Dal matto al Mondo:Il Carro

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Ciao a tutti… Un abbraccio affettuoso (che non fa mai male) e l’augurio di una buona lettura…

7. IL Carro

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Giovedì, 30 dicembre 2010 ore 7.30

 “Certo che avere un appartamento al sesto piano, ha i suoi vantaggi.” Pensò Xavier, alzandosi.

Il primo sole entrava radente dalle finestre e si posava di striscio sul letto, incurante dei suoi occupanti. Prima di lasciare la stanza accostò gli scuri e tirò le tende pesanti: Paul era tornato tardi e avrebbe dormito fino a mezzogiorno. Attento a non disturbare, fece una doccia, si rasò, con cura scelse l’abbigliamento adatto per un viaggio in montagna. Preparò il caffè, del pane tostato con burro e marmellata e una spremuta d’arancia. Mentre stava per iniziare a mangiare, Paul entrò in cucina. Pareva riposato e in piena forma.

“Ti faccio compagnia, vuoi?”

Xavier si alzò e apparecchiò per il compagno.

“Dormito bene?”

“Sì. Magnificamente.” Sorrise, in effetti, era così.

Le pareti domestiche, che proteggono i sentimenti e la vita privata, e la luce del mattino, perfetta per dipingere, erano tutto ciò che gli occorreva, per essere felice. Oltre a Xavier, naturalmente. Fecero colazione e scambiarono due chiacchiere sui rispettivi impegni giornalieri.

“Allora vai a prendere Shon, oggi?” chiese Paul, prima di addentare burro e marmellata sul pane.

“Sì, come da programma. E tu?”

“Stamattina mi sento creativo. Potrei cominciare a lavorare a quei bozzetti per i fondali del teatro, ricordi? Se la luce regge così brillante, magari do gli ultimi ritocchi al ritratto cui sto lavorando. È quasi finito. Mi piacerebbe anche fare un giro in bici nel parco, nel pomeriggio. A pranzo mi faccio una pizza alla Bella Napoli. È un sacco che non ci vado.”

Xavier sorrise tra sé. Paul era un vulcano d’idee. Aveva sempre qualche progetto da finire, da iniziare. Non era mai pigro o annoiato. Raramente lo aveva visto scontroso e irascibile come la sera prima.

“Penso che torneremo tardi, anche se non prevedo traffico. Sunny mi ha telefonato ieri. Vuole vedere Selene e stare con lei. Credo che abbia in mente qualcosa di serio, che a suo padre non piacerà. Stavolta si è proprio innamorato e penso che non riusciranno a fargli cambiare idea tanto facilmente.”

Paul sorrise. Xavier si sporse per un ultimo bacio di commiato e si alzò per andarsene. “A stasera, allora.”

Xavier amava guidare. Una passione, quella per il volante e le auto veloci, ereditata dal padre, Marcel Crocette, collaudatore Ferrari tra il ‘77 e l’‘85 e amico del grande Gilles Villeneuve.

Xavier conservava come un cimelio una foto, scattata a Imola nel ’79, che ritraeva i due uomini, con i rispettivi figli arrampicati sul musetto della famosa 312 T4.

Erano stati molto amici da bambini, lui e Jaques, ma questo non aveva legato i loro destini.

Mentre Jaques, nell’‘89 cominciava a correre in Formula 3 in Italia, lui, poco meno che ventenne, era stato coinvolto in un brutto incidente, che aveva infranto per sempre il sogno di una vita giocata sui circuiti automobilistici. Grazie ad Alexander Maxin, che lo aveva scelto come autista per il figlio, Xavier aveva ricostruito la sua vita ed era risalito dall’abisso della depressione.

L’amicizia con Shon Maxin aveva riacceso in lui la speranza di un’esistenza normale.

Sunny era un giovane introverso e solitario, sostanzialmente buono, gentile e un po’ timido, alternava momenti di chiassosa allegrezza a cupi mutismi. La sua tranquilla pacatezza ben si era adattata al giovane Maxin, ed era nata tra loro una sincera amicizia.

