrò per tutto il pomeriggio.”
“Sì, sì, va bene. Tieni. C’è dentro anche un piccolo regalo. Ti
prendi un abito nuovo per Capodanno, se ti va. Ok?”
“Grazie, Dominique. Sei fantastica.” Lei aveva sorriso, mentre
Brenda apriva un necessaire per la manicure.
“Scegli il colore.” Prese uno smalto scuro e lo porse a Brenda
che si mise al lavoro sulle sue mani. Si lasciò andare
languidamente sul morbido schienale della poltrona.
“Oggi è il 29 dicembre… ” Sussultò.
Un ricordo le attraversò la mente.
“Ti ricordi Nadine?” chiese a Brenda.
“Quella ragazza che è scomparsa l’anno scorso? Bionda, magra,
con gli occhi chiari?”
“Sì, proprio lei. Sparì senza lasciare traccia. Come dissolta nel
nulla. Un vero mistero.”
“Sì, me la ricordo, vagamente. Ci siamo incontrate, in un paio
d’occasioni, ma avevo poco a che fare con lei. Credo che non fosse
adatta a quest’ambiente. Magari si era stancata e se n’è andata.”
Dominique assentì. Bisogna avere la pelle dura per vivere in un
certo modo. Saper restituire i colpi senza soccombere e sorridere
quando avresti voglia di piangere. Lei c’era riuscita, ma sapeva di
altre che non ce l’avevano fatta. Ricordava ancora le domande
della polizia intorno alla vita e alle abitudini di quella giovane
donna senza una storia apparente; il segreto sollievo che aveva
provato vedendo il disinteresse degli investigatori verso i suoi
Centri benessere.
C’era tutta una storia, dietro. La sua e non solo.
Catherine La Foret era nata a Parigi nel luglio del ‘43. Sua
madre era di Anversa e lì si era trasferita la famiglia dopo la fine
della guerra. Non erano stati anni facili. Lei aveva cominciato a
lavorare giovanissima come pettinatrice poi, innamorata del
lavoro, aveva frequentato un corso per diventare estetista. A
vent’anni, in guerra col padre, se n’era andata da casa in cerca di
fortuna. Abbandonata Catherine La Foret su un treno per
Amsterdam, era rinata come Dominique Sandèr.
All’inizio si era anche prostituita pur di mangiare poi, resa
scaltra dal bisogno, aveva affilato gli artigli e abbandonato gli
scrupoli.
Non si era mai lasciata sfuggire un’occasione e aveva saputo far
buon uso della sua bellezza. Di sicuro, Alexander Maxin era stato
il suo capolavoro. Lo aveva conosciuto, poco più che adolescente,
a una festa d’addio al celibato.
Era bellissimo, ricchissimo, goffo e… vergine.
Lei aveva passato da un pezzo la trentina e quel ragazzotto poco
più che ventenne era stata una preda fin troppo facile e golosa. Lo
aveva catapultato nelle meraviglie del sesso senza esitazione e lui
ci aveva sguazzato. Il tempo, gli impegni e la sua famiglia li
avevano forzatamente separati.
Lei, rapidamente abituatasi ai vantaggi del denaro facile, si era
dedicata al Fondo Sandèr, mentre Alexander era andato a studiare
Economia negli Stati Uniti.
Si erano ritrovati una decina d’anni dopo nel 1988, non troppo
cambiati. Dominique era diventata una moderna donna d’affari,
aveva un suo raffinato e ricercato centro estetico che occultava un
piccolo, ma ben avviato, giro d’escort. Alexander aveva Elenoire e
un’importante carica da dirigente di banca.
Alla vecchia amicizia avevano fatto da corollario il piacere e
l’interesse. Insieme avevano dato corpo alla loro società. Il Tempio
di Venere, I fiori del Piacere e Benessere Azzurro erano nati da
quel legame ormai pluridecennale.
“Ho finito Dominique. Vuoi anche un massaggio al collo?”
La voce bassa e sensuale di Brenda la scosse.
“No cara, grazie.” Aprì un cassetto della scrivania, prese un
pacchetto, poco più grande di una scatola di sigarette, e gliela
porse.
“Questo è per Alexander, da parte mia. A Natale gli ho fatto
solo gli auguri per telefono.”
L’idea di Brenda e Alexander, insieme, la turbava.
“Quanto può cambiare un uomo!” pensò.
“Ci vediamo venerdì sera al World, allora.” disse Brenda,
prendendo le sue cose e salutandola con un abbraccio.
“Sì, cara. Come d’accordo.”
“Ok! Vedrai che splendore. A venerdì.”
Dominique guardò l’orologio. Erano da poco passate le tre.
Solo cinque ragazze dovevano ancora passare per il loro
compenso, poi avrebbe chiuso tutto fino all’11 gennaio.
“È stata una buona annata. – pensò – Davvero buona.”

(3. Continua)

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