Dal Matto al Mondo: La Temperanza

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Ciao a tutti.
Torno dopo un po’ di tempo, su questo blog che lentamente si è allontanato da me e io da lui. Ma una promessa,  è un impegno che va mantenuto. Aldilà delle distrazioni e delle dimenticanze. Torno con la Temperanza, carta che ho sempre amato molto e che spero piaccia anche a voi. Buona lettura.

14. LA TEMPERANZA

 

Venerdì, 31 dicembre 2010 ore 5.30
Alcuni minuti prima delle sei, la Dama blu si affacciò alla porta
dell’astanteria, dove un paio d’infermiere stavano sistemando le
cartelle cliniche. C’era uno strano andirivieni e si respirava,
concreto, un pesante nervosismo. Le luci nel corridoio erano
accese e le doppie porte della 18 erano aperte.
“Come sta Frankie? – Chiese, ancor prima di salutare. – S’è
aggravato?”
La Caposala scosse il capo, sconfortata. Aveva pianto. Un
pianto muto, intimo, di dolore e di sollievo.
“Non ce l’ha fatta. Non questa volta. Povero bambino.”
Un nodo le chiuse la gola fin quasi a soffocarla e lacrime
asciutte pizzicarono gli occhi e il naso.
“Dove l’hanno portato?” chiese.
Lo sapeva. Parlarne poteva arginare l’angoscia? Il male che
sentiva?
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“Giù, all’Istituto di Medicina Legale. Può andare, se vuole.
Stamattina le cose, qui, saranno un po’ diverse.”
Annuì. Ogni giorno lì le cose erano diverse: solo la sofferenza
restava intatta e tagliente.
Scese con l’ascensore fino all’ammezzato. La tessera magnetica
fece suonare il lettore ottico e le porte automatiche si aprirono.
Il corpicino di Frankie era ancora nella lettiga con cui era stato
trasportato. Il lenzuolo, pietosamente tirato sul viso, velava l’esile
corpicino appena distinguibile.
“Sta arrivando il dottor Steward, per l’autopsia. Povera stella.
Ha appena dodici anni, sa?”
L’infermiere di guardia stava aspettando che lo prendessero in
carico.
Con gentilezza, la Dama blu abbassò il lenzuolo e accarezzò
teneramente il viso del bambino.
Era livido ma bello. I lineamenti erano distesi, l’aspetto sereno.
Pareva un piccolo principe dormiente.
Per qualche mese era stato uno dei suoi bambini: quello che
amava di più perché, se non era il più sofferente, di certo era il più
solo e abbandonato. Poco sapeva dei genitori di Frankie, entrambi
tossicodipendenti, e l’unica persona che si era sempre occupata di
lui, la nonna paterna, era morta alla fine dell’estate.
Silenziosamente si raccolse in preghiera e cominciò a sgranare
sul rosario la coroncina della Divina Misericordia. Le fu concesso
tutto il tempo che servì: quando arrivò il patologo, infatti, stava
terminando col segno di croce.
Faith Paladini Rocca, in ospedale, era per tutti la Dama blu.
Indossava sempre abiti di quel colore, ravvivati da un colletto, un
fiore, una spilla o un foulard in tinta contrastante. I capelli, appena
mossi sul capo e corti, erano di un bel grigio argento che ben
s’intonava alla carnagione leggermente abbronzata. L’esile
silhouette si muoveva con agile e sicura competenza nei corridoi e
nelle stanze: la sua presenza, il suo sorriso, rasserenava i
giovanissimi ospiti ed era per loro di compagnia e conforto.
Lì, all’Oncologico pediatrico, era arrivata a marzo, e da allora
non era più stata bene.
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Dal semplice mal di testa alle nausee, aveva cominciato a
somatizzare la sofferenza dei piccoli pazienti come mai le era
capitato prima; come se portasse in grembo tutto quel dolore in
sostituzione di un figlio mai nato. Era il suo segreto.
Il mio nodo col Cielo, diceva a se stessa.
Le bastavano un sorriso e le dita fra i capelli, per ritrovare la
forza di ricominciare ogni volta.
Faith era una donna gentile ma decisa, intelligente e pratica.
Nata in Italia, in un piccolo borgo del Trentino nel gennaio del
’56, viveva in un dimesso bilocale del centro, giusto riflesso della
sua esemplare sobrietà e logica espressione della sua generosa
umiltà.
La famiglia, di modeste origini, era stata molto provata dalla
guerra. Uno zio era morto al fronte e uno era stato fucilato dai
nazisti. Una bomba aveva raso al suolo la casa, ma risparmiato i
genitori e i due fratelli, occupati a lavorare nei campi. Lei, invece,
era nata in tempo di pace, per sbaglio, e aveva sempre respirato,
insieme al gran desiderio di voltar pagina e ricominciare a vivere,
il rifiuto.
Grazie a un consistente lascito e alle conoscenze altolocate di
un’anziana ed eccentrica prozia, Faith aveva potuto frequentare un
prestigioso istituto religioso vicino a Locarno, dove si era
brillantemente diplomata e impiegata come maestra elementare.
A differenza dell’amica del cuore Elenoire, insofferente e
ribelle, Faith era sempre stata una ragazza docile e tranquilla,
attratta dalla serena vita del convento, austera e sorvegliata. La
radiosa bellezza invece, l’aveva resa oggetto d’insistenti attenzioni
da parte di un maturo e benestante vicino di casa.
Schiacciata dalle pressioni familiari, aveva dovuto rinunciare
all’indipendenza economica e cedere alle nozze. Aveva retto quel
giogo per oltre vent’anni, senza che mai sua madre sospettasse
quanto fosse stato pesante e amaro. Unici conforti a quell’inferno
silenzioso erano stati l’amicizia con Don Giulio Valentini, suo
confessore e guida spirituale, ed Elenoire.
In una fredda domenica d’inverno Rodolfo Rocca era uscito di
strada con l’auto facendo di lei una splendida e ricca vedova senza
lacrime.
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Da quel giorno, Faith non aveva più smesso il lutto, dignitoso e
regale baluardo alla sua libertà, e deciso pienamente della propria
vita. Liberatasi dei beni del marito con donazioni e interventi
caritativi, da dieci anni collaborava con una cooperativa di
volontariato sociale operante in ospedale, e curava con profonda
intensità l’amicizia con Elenoire von Tellinger-Kruger.
Verso le undici, Elenoire la chiamò al cellulare.
“Ciao Faith. Ti ricordo che alle quattro viene l’auto a prenderti,
per stasera. Lo so, lo so, che ne faresti volentieri a meno, – aveva
proseguito senza darle il tempo di replicare, – ma non vorrai
davvero che ci vada sola, con Alexander! Non se ne parla proprio.”
Il silenzio di Faith era, in ogni caso, eloquente.
“Ho una sorpresa per te.”
Elenoire sapeva che non c’era altro modo per convincere
l’amica che costringerla.
“Va bene, ma alle sette. Prima non riesco a liberarmi.”
“Sì, sì – stava dicendo l’altra in tono leggermente ironico – li
conosco i tuoi impegni. Ok! per le sette. Fa’ la brava.”
C’era sempre, nella voce di Elenoire verso di lei, un affettuoso
tono materno.
Non sapeva se sarebbe stata capace di digerire la morte di
Frankie, per le sette: l’urto del vomito la spinse di corsa verso il
bagno, in fondo al corridoio.

(14. Continua)

(Articolo precedente di riferimento:

https://laurasoreglia.wordpress.com/2017/04/24/dal-matto-al-mondo-la-morte/

 

Dal Matto al Mondo: La Morte

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Ciao a tutti.  I miei “Arcani maggiori” continuano a raccontarsi e le loro storie a intrecciarsi in maniera solo apparente, incomprensibile, Tuttavia c’è un posto già assegnato da cui “avanzare… Come i capitoli di un film ancora da guardare…