Gli aveva anche salvato la vita, in passato, e questo aveva stabilito fra loro un forte legame empatico e affettivo. Tuttavia Xavier cominciava a sentire il peso dei suoi trentacinque anni e una voglia tutta nuova di vivere in pienezza si stava facendo strada nella sua mente.

Sapeva che, se Shon avesse coronato il suo sogno d’amore, tutto sarebbe stato più facile. Per entrambi.

Non era tardi per voltare pagina e ricominciare.

Xavier parcheggiò l’auto nel posteggio riservato dell’albergo Dolomiten poco dopo mezzogiorno. Un sole lucido e smagliante, inondava la piazza della nota località sciistica, gremita di gente per le festività natalizie.

Prese un drink al bar e allungato al sole, su una poltroncina della veranda, attese che Sunny arrivasse dalle piste. Era un buon discesista e la montagna era una delle sue passioni. Forse l’unica, in grado di contenere Selene.

Quando arrivò, due ore dopo, era perfettamente a suo agio. Affascinante nella tuta da sci, abbronzato e sorridente.

Alle sedici precise la lancia delta di Xavier, percorreva a velocità sostenuta la statale 239 verso il Passo Campo Carlo Magno. Gli ultimi raggi di sole facevano scintillare la nera cuspide sulla neve fresca e azzurravano le ombre, lunghe tra gli alberi e fredde.

Sunny, accanto a lui, perfettamente rilassato, sorrideva.

(7. Continua)

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Dal Matto al Mondo: Gli Amanti

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Ciao a tutti…  Con questo capitolo si può dire che la storia… decolla. E’ da questa Carta che la storia ha cominciato a “scriversi da sola”…

6. Gli Amanti

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Giovedì, 30 dicembre 2010 ore 1.30

 Erano quasi le due del mattino quando Paul Flannery parcheggiò la sua Renault Laguna nel garage interrato dello stabile dove abitava. Pensò che non nevicasse più da ore, perché l’accesso era stato sgomberato dalla neve. L’ascensore scivolò silenzioso fino al sesto piano mentre lui si pettinava con le dita i lunghi capelli neri e controllava nello specchio le piccole rughe del viso accentuate dalla stanchezza. Sul pianerottolo aleggiava ancora un buon profumo di pane. Sorrise.

“Finalmente a casa.” Pensò con sollievo.

Una doccia calda avrebbe lavato il velo di nervosismo rimasto a fior di pelle e una bella dormita avrebbe fatto il resto. Xavier gli aveva lasciato accesa, in cucina, una luce di servizio che illuminava fiocamente anche l’ingresso.  Era il suo modo di dirgli che lo aveva atteso e lo attendeva ancora. Facendo piano, per non svegliare il compagno che dormiva nella stanza in fondo al corridoio, Paul si spogliò velocemente e s’infilò nella doccia. Indugiò per qualche minuto sotto il getto dell’acqua calda godendo dell’aroma speziato del bagno schiuma, entrambi piacevolmente rilassanti.

Il leggero languorino allo stomaco stava diventando fame.

Quando uscì dal bagno trovò Xavier, in cucina, ad aspettarlo. Aveva apparecchiato per due, tagliato un paio di grandi fette di torta al formaggio e preparato due bicchieri di vino rosso.

“Ciao. Allora, com’è andata?”

Paul avrebbe voluto dirgli che era andata bene, benissimo, ma da quando era uscito dagli studi televisivi di THE FORCE ONE TV, non aveva fatto altro che pensare a com’era andata davvero e a quello che gli avrebbe risposto, a quella domanda.

“La verità? Uno schifo. La Clarck è una vera stronza. Sembra tanto gentile e disponibile ma pensa solo ai cazzi suoi e al suo tornaconto. Parla e ti lascia dire solo quello che, secondo lei, la gente vuole ascoltare. Una merda.”

Xavier gli prese una mano tra le sue e la strinse in un gesto di affettuosa solidarietà.

“Lo sapevi già che sarebbe finita così, no?”

“No. Non credevo che lei fosse così…” Non gli veniva il termine giusto.

“Opportunista? Ma dai, come se non l’avessi mai vista all’opera. Segue l’onda. Va dove vanno tutti solo che lei ci va prima. Siamo alla fine dell’anno e questa è la settimana dei buoni propositi: Apri la mente… Falla aprire anche agli altri  ma solo se la cosa fa far soldi.”

Paul scosse la testa, deluso.

Xavier lo aveva avvisato. Sembra tanto moderna e democratica ma è uno squalo.

“Mi ha chiesto di illustrarle il nostro disordine psicologico… di parlarle della carenza d’identità…

Ha sfoderato tutte le sue competenze sul deficit emotivo… ahh!” Assumendo un tono in falsetto, Paul motteggiò la conduttrice di PARLIAMONE! “L’attrazione fisica per il proprio sesso, in realtà, non è un bisogno sessuale, ma la compensazione e ricerca di quell’affetto psichico e di quell’amore disinteressato che, nell’infanzia, sono stati sottratti dal genitore del proprio sesso… lei cosa ne pensa? Mi ha trattato come se fossi un malato da curare, uno psicotico, un disabile! Ma ti rendi conto? Non mi ha praticamente lasciato aprir bocca. Ha detto tutto lei! E pretendeva che avallassi le sue stupidaggini! Il matrimonio dei gay è solo business, una leva di potere, capisci? Non importa a nessuno dei diritti civili e dei sentimenti calpestati, del rispetto negato…”

Paul era furioso. Il nervosismo represso riemerse.

“Lo so, Paul. Io lo so. Noi lo sappiamo. È là fuori che non lo sanno.”

Le dita si erano intrecciate più forte, quasi a voler imprigionare quel sentimento profondo che li univa e li rafforzava di fronte agli ostacoli del mondo.

“Io non smetterò di amarti, a dispetto di tutto e di tutti. Non sopporto più di dover nascondere il nostro legame come se fosse qualcosa di sporco e d’indecente. Noi ci amiamo.”

Pareva l’urlo soffocato di un animale ferito e in gabbia. Vinto.

Sollevò lo sguardo su Xavier. Era bellissimo. Tutto gli piaceva di lui. I lunghi capelli biondo cenere legati a coda, gli occhi blu stretti in due fessure sottili nel viso affilato, il corpo ben modellato dai muscoli sodi, la pelle chiara e giovane in contrasto con la sua, più abbronzata.

Il suo carattere pacifico e razionale si adattava perfettamente a lui e al suo estro creativo e ribelle. Lo conteneva. Lo proteggeva.

Paul doveva a Xavier il coraggio necessario per l’allestimento della prima mostra. Lui aveva cercato i contatti, i finanziamenti, la galleria d’arte. Grazie a lui aveva costruito la fiducia in se stesso e, soprattutto, preso coscienza della fiducia indispensabile al loro rapporto.

Si amavano da quasi dieci anni e spesso Paul aveva pensato che non avrebbe più saputo vivere senza di lui. Sentiva che le loro vite erano, ormai, indissolubilmente intrecciate.

Era stato difficile ammettere la propria omosessualità e difficilissimo dirlo ai suoi. Xavier gli era sempre stato vicino, e reso possibile e reale la loro unione. Qualcuno che si era definito amico era scomparso. Qualcun altro era rimasto, dimostrando che il mondo, in fondo, è migliore di come, talvolta, appare.

Aveva conosciuto Xavier a un vernissage di pittori emergenti e subito era stato attratto da lui. Era l’autista personale di un giovane rampollo dell’alta società cittadina. Com’è che si chiamava? Danny o Manny o Sunny o qualcosa del genere.

“Paul? Che ne dici se andiamo a dormire? Son le due passate. Domani devo andare a prendere Shon a Madonna di Campiglio. Torneremo presto perché vuole fare il Veglione con Selene. Credo che sia proprio innamorato perso di quell’infermiera.” Non aggiunse altro. Shon gli era simpatico ed era un bravo ragazzo.

“Sì, meglio. Per oggi ne ho proprio abbastanza. Buona la tua quiche lorraine. Ne avevo proprio bisogno.”

Alzandosi Paul tese la mano a Xavier che si alzò a sua volta e si voltò a baciarlo.

Fu un bacio lieve, gentile, col sapore della nostalgia di altri baci. Quella casa poteva contenerli tutti.