13. LA MORTE

Venerdì, 31 dicembre 2010 ore 3.00

Il rombo della Harley Davidson crebbe nel vicolo fino a spegnersi. Pochi secondi. Poi il tintinnare delle chiavi, l’aprire e chiudersi di un garage, di un portone, e i passi pesanti di un uomo che saliva le scale fino al secondo piano. Poi ancora le chiavi e il cigolio di una porta.
Il silenzio tornò a chiudersi sulla notte come un mare.
All’interno della casa l’uomo depose in un angolo dell’ingresso il casco e i guanti, si tolse il lungo cappotto di pelle nera e gli scarponi. Aveva perso completamente il suo aspetto imponente e minaccioso. Era poco meno che un vecchio. Come sgonfiato dalla fatica di stare in piedi sedette al tavolo di cucina pensando al da farsi. Si guardò le mani. Tremavano.
Il tremolio dei primi tempi si era accentuato progressivamente, insieme al dolore e alle deformità.
E così, anche lui era arrivato al capolinea.
“Come ci arrivano tutti.” Pensò, ma questo non gli bastava.
Si passò una mano sulla testa quasi calva. I lunghi capelli della gioventù avevano lasciato il posto a una rada peluria grigia e l’ulcera gastrica gli aveva consumato lo stomaco. La magrezza anoressica aveva colpito anche lui, ottimo degustatore di vini ed eccellente cuoco. La pelle grigiastra e avvizzita ricopriva il corpo quasi scheletrico e la testa, ma niente lo turbava di più di quel tremore.
Posò davanti a sé l’arma che era stata compagna di una vita e restò a fissarla inebetito. Non aveva mai fallito un incarico, mai mancato un bersaglio. Aveva un invidiabile medagliere di sangue che non sarebbe più potuto essere completato. Adesso sapeva. Sapeva che non sarebbe riuscito a usarlo il proiettile d’oro conservato per quel momento.
E forse non ne avrebbe avuto il coraggio.
Un terminator decide: della vita e della morte.
Potere immenso. Potere che aveva voluto per sé.
Era stato facile fin dall’inizio. Perché fin dall’inizio aveva scelto chi finire e chi no.
A un elementare e infantile senso della giustizia s’era addossato un inflessibile senso del giudizio, in cui le figure del giudice e del giustiziere s’erano spesso confuse e sovrapposte.
C’era stata qualche volta la debolezza del bisogno, trasformatasi in avidità, ma aveva sempre fatto bene il suo mestiere, senza indulgere al piacere d’infliggere inutili sofferenze.
Aveva una sua dignità da difendere, lui. Davanti al suo mondo ma soprattutto davanti a se stesso. Tuttavia il tempo lavora, impercettibilmente, e quando ti volti indietro per vedere come sta andando capisci che è già troppo tardi. Un sorso di whisky liscio bruciò in gola e gli trafisse lo stomaco fino alle viscere. Una spada incandescente che lo attraversò fino alle lacrime. Espiazione?
Non c’era espiazione per l’inferno e sapeva anche questo.
Prese dalla tasca dei pantaloni un foglio di carta spiegazzato. Una lettera, impostata in città poco prima di Natale, che aveva trovato nella sua casella di posta. Era scritta in stampatello, probabilmente con la sinistra. Non dubitò che fosse senza impronte.
-Messaggio n. 2
Letto sua inserzione. Accetto tutte le condizioni.
Quanto pattuito già nel posto indicato. Allego chiave.
Soggetti da eliminare: Joseph e Mina Dike.
Libertà d’esecuzione.
Tempo: Prima possibile.
Saldo entro 24 ore a lavoro finito. Stesse modalità dell’acconto.
Fine contatti.-
Il mandante era preoccupato e aveva fretta. Raramente gli si dava così poco tempo per agire.
Lo aveva incuriosito il fatto che i due soggetti designati avessero lo stesso cognome. Marito e moglie? Padre e figlia?
Gli uffici erano aperti a orario ridotto, per via delle festività natalizie, ma era riuscito a ottenere le informazioni che gli servivano.
Joseph Dike era un giudice. Divorziato dalla moglie, viveva solo in un piccolo appartamento del centro storico. Uomo integerrimo e solitario trascorreva le sue giornate in Procura rientrando spesso a casa a tarda ora. A tempo perso si occupava di vecchi casi irrisolti o fornendo consulenze. Era un uomo metodico e abitudinario. Usciva ogni mattina per fare colazione al bar sotto casa e prendere il giornale, tre volte in settimana una ragazza filippina, andava da lui per rassettare e s’incontrava con la figlia, al Parco, la domenica mattina. Sarebbero stati un bersaglio perfetto se… le sue mani…
Si versò ancora da bere, e lo stesso fuoco lo arse.
Mina era sua figlia. Trent’anni, giornalista televisiva in caccia di scoop, viveva con la madre a un paio isolati di distanza.
Minuta di corporatura, carina e un po’ sciatta, con i capelli a caschetto e una borsa più grande di lei, l’aveva volontariamente incrociata per strada un paio di volte. Gli era parsa gentile e determinata, non certo pericolosa.
Se qualcuno vuole morti un giudice e una reporter e questi due sono parenti, la spiegazione è una sola. Stanno lavorando insieme allo stesso caso e hanno scoperto pericolose convergenze.
Pericolose convergenze. Era il suo modo di definire le prove che portano a un colpevole. Un vero problema per loro, visto che il diretto interessato era così ben informato sui loro risultati da non voler correre rischi. Qualcuno molto abile e pericolosissimo, se era ancora in circolazione. Qualcuno che non voleva più sporcarsi le mani e restare fuori dal gioco con un semplice Passo.
E lui era il prossimo giocatore. Ma questa volta era diverso.
Per la prima volta, da sempre, la sua Mauser lo aveva tradito.
O erano le sue mani, a farlo?
Il Destino aveva deciso, almeno per Joseph e Mina Dike.
Aveva lasciato che la sua moto lo portasse al mare.
Un ultimo sguardo alla vita e al mondo che le dava senso.
Era giunto il momento di fermarsi e sparire per sempre.
Basta strategie di morte, vita solitaria, percorsi di fuga.
Si lasciò cadere sul letto e chiuse gli occhi, sfinito.
Albeggiava. Non nevicava più e c’era, ovunque, un gran silenzio.

(13. Continua)

(Articolo precedente di riferimento:

https://laurasoreglia.wordpress.com/2017/04/18/dal-matto-al-mondo-lappeso/

E, adesso mettiamo che ti sei incuriosito e vuoi sapere come va a finire prima di tutti gli altri…

Qui il sito dove poter acquistare questo romanzo di futura fama mondiale…

http://www.youcanprint.it/fiction/fiction-mistero-e-investigativo-generale/dal-matto-al-mondo-9788891113016-ebook.html

http://www.youcanprint.it/fiction/fiction-generale/dal-matto-al-mondo-9788891109842.html

Dal Matto al Mondo: L’Appeso

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Ciao a tutti. C’è ancora nell’aria tutta la gioia che la Santa Pasqua sparge  generosa nei cuori semplici e accoglienti. Io torno alle occupazioni consuete e a pubblicare le paginette di questa storia raccontata sul fil-rouge dei Tarocchi. Buona lettura.

12. L’ APPESO

Giovedì, 30 dicembre 2010 ore 24.00
Il Principe degli zingari si affacciò al balcone, scavalcò la
balaustra e con un balzo saltò nel giardino. Frugò l’oscurità con
gli occhi. Scorse, in lontananza, una fiammella ondeggiante,
segnale convenuto di via libera. Prese un bel respiro e si lanciò
verso la libertà.
Patrick posò il libro sulle ginocchia e si abbandonò sul cuscino
appoggiato alla testiera del letto.
La testa gli doleva e gli occhi bruciavano. Bevve un sorso dal
bicchiere sul comodino per lenire l’arsura che incollava la lingua
al palato.
Immaginò d’essere Jamal, impavido ladro zingaro, che sulle
orme di Robin Hood, compiva gesta eroiche e leggendarie. Non gli
sarebbe stato facile evadere dalla sua stanza come lui, saltando
dalla finestra, al quinto piano del St. Mary’s Hospital for Children.
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“Spegni quella luce. Ma vuoi lasciarmi dormire?” Martin, suo
compagno di stanza, si rigirò nel letto cacciando la testa sotto il
cuscino.
Con rammarico ripose il libro e spense la luce. Un lucore
spettrale filtrava dalle tapparelle semichiuse. Stava nevicando. Un
urlo di bambino corse lungo il lucido corridoio, fiocamente
illuminato, del reparto di oncologia pediatrica.
Patrick lo riconobbe: era di Frankie, quello della stanza 18. Il
primo col quale aveva fatto amicizia lì e forse anche l’unico.
Aveva dodici anni come lui, ma ne dimostrava sette. Era
completamente calvo, magrissimo e pallido. Aveva sempre freddo
e, forse, questo non era l’unico motivo per cui tremava.
“Io vedo i fantasmi, – gli aveva confidato una volta – ma tu non
devi dirlo a nessuno. È un segreto.”
Lui non ci credeva ai fantasmi, però aveva annuito.
“Mia nonna dice che verrà presto a prendermi e a portarmi via
da qui, perché non va bene che i bambini vedano i fantasmi…”
Le luci in corridoio s’erano accese. Le voci di medici e
infermieri s’erano ad un tratto alzate e i carrelli avevano
sferragliato nervosamente fino all’alba.
E, poco prima dell’alba, Frankie era venuto a trovarlo.
“Sono venuto a salutarti. – Gli aveva sussurrato dolcemente,
felice. – Vado a casa, con mia nonna.”
Si erano stretti in un abbraccio fragile come un sogno.
“Sai? Non fa così male… morire.”
Patrick aveva abbozzato un sorriso ed era ricaduto sul cuscino
senza capire. La flebo nel braccio pungeva sempre più insistente.
Per quanto ancora, invece, lui sarebbe rimasto appeso a quei
tubicini e alla vita?
“Infermiera? Infermiera? Mi fa male. Mi fa tanto male.”
Per il momento lui, era vivo.
“Cos’è questo?” Aveva chiesto Margie, l’inserviente del
mattino, mostrandogli una scatoletta di plastica trasparente trovata
sotto al letto.
“È una aporrhais pespelecani.”
“Cos’è…?” Margie pensò che si prendesse gioco di lei.
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“È una conchiglia molto comune del Mediterraneo. Le
colleziono. Ne ho già più di cinquecento.”
Patrick la prese in mano. Quello era il portafortuna che aveva
regalato a Frankie, quando lui era stato ricoverato in ospedale, a
settembre, ed erano diventati amici.
Avevano la stessa età, ma Frankie era molto più magro e basso.
All’inizio stavano nella stessa stanza poi, a novembre, Frankie
aveva cambiato reparto e solo da pochi giorni era ritornato in
corsia.
L’urto del vomito lo scosse violento e improvviso. Non ci fu
tempo per pensare ad altro. Un gran pugno allo stomaco lo fece
contorcere e sboccare sul letto. Il trambusto richiamò il medico di
turno e qualche minuto dopo perse i sensi.
Quando finalmente si riebbe seppe che era rimasto svenuto per
alcune ore.
Si sentiva debole e svuotato. Il cellulare segnava otto chiamate
perse. Tutte di sua madre.
“Povera mamma. – Pensò. – Adesso ti chiamo io.”
Mentre stava per telefonare, Selene, la Caposala, aveva bussato
dolcemente ed era entrata.
“Buongiorno! Finalmente ti sei svegliato. Va meglio adesso,
Patrick?”
La sua voce allegra lo rincuorava.
“Sì. Non ho più male.”
“Uno dei farmaci nuovi ti ha fatto allergia e quindi abbiamo
dovuto sedarti e correggere la terapia. Tu non devi preoccuparti. È
tutto ok! Ok?”
Aveva annuito, poco convinto.
“Telefona a tua madre. Era in pensiero. Ha già parlato anche
con me, ma le farà bene sentirti.”
Martin stava sbocconcellando tè con i biscotti.
“Ho fame. Posso fare merenda anch’io?”
“Certo. Ti faccio subito portare qualcosa. Fa’ il bravo.”
Mentre l’infermiera usciva Patrick chiamò sua madre.
“Ciao piccolo, come stai? Ti sei ripreso? Il dottor Parker mi ha
detto che sei stato male stamane…”
Cercò di tranquillizzarla cambiando discorso.
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“Tutto pronto per stasera? Come ti senti tu?”
“Sì, caro, va tutto bene. Si stanno ultimando i preparativi. La
sala è bellissima sai? grandissima e piena di luci. C’è un albero di
Natale che tocca il soffitto: non sarà meno di 5 metri. La diretta
comincerà alle nove, quindi potrai vedermi… al lavoro. Ho
preparato alcuni brani molto belli e ci sarà una sorpresa… canterò
solo per te, Patrick… Tesoro..”
La voce di sua madre, bellissima, s’era incrinata d’emozione.
“Ti voglio bene mamma, ti guarderò in tv, e farò il tifo per te.”
Un timido raggio di sole si posò sul copriletto bianco, attirando
lo sguardo verso la portafinestra e il terrazzo, ingombro di neve. Si
sentì d’un tratto solo e sperduto.
La telefonata con la mamma era stata troppo breve e lo colse
un’ondata di malinconia.
Un brusio nel corridoio avvertì che era l’ora delle visite, ma lui
non aspettava nessuno.
“È permesso?” Dallo stipite della porta aperta si sporse il viso
raggiante di Tony Farrell.
“Papaaaaà!” Un grido di gioia gli esplose dal petto.
All’improvviso non sentiva più alcun dolore. Non era più solo.
Si sciolse felice tra le braccia di suo padre.
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(12. Continua)