(6.Continua)

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Dal Matto al Mondo:Il Papa

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Ciao a tutti.  È ancora lunedì. Lentamente ma inesorabilmente i miei personaggi compaiono sulla scena a recitare il loro copione. E, come è giusto che sia, cominciano a interagire  dando corpo alla storia. Datemi fiducia. Il Papa è una delle figure che preferisco. Anche se è completamente inventato, come tutti gli altri personaggi del libro, per crearlo mi sono ispirata a un religioso che conosco e che frequento, almeno sporadicamente. Buona lettura.

5. Il Papa

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Mercoledì, 29 dicembre 2010 ore 24.00

Il chiostro dell’Arcivescovado era completamente sepolto dalla neve. Le luci bianche di quattro lampioni allargavano piccole pozze nel buio e una luminescenza lattiginosa galleggiava spettrale tra alberi e siepi. Tutt’intorno correva il porticato, addossato alla parete est della cattedrale, su cui si apriva un’entrata secondaria della chiesa, il refettorio, la biblioteca, il portoncino di accesso agli alloggi del primo e secondo piano. Col tempo, le celle a piano terra, troppo fredde, erano state adattate per altri usi. Un doppio cancello di ferro collegava il camminamento a un cortile esterno, adibito da tempo a parcheggio. Alzando lo sguardo, un occhio attento avrebbe potuto notare la tenue luce che filtrava dalle persiane di un appartamento al secondo piano: quella dello studio di Monsignor Valentini.

Don Giulio, come preferiva farsi chiamare, era seduto al suo scrittoio e stava finendo di correggere la bozza del documento programmatico per le attività pastorali cui lavorava da diverso tempo. Dopo varie modifiche, gli sembrava finalmente abbastanza completo e ricco di spunti operativi. La campana batté mezzanotte proprio mentre lo stava sistemando a fianco del computer per l’ultima stesura.

“Ti ringrazio Signore. Sembra un buon lavoro. Tu, che ne dici?” Poi, chino sull’inginocchiatoio a fianco del letto, aveva cominciato a sgranare il rosario.

“In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.”

“Ancora! Anche questa notte non è andato a coricarsi. Si ammalerà, se continua a fare così.”

Da mesi Suor Celestina, aiutante personale di don Giulio, trovava al mattino il suo letto intatto. Alle preoccupazioni per la salute del prelato si aggiungeva la meraviglia per la resistenza fisica dell’uomo. Gli aveva chiesto spiegazioni, ma lui aveva amabilmente ignorato la questione.
“Non preoccuparti per me, sto bene.”

Spolverando la scrivania non poté fare a meno di notare, ancora chiusa, la busta giunta, ancor prima di Natale, dal Vaticano.

“Deve contenere brutte notizie se don Giulio non ha ancora avuto il coraggio di aprirla. – Pensò, – Povero, povero Don Giulio.”

L’Arcivescovo Valentini era di origini contadine. Era nato nel ‘45 in un piccolo paese dell’Italia settentrionale. A undici anni era entrato in un Collegio dei Padri Verbiti, dove aveva vissuto fino all’ordinazione sacerdotale, nell’estate del 1971. Il sogno missionario in terra di frontiera, che lo aveva acceso di passione verso i più poveri e diseredati del pianeta, si era infranto quasi subito. Dopo un breve periodo in giro per l’Italia e l’Europa, al seguito di una commissione ecclesiastica in visita ai collegi cattolici, era stato chiamato a Roma nel ’78 come incaricato della catechesi ai giovani imprenditori. Per quasi vent’anni era stato rettore di un Collegio cattolico femminile e assistente di un gruppo di laici. Con fervente passione aveva rinvigorito la pastorale giovanile, la catechesi per adulti e rinnovata attività caritativa e la formazione cristiana. Anche nei quattro anni d’intensa attività presso la segreteria del cardinal Sodano non aveva smesso di desiderare una destinazione missionaria.

Da un paio d’anni, invece, era stato nominato Arcivescovo e mandato lì, per motivi di salute.

“Un pensionamento.” Aveva pensato.

“Sia fatta la Volontà del Signore.”

Il lavoro non manca mai a chi vuol darsi da fare. Era il suo motto. Basta iniziare da qualche parte.

Così si era rimboccato le maniche e aveva ricominciato tutto da capo. Con animo ardente aveva rinvigorito l’attività pastorale e la catechesi, riattivato la rete di solidarietà caritativa e la formazione religiosa.

Qualunque fosse l’origine dei fondi raccolti e destinati ai bisognosi della diocesi egli non dubitava che derivassero, in realtà, dal suo insistente bussare alle porte della Provvidenza.

Alle nove, suor Celestina bussò delicatamente alla porta, annunciando un’ospite.

“Ciao Faith, che bella sorpresa. Ti vedo un po’ stanca. Come stai, mia cara?”

Don Giulio aveva accolto la sua visitatrice con un abbraccio paterno. La dama di compagnia di Elenoire von Tellinger-Kruger aveva sorriso scuotendo la testa.

“Oh no, Eccellenza! Sto bene, sto bene, non si preoccupi per me… ”

Lui l’aveva fermata subito.

“Lo sai, cara. Basta don Giulio.”

Poi seduti al tavolo del piccolo soggiorno, la conversazione era proseguita. Lui le aveva chiesto della famiglia e dell’anziana madre, la cui salute sapeva delicata e fragile, degli amici da tanto tempo trascurati e del paese. Lei aveva risposto con dovizia di dettagli ravvivando una dormiente nostalgia. Un paio d’ore volò, prima che Faith, con stupore, ricordasse di un altro impegno.

Prima di andarsene gli porse una busta.

“Elenoire mi ha detto di darle questa, Monsignore.”

Nella busta giallina, con lo stemma dei Von Tellinger-Kruger, c’erano una lettera e un assegno in bianco. Quando Faith fu uscita, la lesse.

Erano poche righe, vergate con calligrafia incerta.

Caro Don Giulio, adesso non è più un sospetto. Ho le prove che Alexander mi tradisce. Ma la cosa terribile è che non sento niente. Nessun dolore. Solo l’amaro della solitudine e l’impotenza. Sono offesa più che ferita e provo più disprezzo che sofferenza. Questa volta non mi lascerò calpestare senza far nulla. Vorrei incontrarti, dopo le feste, per un consiglio e un abbraccio. Aspetto un tuo cenno e ti faccio i miei migliori auguri per l’anno nuovo.

Elenoire.

E così era accaduto ancora.

“Povera Elenoire.” Pensò. Piegata dalla famiglia a un matrimonio di convenienza, aveva dovuto, in seguito, adattarsi all’eccentrico marito licenzioso e corrotto.

Con la testa fra le mani la rivide giovane e bellissima. Proprio com’era in quell’estate del 1976, piccola libellula dentro un bicchiere, nell’esclusivo Collegio sul Lago Maggiore.

Quegli occhi, allora, lo avevano fatto piangere.

Avevano marchiato per sempre quel periodo della sua vita.

“Povera, povera cara.”

Le lacrime cadevano anche ora, copiose e inarrestabili.

Dal Matto al Mondo: L’Imperatore

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Ciao ai miei amici lettori. È di nuovo lunedì… C’è qualcuno che sta aspettando un nuovo capitolo del mio “favoloso” romanzo breve? Se sì, eccolo.

4. L’Imperatore

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Mercoledì, 29 dicembre 2010 ore 16.30