Articolo precedente di riferimento: https://laurasoreglia.wordpress.com/2017/03/21/dal-matto-al-mondo-la-forza/

Dal Matto al Mondo: La Forza

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Ciao. Una felice primavera a tutti. Dopo un inverno magnifico, non troppo freddo e ricco di splendide giornate lucide di sole, ecco, finalmente Lady Spring… con  magnifici tappeti di bucaneve, fioriti nel sottobosco ancora spogli e disadorno, incorniciata  di sterlizie e primule….con l’affascinante esplosione di migliaia di piccole margheritine  nei prati, appena appena verdeggiati, e violette e mimose oserei dire… lussureggianti.
Le rade, brevi piogge e la temperatura gentile ci hanno fatto dono di tanta grazia e bellezza. Non ci resta che sperare in una stagione nuova fresca e non troppo “annaffiata”. Siate sereni.

11. La Forza

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Giovedì, 30 dicembre 2010 ore 20.00

La direzione di ONE FORCE TV era all’ottavo piano di un elegante stabile svettante tra i capannoni del Centro Studi Televisivi. La grande porta di cristallo che separava l’ala riservata dagli uffici si apriva su un atrio ricoperto di moquette blu. Una fontana illuminata e alcune piante tropicali abbellivano l’ambiente su cui si affacciavano l’ufficio di William Shark Blakestone con salottino privato, quello della sua segretaria, tre sale riunioni, quattro uffici spesso vuoti e una piccola cucina.

Barbara B. Clarck conosceva bene quella zona perché la frequentava con assiduità.

L’appuntamento serale con William Blakestone, negli ultimi mesi, era diventato una consuetudine.

Quando arrivò l’ufficio della segretaria era vuoto e buio come al solito, ma la porta di collegamento era chiusa. Si fermò in silenzio ad ascoltare.

Si sentivano la voce inferocita di Blakestone e quella più smorzata e pacata di un altro uomo.

“Ripensaci Billy, – stava dicendo – ti prego. Lo sai che i debiti mi stanno mangiando vivo. Se mi butti fuori, sono perduto.”

“Vai a farti fottere!”

Un colpo secco aveva interrotto la comunicazione.

“Un altro telefono che se ne va.” Aveva pensato Barbara, risistemandosi la gonna e ravvivando i capelli. Aveva atteso un paio di minuti e poi aveva bussato discretamente.

“Avanti.”

Lui, in piedi davanti al minibar, stava versandosi da bere.

“Ciao Billy. Sono in ritardo?”

“No, no, Barbie, vieni. Siediti. Prendi qualcosa?”

“Uno scotch. Con ghiaccio.”

Senza parlare lui aveva preparato due bicchieri e poi si era abbandonato sulla poltrona in pelle della scrivania.

“Ti vedo stanco stasera, caro… più del solito…”

Lui aveva scosso il capo. “Nervoso, è la parola giusta.”

“Vuoi che sciogliamo un po’ la tensione?”

Senza fretta si era alzata e gli era andata vicino. Aveva cominciato a massaggiargli le spalle e il collo. La testa, liscia e lucida, giaceva abbandonata sullo schienale.

Fece scorrere le dita morbide e decise fino alle tempie prima con un movimento a raggiera e poi a spirale, dolcemente ipnotico. Percepiva tutto il potere concessole da quella confidenza che spesso, sempre più spesso, si era evoluta in eccitanti giochi erotici. Le piaceva giocare con Billy perché erano uguali, loro. Mossi da un insano e prepotente egoismo che li lasciava sfiniti, sudati ma anche temporaneamente soddisfatti. Tuttavia, quella sera c’era, nell’ambiente, un’aria avvelenata.

Per qualche minuto lui si lasciò andare alla malia sottile e disarmante di quel contatto poi si scosse irritato.

“Stasera non ho tempo. Aspetto un cliente.”

“Sei proprio il solito stronzo. Avvisare prima, no?”

Furiosa per quell’inatteso rifiuto, s’era ritratta, come morsa da una vipera.

Era andata via imprecando. Non c’era niente da dire o da fare. Non c’era nessun cliente. E lui era solo un gran bastardo che aveva altro per la testa.

Stanco, Blakestone andò a sdraiarsi sul divano del salottino e chiuse gli occhi.

Odiava il Natale. Il Natale e tutto il suo corollario di feste, lustrini, regali e futilità.

Non aveva voglia di tornare a casa. La sua bella casa piena di fantasmi e solitudine. Dove non c’era mai un vero silenzio come lì.

“Perché William, perché lo hai fatto? Era solo un gioco… Era solo un gioco…”

Un’ombra azzurrina s’era materializzata davanti a lui e lo guardava incredula.

La figurina immobile di Sonia Liubovsky. L’incarnato cinereo strideva col sottile filo di sangue che fuoriusciva dalla bocca semichiusa.

Quella domanda lo faceva impazzire.

Con un gemito soffocato Blakestone si scosse, impaurito. Si coprì il volto con le mani tentando di nascondere la visione e asciugare il sudore freddo che lo imperlava ma, quando alzò la faccia, non c’era nessuno.

Lo sciacquio leggero della fontana nell’atrio, rompendo quella sensazione innaturale, lo riportò alla realtà.

Era bella Sonia. Di una bellezza sofisticata ed esotica ma anche semplice, naturale. L’aveva conosciuta al ricevimento d’inaugurazione della Villa dei Glicini dei Tellinger-Kruger.

Maxin, che frequentava da sempre donne da poco ma bellissime, con una noncuranza disarmante gliela aveva presentata e offerta come un… regalo. Come una bella cosa di cui si cede la proprietà.

E lui, da subito, l’aveva considerata sua.

Sonia aveva bisogno di denaro ed era disposta a tutto. A lui il denaro non mancava: avrebbero di certo trovato un accordo. Dopo un primo appuntamento, un altro, e poi un altro, e un altro ancora. Se n’era invaghito fino a trasformare quegli incontri in un’ossessione divorante. Averla era diventato il suo pensiero dominante. Tuttavia non erano solo i suoi giochi erotici ad eccitarlo ma il controllo che lei esercitava sulla sua mente. Un piacere  infinito e intollerabile.

Sonia era flessuosa e docile come una liana, un giunco. Come una liana lo aveva avviluppato e come un giunco s’era spezzata fra le sue mani.

Solo un’altra ragazza, in passato, gli aveva trapanato il cuore e i sensi come lei, ma non aveva mai potuto rivelarlo a nessuno.

Rivedeva ancora quell’ultima sera.

Cenetta romantica per due, musica soft e poi da lui, nell’appartamento che aveva sopra gli studi, in un crescendo di eccitazione fisica e tensione emozionale.