Alle 16.30 precise Alexander Maxin chiuse il registro firme e ripose la Montblanc nello stiloforo. Controllò un’ultima volta la posta elettronica e senza fretta spense il computer. La segretaria personale gli stava servendo il caffè sul tavolino del salotto, dove spesso riceveva clienti e ospiti.
Grazie Virna, avevo proprio voglia di un caffè.”
Comodo e a suo agio, finalmente poteva godersi qualche minuto di relax. Era stata una giornata intensa, frenetica e stimolante come piaceva a lui. Anche quelle ultime contrattazioni finanziarie si erano concluse con un buon margine di profitto e si sentiva notevolmente su di giri. Con pochi e ben assestati movimenti azionari aveva guadagnato, nel giro di un paio di mesi, circa tre milioni di euro. Non male, considerando che l’anno che stava per concludersi era stato difficile per tutti e aveva visto esplodere la situazione fallimentare di alcuni importanti Istituti di credito oltre Manica. In America l’azione speculativa del sistema bancario e i finanziamenti incontrollati alle fasce di reddito meno abbienti avevano provocato il tracollo dell’economia. In Europa la BCE era intervenuta con una politica di finanziamenti alle Banche a un tasso bassissimo, ma in sostanza, non si era curata minimamente che quel denaro confluisse nell’economia reale piuttosto che in attività speculative. Anche la Tellinger-Kruger aveva raggiunto ottimi margini di guadagno. Era evidente anche per lui che il disegno superiore, oligarchico, era centrato esclusivamente sul piano finanziario. Un disegno completamente disinteressato all’economia della produzione e dei consumi, quale espressione della struttura di potere reale delle nazioni e dei popoli.
“Devo fermarmi. Devo smetterla di occuparmi continuamente di lavoro e di affari.”
Quell’ultima riflessione lo riscosse. Da parecchio tempo ormai, gli capitava di non riuscire più a tener distinti dovere e piacere. Mentre l’obiettivo del successo, dei traguardi da raggiungere e superare ad ogni costo emergeva a tradimento nella vita privata, le fantasie sessuali si erano fatte sempre più spazio nella giornata fino a diventare un’ossessione. E quell’ossessione aveva un nome: Brenda. Quel pensiero lo eccitava. Cercava di darsi un freno, di dominarsi razionalmente, ma senza riuscirci.
“Bene. Ho firmato tutti i documenti che avevi preparato. Domani spedisci tutto con corriere espresso e mi mandi un sms con il tracking number. Ok?”
“Sì, signor Maxin. Senz’altro. Ha altre disposizioni?”
“Nessuna. Lascia in segreteria i tuoi recapiti per eventuali emergenze, ma non credo che ce ne sarà bisogno. Pensavo di andare qualche giorno a sciare in Italia, sulle Dolomiti, ma ancora non ho deciso.”
Guardando l’orologio Alexander si alzò: “Allora ci vediamo dopo l’Epifania. Auguri per l’anno nuovo.”
“Grazie Dottore, altrettanto a lei e alla sua famiglia.”
Dieci minuti più tardi, una Jaguar grigio metallizzato targata MAXIN3 lasciava, a tutta velocità, il parcheggio sotterraneo della Tellinger-Kruger Bank diretta a un villino fuori città. Se un occhio indiscreto avesse potuto scorgere il viso dell’uomo al volante, elegantissimo in un cappotto Prince of Wales e sciarpa bianca di seta, avrebbe visto, nella sua smorfia, tutta la tensione di un desiderio inappagato e crescente.
La casa era immersa nel buio. Una fitta siepe frangivento si apriva ai lati di un cancello cieco, dove campeggiavano due leoni rampanti. Perfettamente protetta alla vista, la sua piccola isola era inghiottita dalle tenebre, respinte tutt’intorno dalle decorazioni del Natale appena trascorso. Da nessun’altra parte Alexander stava bene come lì. Come un gioco a incastro cancello e garage si aprirono e richiusero in sequenza.
“Strano, – pensò – Brenda non è ancora arrivata.”
Tuttavia, entrando in casa poté notare che si sbagliava. Un intenso profumo aleggiava nell’ingresso e un bel fuoco mandava caldi bagliori nell’ampio soggiorno. Sul tavolino qualcuno aveva già preparato i drink.
Si conoscevano da un paio d’anni e Brenda riusciva ancora a sorprenderlo con piccoli gesti di raffinata natura. Con la scelta di un olio per il corpo o l’abilità di un massaggio. Sapeva creare intorno a sé  un’atmosfera magica. Con l’uso di una fragranza o di un cocktail. Con una musica o una penombra. Piccole, importanti attenzioni per il suo benessere totale.
D’altra parte, Brenda, nel suo campo era la migliore. Come un’auto di lusso, un brillante, un Rolex. E lui poteva avere tutto ciò che si può comprare, lei compresa. Brenda era stata un regalo. Avrebbe potuto dire il migliore. Sapeva sempre anticiparlo, conquistarlo, sedurlo. E lui aveva scoperto che desiderava da morire essere conquistato e sedotto.
C’era con lei un gioco sottile d’intelligenza e di abbandono, di dominio e sottomissione, di eccitante piacere.
“Ciao, Darling. Ben arrivato. È tardi lo sai?”
La voce un po’ roca e bassa lo colse di sorpresa.
“Ciao Brenda.”
L’ombra si era staccata dallo stipite e gli era andata incontro, fondendosi con la sua.
Alexander era rimasto in piedi, teso ad ascoltare il corpo che aderiva al suo, eccitato e che lo eccitava. Era completamente stordito da quel manto di piacere. Per alcuni interminabili minuti le loro bocche non smisero di frugarsi, di esplorarsi, le mani, impazienti, di cercarsi. Brenda cominciò a spogliarlo. Bisbigliava. Cosa? Pareva cantare una nenia propiziatoria. E continuava a baciarlo.
“Ti ho preparato una cosa, – gli stava dicendo – vieni.”
“Sì, vengo.”
Su un vassoio d’argento, accanto al ghiaccio e al Johnnie Walker etichetta blu, c’era la neve e quello che occorre per goderne.
Sarebbe stata una magnifica serata.