Poi, qualcosa non aveva funzionato.

Sonia durante uno dei loro giochi aveva perso i sensi. L’aveva creduta morta e, preso dal panico, aveva tentato di sbarazzarsi del corpo. Aveva fatto un giro molto ampio con l’auto di lei per inscenare un suicidio. Era stato sotto le arcate del Caroline Bridge, poi tra i secolari alberi dell’Oaks Forest, appena fuori città e, alla fine, era tornato agli studi, incapace di decidere il da farsi. Albeggiava. L’aveva lasciata lì, al parcheggio, seduta al posto di guida, come nulla fosse accaduto. Come una bambola dal collo spezzato.

Inebetito dallo shock e dal whisky aveva atteso nel suo ufficio l’arrivo della polizia.

Ma non era accaduto niente. Niente. Sonia era semplicemente scomparsa.

Aveva seguito, con discrezione, le ricerche della polizia, che si erano risolte in un nulla di fatto. Qualche mese dopo il fascicolo aperto su Nadine era stato archiviato come caso non risolto.

L’unico problema erano queste apparizioni estemporanee che lo mandavano in paranoia.

Prese dalla cassaforte una bustina di polvere bianca.

“All’inferno, allora. Insieme.”

(11. Continua)

Articolo precedente di riferimento:

https://laurasoreglia.wordpress.com/2017/03/14/dal-matto-al-mondo-la-ruota-della-fortuna/

Dal Matto al Mondo: La Ruota della Fortuna

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Ciao a tutti i miei lettori… Un super rapido “Bentornati” e subito pronti per rituffarci nel mondo dei Tarocchi e di Mina Dike, la simpatica giornalista di carta protagonista di questo libro. Cos’altro scoprirà la “nostra “indomita” paladina della Giustizia?

10. La Ruota della Fortuna

Giovedì, 30 dicembre 2010 ore 11.30

Tony Farrell era un gran figlio di puttana. Avrebbe venduto anche sua madre se questo si fosse rivelato un buon affare. Gli piaceva giocare e quando giocava colpiva duro. Aveva un fiuto fantastico per i soldi. Sapeva come muoversi per farli e farli sparire, senza troppa fatica. Era un uomo intelligente e brillante, senza scrupoli e senza coscienza. Era nato come cabarettista d’avanguardia, lavorando a braccio e fregandosene di copioni e di registi. Per oltre vent’anni aveva calcato le scene dei teatri di mezz’Europa poi il colpo di fortuna: una cena a casa di William Blakestone, proprietario e direttore dell’emittente televisiva ONE FORCE TV.

I due uomini si erano piaciuti subito e da quell’incontro non casuale era scaturito un vantaggioso sodalizio. Certi programmi pomeridiani un po’ trash come Parliamone!, idee per sketch pubblicitari pomposamente definiti Consigli per gli acquisti, riempitivi musicali e d’intrattenimento portavano la sua firma marchiana. Tony la sapeva lunga su tutto. Non si scandalizzava mai, non indietreggiava mai e non temeva nessuno. Il grande successo gli era arrivato con la Ruota della Fortuna, uno spettacolo di varietà che ben misturava vari ingredienti: sorpresa, curiosità, attitudini e abilità musicali. Il programma, seguito anche all’estero, nel tempo si era evoluto, trasformandosi da popolare e ridanciano trampolino di lancio per principianti in un brillante talent show.

“Colpo di scenaaaaaaa!” La voce di Tony Farrell sovrastava per tono ed entusiasmo il battimani e le urla del pubblico presente “il vincitore di questa penultima puntata della Ruota della Fortuna è… MaryClaire Verducci. Vieni MaryClaire, vieni qui, sul palco.” A quell’annuncio, una ragazza dai lunghi capelli neri s’era sporta dalle quinte e la musica era esplosa come un fuoco d’artificio. Mentre impacciata dal lungo abito da sera avanzava timidamente verso di lui, un’allegra pioggia di coriandoli dorati aveva preso a scendere mentre la luce dei riflettori danzava impazzita nella sala.

“Sì, sì, va bene Frances.” Mi piace. C’è un bel crescendo. Puoi finire di montare il programma.”

Tony Farrell spense il monitor e si alzò dalla postazione di Simon Stern, il regista. Si stiracchiò le membra. Era abbastanza soddisfatto del lavoro.

C’era ancora la puntata finale di cui preoccuparsi e poi avrebbe potuto prendersi una meritata vacanza. Sorrise tra sé, non ricordava di aver mai avuto tanti problemi nella realizzazione di un programma e tuttavia era riuscito a mantenere la qualità a un buon livello. Gli artisti che avevano partecipato quell’anno erano poco più che mediocri e s’era dovuto lavorare tanto per mascherarne la pochezza.

“Non c’è proprio la possibilità di un exploit fra i concorrenti, quest’anno. – pensò tra sé. – Sono così grigi e spenti. La Verducci non è male. Il pezzo dei Whithin Temptation, Memories è bello e la voce è buona, ma… presenza scenica zero. Zero.”

E lui se ne intendeva di presenze sceniche. Ci aveva costruito sopra una carriera.

“Dovrò lavorarci su parecchio, per fare di lei la mia star. Trecentomila euro e un contratto sono un bel premio, quindi…dovrà guadagnarselo.”

Si passò una mano fra i capelli.

Per il momento preferiva non pensarci.

La lettera da Londra, arrivata il giorno prima, catalizzò la sua attenzione. La prese dalla tasca e la guardò ammirato. Era stato abile a gestire la cosa. Con la freddezza necessaria per riuscire.

“Il fine giustifica i mezzi – soleva ripetersi spesso, – e questa volta ne era valsa proprio la pena.”

“Questa, – disse a bassa voce, tastando il fianco – è meglio affidarla all’arte.”

Era quasi mezzogiorno e cominciava ad avere fame.

Aveva varie questioni da sbrigare  in ufficio ma l’avrebbe fatto nel pomeriggio.

Prima voleva vedersi con Sabine e telefonare a Patrick.

La chiamò al cellulare mentre raggiungeva l’auto.

“Sabine? Ciao cara. Hai voglia di uno snack veloce al World? Diciamo, fra un quarto d’ora?”

Odiava pranzare da solo.

“Sì, volentieri. Al solito tavolo?”

Era caduta la linea, ma loro due si capivano al volo.

Si erano ritrovati, puntualissimi, nella hall della Blu Sky Tower,  davanti a uno dei quattro ascensori che salivano al Ristorante.

“Sei bellissima. – le aveva sussurrato, complice, mentre salivano al 27° piano – Dopo, ti mangio.”

Farrell pranzava spesso al World, ma in pochi sapevano che al 10° piano della Blu Sky Tower possedeva un raffinato appartamento di 70 metri quadri.

Una vincita a poker esentasse con vista sul Parco Michelangelo, enorme letto matrimoniale sormontato da uno sontuoso Kandinsky.

Uno colpo mancino ben assestato e andato a segno, che ti godi fin quando il Destino non ti presenta il conto.

Molte aspiranti stelline avevano pranzato con Farrell al World e tutte avevano preso il digestivo nel suo pied-a-terre.

“Abbiamo poco meno di due ore, cara, tutte per noi.” Sabine gli sorrise gelida. Lo sentiva premerle addosso e quel gioco non le piaceva più.

Quando tornò nel suo ufficio, più tardi, il telefono stava squillando.

“Chi è?” domandò irritato.

“Signor Farrell? Ho Mina Dike in linea. Vuole parlarci? Ha già chiamato cinque volte e dice che chiamerà a oltranza perché è molto importante.”

“Passamela.” Era inutile tirarla per le lunghe. Meglio disfarsi subito del problema.

“Buonasera Signor Farrell sono Mina Dike. Sono ancora aperte le audizioni per La Ruota? Ho per le mani la star che sta cercando. È un violinista e so che…”

Mina Dike non era una giornalista qualsiasi. Una collega qualsiasi. Era la figlia del Giudice Dike e doveva andarci cauto.

“Raccontami tutto per bene. Ok?”

Mina aveva cominciato a parlare a raffica e lui l’aveva ascoltata pazientemente.

“Ok!ok! mi hai convinto. Vi aspetto lunedì alle nove e mezza. in sala prove. Puntuali.”

Cominciava ad essere stanco di tutto.

Posò il ricevitore e rimase in ascolto del silenzio largo nel corridoio. Ne ebbe timore.

Si ricordò di Patrick a notte inoltrata, quando era ormai troppo tardi per chiamarlo.

“Domattina sarà la prima cosa che farò.” si ripromise.

C’era sempre, sempre qualcosa da fare.

(10. Continua)

Articolo precedente di riferimento:

https://laurasoreglia.wordpress.com/2017/03/07/dal-matto-al-mondo-leremita/

Dal Matto al Mondo: L’Eremita

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Ciao a tutti. Sono giunta quasi a metà del mio racconto. La domanda imbarazzante è: c’è qualcuno che, pian piano, si sta incuriosendo? Domanda imbarazzante per l’imbarazzante silenzio che aleggia su questo blog. Certo meglio il silenzio degli insulti… Tuttavia devo dire che in questo progetto ci ho creduto e anche adesso che, pubblicandolo a puntate, lo rileggo, non mi sembra niente male. D’altra parte capisco che il giudizio su un libro, su una storia,si da solo alla fine.  Aspetterò. Ringrazio che si è iscritto per seguirmi e mi lascia anche solo un breve cenno del suo passaggio. Grazie dell’attenzione e della…pazienza.

Un bacio.

9. L’Eremita

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Giovedì, 30 dicembre 2010 ore 9.00

Marenko era conosciuto nel quartiere come Il Violinista.

A differenza di altri barboni che si guadagnavano la giornata raccogliendo lattine e altro materiale riciclabile, lui riusciva a sopravvivere suonando agli angoli delle strade, in piccole piazze o al parco. La lisa e sporca custodia del suo strumento attirava sempre qualche moneta e in certe ore del giorno piccoli capannelli di passanti si raccoglievano  intorno alla sua isola musicale per ascoltarlo.

Qualche volta la polizia o i privati lo cacciavano e allora lui cambiava zona, salvo poi ritornare alla sua postazione: una panchina blu ai margini del parco Michelangelo, di fronte alla Tellinger-Kruger Bank. Alto, dal fisico imponente, con i capelli color piombo arruffati e crespi, il Violinista indossava, su vari strati di vestiario, un ampio e pesante pastrano militare lungo fino alle caviglie. L’aspetto trasandato contrastava con la dolcezza struggente della sua musica. Taciturno e misterioso, raramente s’intratteneva con gli altri homeless della zona. In seguito ad un’aggressione aveva cercato alloggio in un pensionato dove per pochi soldi poteva dormire e aver cura dei suoi pochi averi mentre un vicino convento gli garantiva l’unico pasto caldo quotidiano.

Da mesi viveva così. Come un animale in caccia. Sempre attento e teso alla preda, sorretto dall’unica speranza di ritrovare sua figlia viva, se non felice. Tutto gli era tollerabile fuorché quel suo prolungato silenzio.

Con quieto interesse lasciava muoversi il mondo intorno a lui mantenendo però una costante e vigile attenzione verso la banca e l’imbocco del vicolo su cui si affacciava il parcheggio sotterraneo. Un impulso viscerale e irragionevole lo spingeva a stare lì dove, ne era sicuro, avrebbe avuto le risposte che cercava.

Erano le nove, quando Mina Dike lo raggiunse al suo solito posto al parco.  L’aria era frizzante. Stretta in un lungo cappotto nero un po’ sdrucito con doppio giro di sciarpa bianca intorno al collo, guanti e basco di lana in tinta, Mina attese che l’uomo concludesse la sua performance e gli astanti si disperdessero, prima di avvicinarlo.

“Lei è davvero bravo, sa?” Aveva esordito. “Potrebbe partecipare a un programma TV come la Ruota della Fortuna. Ci aveva mai pensato?”

Aveva teso la mano, cordiale.

“Buongiorno. Minerva Dike di ONE FORCE TV. Una emittente locale.”

Lui non aveva capito. Si era schermito e aveva risposto al saluto: “Piacere conoscere te. Mio nome Markus Liubovsky. Marenko per amici, ma tutti chiama me il Violinista.”

“Il pa… padre di Sonia?”Aveva balbettato Mina, colta di sorpresa e in difficoltà.

“Da. Tu conosce? Tu sa dove è mia figlia?”

Prima che lui s’irrigidisse in un silenzio senza ritorno, con gentilezza lo aveva preso sottobraccio: “No, la sto cercando anch’io.” E, quasi trascinandolo via, in un estremo tentativo di rimediare alla gaffe, aveva continuato a parlare: “Ha già fatto colazione? Potremmo parlare con più tranquillità lì al bar, non crede?” Docilmente lui l’aveva seguita al Caffè Rossini’s, dall’altro lato della strada.

Aveva parlato lei per prima. Per guadagnarsi la sua fiducia.

“Vuole raccontarmi la sua storia?”

Il sorriso di Mina, un bel paio di panini ben farciti, del vino rosso e una tazza grande di caffè con vodka schiodarono Marenko dalla sua diffidenza. Da troppo tempo non parlava con qualcuno che gli si mostrasse amico. C’era voluta buona parte del pomeriggio per conquistarlo. Le aveva raccontato di sé e della sua famiglia: dai fasti del passato con i grandi viaggi in Europa e le nobili origini decadute dopo la rivoluzione del ‘17, alle dolorose fughe da Mosca e da Kiev negli anni della seconda guerra mondiale. L’approdo a Odessa, verso la metà degli anni ottanta, alla ricerca di una stabilità economica e sociale.

“Tutta mia familia molto ama musica. Mio nonno, suonare violino a corte di Vienna, sa? Mia donna brava pianista e Sonia… Ah, Sonia davvero angelo con suo violino.

Poi, in anno 2004, tutto cambia. Sonia, mia bambina si sposa. Vedova prima che madre, sa?

Pensa tragedia. Pavlov mai ricevuto lettera che è padre. Ivan mai vedere lui in sua vita. Tu vede che bello bambino è Ivan, da? – stava dicendo, mostrandole una foto spiegazzata e strappata in più punti. – Cinque anni mio bambino, adesso.” Un pianto sommesso lo scosse.

“Ivan malato a cuore e serve bravo chirurgo, lui operare. Sonia qui, con promessa di lavoro, adesso sono due anni. Ma bambino è grave. Forse non vive molto. Chiama mamma, mamma, senza finire mai.” Marenko sospirò.  “Molti soldi serve per salvare sua vita, ma Sonia deve tornare.”

Mina gli cercò le mani e gliele strinse nell’illusorio tentativo di rassicurarlo.

“Io venuto riprendere lei, anno passato, ma lei non vuole venire. Dire me che è ricca presto. Famosa. Allora torna. Ma no con me. No subito. Lei dice suona violino. Fa concerti in teatro. Già carta ha di contratto. Presto manda denaro per Ivan. Ma no fa nomi.

Invidie dice, melio silenzio. Segreto. Poi, improvviso, dopo Natale, Sonia no viene più nostri incontri. No messaggi. Volatizzata, da?” Mina lo ascoltava e prendeva nota.

“C’è un motivo per cui lei sta sempre qui, davanti a questa banca?” chiese sovrappensiero.

“Io visto Sonia più volte con uomo importante di banca, direttore io crede, prima che lei sparisce. Lui ha colpa, che lei sparisce. Io so. Io cerca prove lui colpevole. Se lui fa male mia bambina io, io… lui uccide.” C’era un bagliore negli occhi e un tono così sommesso e minaccioso che Mina tremò. O era il freddo?

Mentre chiacchieravano Marenko mostrò a Mina altre foto tra cui una di Sonia. Lo splendido primo piano di una giovane donna sorridente che posa nell’atto di suonare il suo strumento.

Le foto di Nadine in mano alla polizia non rendevano giustizia alla bellezza di Sonia.

“No sempre stati poveri, noi. Vedi chiave di sol con piccolo zaffiro in suo collo? Io regala lei per suoi venti anni. Gioiello di mia famiglia, sa?”

“Un modo romantico di sposare l’amore per la musica con l’acronimo di Sonia.” Disse Mina.

E così, Marenko li aveva visti insieme, Sonia e Maxin. Si conoscevano. Adesso ne era certa.

Non se la sentiva di rivelargli quanto sapeva su Maxin, ma il fatto che i loro sospetti convergessero confermava che la pista era buona.

“Adesso che tu fa pensare me, io nota cosa strana.” Disse Marenko. C’è donna molto bella che viene a banca, ma no sempre. Io visto lei venire sola e andare con banchiere via, in auto. È donna di America latina. Brasile, forse.”

“Statura media, capelli lunghi neri, molto elegante e… sexy?” Aveva chiesto Mina, già sicura della risposta.

“Da. Tu conosce?”

“Si chiama Brenda Brook e lavora per Dominique Sandèr, come Sonia. Sono certa che conosce Sonia. Potrebbe sapere qualcosa, ma non ho prove.”

“Devo andare a parlarle.” Pensò scrivendo un appunto.

Marenko aveva chinato il capo sconfitto.

“Devo ritrovare mia filia. Devo. Tu aiuta me?”

“Senta, signor Liubovsky. Io farò tutto quello che posso. Vorrei aiutarla almeno economicamente ma…”

“Tu no pensare me. Io, come si dice? me arrangia. Violino no tradisce.”

“So cosa posso fare!”  L’idea era venuta così.

“Intanto, posso cercare di farle guadagnare un po’ di denaro. Domattina verrò a prenderla qui al parco, verso le nove e le spiegherò tutto. Sia puntuale e più elegante che può. A domani.”

Prima che lui potesse replicare Mina era lontana. Cercava nella borsa il suo cellulare.

“Cosa è elegante?” gridò lui, alla notte scintillante che inondava il Parco.

“Pronto. Lucy? Sono Mina Dike. Puoi passarmi Tony Farrell, per piacere? Ho urgenza di parlargli.”

Le luci di Natale si allargavano nelle tenebre come una prorompente, incontenibile, felicità.

(9. Continua)

 

Articolo precedente di riferimento:

https://laurasoreglia.wordpress.com/2017/02/28/dal-matto-al-mondo-la-giustizia/

 

Dal Matto al Mondo: La Giustizia

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Ciao a tutti. In particolare a  chi mi sta leggendo in silenzio in attesa che cominci ad accadere qualcosa… in questa storia. Mina Dike è la  protagonista di questo libro. È la me del passato… Chi avrei forse potuto essere se avessi dato un’altra piega alla mia vita… se le premesse fossero state diverse…

8. La Giustizia

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Giovedì, 30 dicembre 2010 ore 7.30

“Ciao mamma. Dormito bene?”

La signora Dike stava preparando il caffè mentre il bricco del latte caldo, la biscottiera, le tazze e lo zucchero erano già in tavola.

“Sì cara, grazie. Ho letto fino a mezzanotte e poi mi sono addormentata. Non ti ho sentita arrivare. Hai fatto tardi anche stanotte eh? Come procede la tua ricerca?”

“Non male, direi, ma è un pozzo senza fondo. Continuano a saltar fuori  storie strane… un pasticcio, insomma.”

Poi, cambiando discorso:

“Mmmm, che buon profumino mamma, i tuoi biscotti sono fantastici.” Mina ne prese un pugno e li sgranocchiò in fretta, allegramente. “Se vendessi la ricetta, diventeresti ricca.”

“Ma io sono già ricca, mia cara. Ho te.”

“Stasera o domani devo passare da papà. Mi ha telefonato per dirmi che ha fatto alcune scoperte interessanti e vorrei sapere di cosa si tratta. Sono convinta che sappia qualcosa d’importante per sbrogliare la matassa. Lui sa sempre tutto. Accidenti com’è tardi! Devo scappare. Devo andare all’archivio del New Times per controllare un paio d’informazioni. Farò tardi.”

Adesso che le sarebbe piaciuto, almeno qualche volta, fare una bella chiacchierata con sua madre, non c’era mai tempo. Appena un bacio frettoloso ed era già fuori di casa.

La vita di una giornalista è sempre piena di frenesia, senza orari né regole.

Dopo la laurea in giurisprudenza, presa senza troppa convinzione per assecondare suo padre, Mina aveva rincorso il sogno di diventare giornalista.

Si era iscritta, dopo varie peripezie, alla scuola di giornalismo radio televisivo di Perugia e vissuto, come diceva spesso: “I due anni più interessanti della vita.”

Era entrata a THE FORCE ONE TV l’anno prima, grazie all’interessamento di un compagno di corso che già ci lavorava, subito dopo il conseguimento dell’attestato. Le interessava il mondo delle inchieste televisive, delle indagini alla  Mikael Blomkvist. Invece aveva cominciato con la correzione delle bozze degli articoli di rosa e dato una mano alla Schenker, della redazione di moda, per sistemare i reportage sulle sfilate parigine.

L’occasione per fare qualcosa di serio era arrivata improvvisamente, subito dopo Natale, con la scomparsa di una ragazza dell’Est. Il reporter che avrebbe dovuto seguire le indagini era rimasto ferito in un incidente d’auto e così, avevano dato a lei il pezzo per la nera.

Niente di speciale, ma era un inizio.

Armata del tesserino d’ordinanza e di curiosità aveva cominciato le sue ricerche partendo dagli scarni e lacunosi verbali delle indagini. La ragazza sparita si chiamava Sonia Olga Liubovsky, più nota come Nadine. Era una modella ucraina alta, bionda e bellissima. Una sera d’inverno era uscita dall’appartamento che divideva con la conterranea Anghelika Gheorghiu e non era più tornata.

Le ricerche della polizia, partite dal Centro Benessere I fiori del Piacere dove Sonia lavorava come estetista, si erano arenate prima di quanto sarebbe stato ragionevole e lei, per principio, non accettava che, senza una denuncia, le indagini fossero state chiuse e il caso archiviato.

“Troverò qualcosa. Una donna non può sparire così, nel nulla.”

Qualcosa, lei, l’avrebbe trovato.

Cercando, le sorprese non erano mancate. I documenti e i registri sequestrati dalla polizia a Dominique Sandèr, titolare del Centro dove Nadine lavorava, erano apparentemente in ordine. Mina aveva rilevato qualche piccola anomalia e irregolarità nei registri contabili ma poca cosa.

Per pignoleria aveva microfilmato i registri dei clienti, sui quali si riservava un’indagine separata.

Non c’era voluto molto per verificare una gestione separata di conti e l’inquietante coinvolgimento di personalità molto in vista in città; e neppure trovare il collegamento tra le estetiste della Sandèr e un giro di escort selezionate da una talent scout chiamata, in gergo, la Papessa.

Le ragazze, scelte con cura, erano reclutate con la promessa di un brillante futuro nel mondo della moda e poi, dopo un breve periodo di addestramento, venivano immesse nel circuito delle squillo d’alto bordo.

“Il giro deve essere ben organizzato, se finora non ci sono mai stati sospetti – pensava Mina – e i Centri Benessere della Sandèr sono una copertura perfetta.”

Non aveva prove che Dominique Sandèr e la Papessa fossero la stessa persona, ma tutto portava in quella direzione. C’era un legame tra lei e la scomparsa di Nadine? Sapeva qualcosa? E cosa, esattamente? Poi, a un tratto, certi documenti erano spariti, le autorizzazioni revocate, le porte chiuse: tutto era diventato più difficile e intricato.

Mina era tornata a studiare il materiale raccolto con la macchina fotografica e aveva cominciato a ordinare gli appunti come sul padre le aveva insegnato, sperando in un colpo di fortuna.

Il lavoro nei mesi successivi si era intensificato. Servizi free lance e collaborazioni rendevano bene e sempre più spesso la tenevano fuori città. Quando aveva qualche scampolo di tempo per dedicarsi alle sue ricerche era troppo stanca per farlo. Il microfilm con l’elenco dei clienti di Dominique Sandèr era dimenticato nel portacenere di cristallo sulla scrivania, sepolto da caramelle e cioccolatini. Ma la fortuna aiuta gli audaci.

A fine maggio, Mina  era andata dalla Sandèr per un colloquio, con un’esca cui la vecchia non aveva saputo resistere: un reportage sui suoi Centri benessere in esclusiva per la rivista Salute e Bellezza.

Felice fatalità, aver colto un alterco tra la Sandèr  e il banchiere Alexander Maxin.

Non era riuscita a capire  quasi niente della discussione ma il nome di Nadine era stato fatto più volte alimentando in lei i sospetti su Maxin.

Con lui in cima alla lista dei possibili colpevoli, Mina aveva dato un’efficace svolta alle sue ricerche, scoprendo parecchie cose. Che era un abile finanziere dai traffici non troppo puliti, spregiudicato e senza scrupoli. Che era socio di Dominique Sandèr. Che aveva un pied-a-terre appena fuori città dove s’incontrava con una certa Brenda Brook, nonostante fosse sposato e con un figlio.

“Brutto figlio di puttana. Non penserai di cavartela così a buon mercato.” Pensava Mina.

Le era tutto chiaro. Maxin era il ricco porco con lo smoking che aveva sequestrato Nadine e forse l’aveva uccisa. “Ti spedirò dietro le sbarre, Maxin. Sta’ sicuro. Non so ancora come, ma ti faccio finire dentro. Parola di Mina Dike.”

Aveva scoperto che Nadine e Brenda si conoscevano e questo aumentava l’attenzione su Maxin. L’ipotesi più accreditata  era che quest’ultimo, ricattato da Nadine per la relazione con Brenda, l’avesse fatta sparire. C’erano solo vaghi indizi, sospetti ma nessuna prova. Non ancora.

Il quindici dicembre, con qualche giorno di ferie a disposizione, Mina era andata da Anghelika.

In un linguaggio approssimativo e sgrammaticato, l’amica di Nadine le aveva detto di Ivan, il figlio che Sonia aveva lasciato a Odessa dai suoi, e delle difficili condizioni economiche della famiglia.

“Ma di poco tempo, lei aveva molto denaro, da. E anche promessa di altro denaro e lavoro in mondo di spettacolo, da. Era concertista, Sonia sa? Suo sogno di fare violinista, adesso sembrare vero.”

Anghelika aveva sorriso debolmente.

“Era molto contenta, da. Io non crede lei farebbe sciocchezze. Lei forse in pericolo. Io paura… lei adesso, morta.” La voce rotta e bassa si era piegata in un lamento.

“Io visto lei con uomo molto alto, elegante, una volta. Ma non conosce. Lei parla poco con tutti. Anche con me. Io paura per mia vita, se dico che visto lui.”

Mina era già sul pianerottolo quando Anghelika si ricordò: “In Parco grande, di città, davanti a banca di aquila, lavora uno Street musician. Io visto lui discutere con Sonia tanto tempo fa, ma non sa motivo. Tu trovi lei, da?”

Mina l’aveva rassicurata, ma adesso era ancor più confusa. Maxin, col suo metro e sessanta, non poteva certo essere definito  molto alto.

Chi aveva dato il denaro a Nadine? E che fine aveva fatto? Chi era l’uomo elegante? E l’altro? Nadine aveva un segreto da nascondere e forse non era solo sparita: era stata uccisa.

(8. Continua)

Articolo precedente di riferimento:

https://laurasoreglia.wordpress.com/2017/02/20/dal-matto-al-mondoil-carro/

 

Dal matto al Mondo:Il Carro

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Ciao a tutti… Un abbraccio affettuoso (che non fa mai male) e l’augurio di una buona lettura…

7. IL Carro

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Giovedì, 30 dicembre 2010 ore 7.30

 “Certo che avere un appartamento al sesto piano, ha i suoi vantaggi.” Pensò Xavier, alzandosi.

Il primo sole entrava radente dalle finestre e si posava di striscio sul letto, incurante dei suoi occupanti. Prima di lasciare la stanza accostò gli scuri e tirò le tende pesanti: Paul era tornato tardi e avrebbe dormito fino a mezzogiorno. Attento a non disturbare, fece una doccia, si rasò, con cura scelse l’abbigliamento adatto per un viaggio in montagna. Preparò il caffè, del pane tostato con burro e marmellata e una spremuta d’arancia. Mentre stava per iniziare a mangiare, Paul entrò in cucina. Pareva riposato e in piena forma.

“Ti faccio compagnia, vuoi?”

Xavier si alzò e apparecchiò per il compagno.

“Dormito bene?”

“Sì. Magnificamente.” Sorrise, in effetti, era così.

Le pareti domestiche, che proteggono i sentimenti e la vita privata, e la luce del mattino, perfetta per dipingere, erano tutto ciò che gli occorreva, per essere felice. Oltre a Xavier, naturalmente. Fecero colazione e scambiarono due chiacchiere sui rispettivi impegni giornalieri.

“Allora vai a prendere Shon, oggi?” chiese Paul, prima di addentare burro e marmellata sul pane.

“Sì, come da programma. E tu?”

“Stamattina mi sento creativo. Potrei cominciare a lavorare a quei bozzetti per i fondali del teatro, ricordi? Se la luce regge così brillante, magari do gli ultimi ritocchi al ritratto cui sto lavorando. È quasi finito. Mi piacerebbe anche fare un giro in bici nel parco, nel pomeriggio. A pranzo mi faccio una pizza alla Bella Napoli. È un sacco che non ci vado.”

Xavier sorrise tra sé. Paul era un vulcano d’idee. Aveva sempre qualche progetto da finire, da iniziare. Non era mai pigro o annoiato. Raramente lo aveva visto scontroso e irascibile come la sera prima.

“Penso che torneremo tardi, anche se non prevedo traffico. Sunny mi ha telefonato ieri. Vuole vedere Selene e stare con lei. Credo che abbia in mente qualcosa di serio, che a suo padre non piacerà. Stavolta si è proprio innamorato e penso che non riusciranno a fargli cambiare idea tanto facilmente.”

Paul sorrise. Xavier si sporse per un ultimo bacio di commiato e si alzò per andarsene. “A stasera, allora.”

Xavier amava guidare. Una passione, quella per il volante e le auto veloci, ereditata dal padre, Marcel Crocette, collaudatore Ferrari tra il ‘77 e l’‘85 e amico del grande Gilles Villeneuve.

Xavier conservava come un cimelio una foto, scattata a Imola nel ’79, che ritraeva i due uomini, con i rispettivi figli arrampicati sul musetto della famosa 312 T4.

Erano stati molto amici da bambini, lui e Jaques, ma questo non aveva legato i loro destini.

Mentre Jaques, nell’‘89 cominciava a correre in Formula 3 in Italia, lui, poco meno che ventenne, era stato coinvolto in un brutto incidente, che aveva infranto per sempre il sogno di una vita giocata sui circuiti automobilistici. Grazie ad Alexander Maxin, che lo aveva scelto come autista per il figlio, Xavier aveva ricostruito la sua vita ed era risalito dall’abisso della depressione.

L’amicizia con Shon Maxin aveva riacceso in lui la speranza di un’esistenza normale.

Sunny era un giovane introverso e solitario, sostanzialmente buono, gentile e un po’ timido, alternava momenti di chiassosa allegrezza a cupi mutismi. La sua tranquilla pacatezza ben si era adattata al giovane Maxin, ed era nata tra loro una sincera amicizia.

Gli aveva anche salvato la vita, in passato, e questo aveva stabilito fra loro un forte legame empatico e affettivo. Tuttavia Xavier cominciava a sentire il peso dei suoi trentacinque anni e una voglia tutta nuova di vivere in pienezza si stava facendo strada nella sua mente.

Sapeva che, se Shon avesse coronato il suo sogno d’amore, tutto sarebbe stato più facile. Per entrambi.

Non era tardi per voltare pagina e ricominciare.

Xavier parcheggiò l’auto nel posteggio riservato dell’albergo Dolomiten poco dopo mezzogiorno. Un sole lucido e smagliante, inondava la piazza della nota località sciistica, gremita di gente per le festività natalizie.

Prese un drink al bar e allungato al sole, su una poltroncina della veranda, attese che Sunny arrivasse dalle piste. Era un buon discesista e la montagna era una delle sue passioni. Forse l’unica, in grado di contenere Selene.

Quando arrivò, due ore dopo, era perfettamente a suo agio. Affascinante nella tuta da sci, abbronzato e sorridente.

Alle sedici precise la lancia delta di Xavier, percorreva a velocità sostenuta la statale 239 verso il Passo Campo Carlo Magno. Gli ultimi raggi di sole facevano scintillare la nera cuspide sulla neve fresca e azzurravano le ombre, lunghe tra gli alberi e fredde.

Sunny, accanto a lui, perfettamente rilassato, sorrideva.

(7. Continua)

Articolo precedente di riferimento:

https://laurasoreglia.wordpress.com/2017/02/13/dal-matto-al-mondo-gli-amanti/

Dal Matto al Mondo: Gli Amanti

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Ciao a tutti…  Con questo capitolo si può dire che la storia… decolla. E’ da questa Carta che la storia ha cominciato a “scriversi da sola”…

6. Gli Amanti

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Giovedì, 30 dicembre 2010 ore 1.30

 Erano quasi le due del mattino quando Paul Flannery parcheggiò la sua Renault Laguna nel garage interrato dello stabile dove abitava. Pensò che non nevicasse più da ore, perché l’accesso era stato sgomberato dalla neve. L’ascensore scivolò silenzioso fino al sesto piano mentre lui si pettinava con le dita i lunghi capelli neri e controllava nello specchio le piccole rughe del viso accentuate dalla stanchezza. Sul pianerottolo aleggiava ancora un buon profumo di pane. Sorrise.

“Finalmente a casa.” Pensò con sollievo.

Una doccia calda avrebbe lavato il velo di nervosismo rimasto a fior di pelle e una bella dormita avrebbe fatto il resto. Xavier gli aveva lasciato accesa, in cucina, una luce di servizio che illuminava fiocamente anche l’ingresso.  Era il suo modo di dirgli che lo aveva atteso e lo attendeva ancora. Facendo piano, per non svegliare il compagno che dormiva nella stanza in fondo al corridoio, Paul si spogliò velocemente e s’infilò nella doccia. Indugiò per qualche minuto sotto il getto dell’acqua calda godendo dell’aroma speziato del bagno schiuma, entrambi piacevolmente rilassanti.

Il leggero languorino allo stomaco stava diventando fame.

Quando uscì dal bagno trovò Xavier, in cucina, ad aspettarlo. Aveva apparecchiato per due, tagliato un paio di grandi fette di torta al formaggio e preparato due bicchieri di vino rosso.

“Ciao. Allora, com’è andata?”

Paul avrebbe voluto dirgli che era andata bene, benissimo, ma da quando era uscito dagli studi televisivi di THE FORCE ONE TV, non aveva fatto altro che pensare a com’era andata davvero e a quello che gli avrebbe risposto, a quella domanda.

“La verità? Uno schifo. La Clarck è una vera stronza. Sembra tanto gentile e disponibile ma pensa solo ai cazzi suoi e al suo tornaconto. Parla e ti lascia dire solo quello che, secondo lei, la gente vuole ascoltare. Una merda.”

Xavier gli prese una mano tra le sue e la strinse in un gesto di affettuosa solidarietà.

“Lo sapevi già che sarebbe finita così, no?”

“No. Non credevo che lei fosse così…” Non gli veniva il termine giusto.

“Opportunista? Ma dai, come se non l’avessi mai vista all’opera. Segue l’onda. Va dove vanno tutti solo che lei ci va prima. Siamo alla fine dell’anno e questa è la settimana dei buoni propositi: Apri la mente… Falla aprire anche agli altri  ma solo se la cosa fa far soldi.”

Paul scosse la testa, deluso.

Xavier lo aveva avvisato. Sembra tanto moderna e democratica ma è uno squalo.

“Mi ha chiesto di illustrarle il nostro disordine psicologico… di parlarle della carenza d’identità…

Ha sfoderato tutte le sue competenze sul deficit emotivo… ahh!” Assumendo un tono in falsetto, Paul motteggiò la conduttrice di PARLIAMONE! “L’attrazione fisica per il proprio sesso, in realtà, non è un bisogno sessuale, ma la compensazione e ricerca di quell’affetto psichico e di quell’amore disinteressato che, nell’infanzia, sono stati sottratti dal genitore del proprio sesso… lei cosa ne pensa? Mi ha trattato come se fossi un malato da curare, uno psicotico, un disabile! Ma ti rendi conto? Non mi ha praticamente lasciato aprir bocca. Ha detto tutto lei! E pretendeva che avallassi le sue stupidaggini! Il matrimonio dei gay è solo business, una leva di potere, capisci? Non importa a nessuno dei diritti civili e dei sentimenti calpestati, del rispetto negato…”

Paul era furioso. Il nervosismo represso riemerse.

“Lo so, Paul. Io lo so. Noi lo sappiamo. È là fuori che non lo sanno.”

Le dita si erano intrecciate più forte, quasi a voler imprigionare quel sentimento profondo che li univa e li rafforzava di fronte agli ostacoli del mondo.

“Io non smetterò di amarti, a dispetto di tutto e di tutti. Non sopporto più di dover nascondere il nostro legame come se fosse qualcosa di sporco e d’indecente. Noi ci amiamo.”

Pareva l’urlo soffocato di un animale ferito e in gabbia. Vinto.

Sollevò lo sguardo su Xavier. Era bellissimo. Tutto gli piaceva di lui. I lunghi capelli biondo cenere legati a coda, gli occhi blu stretti in due fessure sottili nel viso affilato, il corpo ben modellato dai muscoli sodi, la pelle chiara e giovane in contrasto con la sua, più abbronzata.

Il suo carattere pacifico e razionale si adattava perfettamente a lui e al suo estro creativo e ribelle. Lo conteneva. Lo proteggeva.

Paul doveva a Xavier il coraggio necessario per l’allestimento della prima mostra. Lui aveva cercato i contatti, i finanziamenti, la galleria d’arte. Grazie a lui aveva costruito la fiducia in se stesso e, soprattutto, preso coscienza della fiducia indispensabile al loro rapporto.

Si amavano da quasi dieci anni e spesso Paul aveva pensato che non avrebbe più saputo vivere senza di lui. Sentiva che le loro vite erano, ormai, indissolubilmente intrecciate.

Era stato difficile ammettere la propria omosessualità e difficilissimo dirlo ai suoi. Xavier gli era sempre stato vicino, e reso possibile e reale la loro unione. Qualcuno che si era definito amico era scomparso. Qualcun altro era rimasto, dimostrando che il mondo, in fondo, è migliore di come, talvolta, appare.

Aveva conosciuto Xavier a un vernissage di pittori emergenti e subito era stato attratto da lui. Era l’autista personale di un giovane rampollo dell’alta società cittadina. Com’è che si chiamava? Danny o Manny o Sunny o qualcosa del genere.

“Paul? Che ne dici se andiamo a dormire? Son le due passate. Domani devo andare a prendere Shon a Madonna di Campiglio. Torneremo presto perché vuole fare il Veglione con Selene. Credo che sia proprio innamorato perso di quell’infermiera.” Non aggiunse altro. Shon gli era simpatico ed era un bravo ragazzo.

“Sì, meglio. Per oggi ne ho proprio abbastanza. Buona la tua quiche lorraine. Ne avevo proprio bisogno.”

Alzandosi Paul tese la mano a Xavier che si alzò a sua volta e si voltò a baciarlo.

Fu un bacio lieve, gentile, col sapore della nostalgia di altri baci. Quella casa poteva contenerli tutti.

(6.Continua)

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Dal Matto al Mondo:Il Papa

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Ciao a tutti.  È ancora lunedì. Lentamente ma inesorabilmente i miei personaggi compaiono sulla scena a recitare il loro copione. E, come è giusto che sia, cominciano a interagire  dando corpo alla storia. Datemi fiducia. Il Papa è una delle figure che preferisco. Anche se è completamente inventato, come tutti gli altri personaggi del libro, per crearlo mi sono ispirata a un religioso che conosco e che frequento, almeno sporadicamente. Buona lettura.

5. Il Papa

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Mercoledì, 29 dicembre 2010 ore 24.00

Il chiostro dell’Arcivescovado era completamente sepolto dalla neve. Le luci bianche di quattro lampioni allargavano piccole pozze nel buio e una luminescenza lattiginosa galleggiava spettrale tra alberi e siepi. Tutt’intorno correva il porticato, addossato alla parete est della cattedrale, su cui si apriva un’entrata secondaria della chiesa, il refettorio, la biblioteca, il portoncino di accesso agli alloggi del primo e secondo piano. Col tempo, le celle a piano terra, troppo fredde, erano state adattate per altri usi. Un doppio cancello di ferro collegava il camminamento a un cortile esterno, adibito da tempo a parcheggio. Alzando lo sguardo, un occhio attento avrebbe potuto notare la tenue luce che filtrava dalle persiane di un appartamento al secondo piano: quella dello studio di Monsignor Valentini.

Don Giulio, come preferiva farsi chiamare, era seduto al suo scrittoio e stava finendo di correggere la bozza del documento programmatico per le attività pastorali cui lavorava da diverso tempo. Dopo varie modifiche, gli sembrava finalmente abbastanza completo e ricco di spunti operativi. La campana batté mezzanotte proprio mentre lo stava sistemando a fianco del computer per l’ultima stesura.

“Ti ringrazio Signore. Sembra un buon lavoro. Tu, che ne dici?” Poi, chino sull’inginocchiatoio a fianco del letto, aveva cominciato a sgranare il rosario.

“In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.”

“Ancora! Anche questa notte non è andato a coricarsi. Si ammalerà, se continua a fare così.”

Da mesi Suor Celestina, aiutante personale di don Giulio, trovava al mattino il suo letto intatto. Alle preoccupazioni per la salute del prelato si aggiungeva la meraviglia per la resistenza fisica dell’uomo. Gli aveva chiesto spiegazioni, ma lui aveva amabilmente ignorato la questione.
“Non preoccuparti per me, sto bene.”

Spolverando la scrivania non poté fare a meno di notare, ancora chiusa, la busta giunta, ancor prima di Natale, dal Vaticano.

“Deve contenere brutte notizie se don Giulio non ha ancora avuto il coraggio di aprirla. – Pensò, – Povero, povero Don Giulio.”

L’Arcivescovo Valentini era di origini contadine. Era nato nel ‘45 in un piccolo paese dell’Italia settentrionale. A undici anni era entrato in un Collegio dei Padri Verbiti, dove aveva vissuto fino all’ordinazione sacerdotale, nell’estate del 1971. Il sogno missionario in terra di frontiera, che lo aveva acceso di passione verso i più poveri e diseredati del pianeta, si era infranto quasi subito. Dopo un breve periodo in giro per l’Italia e l’Europa, al seguito di una commissione ecclesiastica in visita ai collegi cattolici, era stato chiamato a Roma nel ’78 come incaricato della catechesi ai giovani imprenditori. Per quasi vent’anni era stato rettore di un Collegio cattolico femminile e assistente di un gruppo di laici. Con fervente passione aveva rinvigorito la pastorale giovanile, la catechesi per adulti e rinnovata attività caritativa e la formazione cristiana. Anche nei quattro anni d’intensa attività presso la segreteria del cardinal Sodano non aveva smesso di desiderare una destinazione missionaria.

Da un paio d’anni, invece, era stato nominato Arcivescovo e mandato lì, per motivi di salute.

“Un pensionamento.” Aveva pensato.

“Sia fatta la Volontà del Signore.”

Il lavoro non manca mai a chi vuol darsi da fare. Era il suo motto. Basta iniziare da qualche parte.

Così si era rimboccato le maniche e aveva ricominciato tutto da capo. Con animo ardente aveva rinvigorito l’attività pastorale e la catechesi, riattivato la rete di solidarietà caritativa e la formazione religiosa.

Qualunque fosse l’origine dei fondi raccolti e destinati ai bisognosi della diocesi egli non dubitava che derivassero, in realtà, dal suo insistente bussare alle porte della Provvidenza.

Alle nove, suor Celestina bussò delicatamente alla porta, annunciando un’ospite.

“Ciao Faith, che bella sorpresa. Ti vedo un po’ stanca. Come stai, mia cara?”

Don Giulio aveva accolto la sua visitatrice con un abbraccio paterno. La dama di compagnia di Elenoire von Tellinger-Kruger aveva sorriso scuotendo la testa.

“Oh no, Eccellenza! Sto bene, sto bene, non si preoccupi per me… ”

Lui l’aveva fermata subito.

“Lo sai, cara. Basta don Giulio.”

Poi seduti al tavolo del piccolo soggiorno, la conversazione era proseguita. Lui le aveva chiesto della famiglia e dell’anziana madre, la cui salute sapeva delicata e fragile, degli amici da tanto tempo trascurati e del paese. Lei aveva risposto con dovizia di dettagli ravvivando una dormiente nostalgia. Un paio d’ore volò, prima che Faith, con stupore, ricordasse di un altro impegno.

Prima di andarsene gli porse una busta.

“Elenoire mi ha detto di darle questa, Monsignore.”

Nella busta giallina, con lo stemma dei Von Tellinger-Kruger, c’erano una lettera e un assegno in bianco. Quando Faith fu uscita, la lesse.

Erano poche righe, vergate con calligrafia incerta.

Caro Don Giulio, adesso non è più un sospetto. Ho le prove che Alexander mi tradisce. Ma la cosa terribile è che non sento niente. Nessun dolore. Solo l’amaro della solitudine e l’impotenza. Sono offesa più che ferita e provo più disprezzo che sofferenza. Questa volta non mi lascerò calpestare senza far nulla. Vorrei incontrarti, dopo le feste, per un consiglio e un abbraccio. Aspetto un tuo cenno e ti faccio i miei migliori auguri per l’anno nuovo.

Elenoire.

E così era accaduto ancora.

“Povera Elenoire.” Pensò. Piegata dalla famiglia a un matrimonio di convenienza, aveva dovuto, in seguito, adattarsi all’eccentrico marito licenzioso e corrotto.

Con la testa fra le mani la rivide giovane e bellissima. Proprio com’era in quell’estate del 1976, piccola libellula dentro un bicchiere, nell’esclusivo Collegio sul Lago Maggiore.

Quegli occhi, allora, lo avevano fatto piangere.

Avevano marchiato per sempre quel periodo della sua vita.

“Povera, povera cara.”

Le lacrime cadevano anche ora, copiose e inarrestabili.