(4. Continua)

Articolo precedente di riferimento:

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Dal Matto al Mondo: L’Imperatrice

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Ciao a tutti. In arrivo il quarto personaggio, l’Imperatrice… e con lei un’altra storia prende corpo…

3. L’Imperatrice

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Mercoledì, 29 dicembre 2010 ore 16.30

Quando l’auto grigia del suo ospite ebbe svoltato l’angolo e fu sparita alla vista, la snella figura di Elenoire si staccò dalla finestra e mosse verso la scrivania. La busta formato A4 era rimasta lì, dove lui l’aveva appoggiata:
Era stato tutto molto veloce e quasi indolore.
“Allora?” aveva chiesto, senza preamboli. Lui aveva annuito. Come un codice segreto, parola e gesto avevano guidato l’intero dialogo verso quello scambio inevitabile quanto sgradevole. Alcuni istanti d’imbarazzo per entrambi poi Elenoire gli aveva teso una busta più piccola e lo aveva ringraziato per il lavoro.
“Se avrà ancora bisogno di me…” stava dicendo l’uomo, alzandosi, ma lei era già lontana, con la mente.
Da quanto tempo sospettava, sapeva, che Alexander la tradiva? O meglio, da quando le importava?
Si avvicinò al mobile bar e si versò un dito di whisky. Il cristallo esaltava il colore ambrato del liquore che scese lento in gola, rilasciando al palato una vellutata sensazione di piacere. Voleva cancellare l’immagine strisciante e avvilente di Alexander con l’altra. A occhi chiusi ascoltò i profumi delicati della nocciola e del miele, dei petali di rosa, delle ciliege e delle arance salire morbidi e rotondi alle narici. Inspirò i vapori sprigionati dal bicchiere concentrando tutta l’attenzione sugli aromi più nascosti e intensi di fumo aromatico, sandalo, tabacco, cioccolato.
Immobile, sul divanetto di pelle del suo studio, ripiegava l’orgoglio ferito della moglie e la dignità offesa della donna.
“Non verserò neppure una lacrima.” si disse.
Aveva imparato da sua madre a farsi forza così, ogni volta che fosse stato necessario. Lo ripeté, a voce alta, come un mantra, per corroborare quella sua forza nascosta e segreta. Non avrebbe saputo dire quanto tempo rimase così, chiusa al mondo, coccolata da quelle tenebre incipienti. Quando si rialzò, era del tutto serena. Mise la busta ancora chiusa in cassaforte e chiamò la propria segretaria personale.
“Faith? Appena hai finito con quei documenti, vieni subito. Ho bisogno che mi aiuti a prepararmi per stasera.”
Non voleva pensare ad Alexander per il momento, ma di certo qualcosa avrebbe fatto. Dopo l’Epifania avrebbe preso una decisione, finalmente.
Guardò fuori dalla finestra. Aveva ripreso a nevicare.
Non aveva voglia di uscire ma doveva. Era l’ultima riunione dei Lions, per quell’anno. La cena di gala, normalmente organizzata prima di Natale, era stata spostata per motivi che ora non ricordava. Serviva per raccogliere fondi destinati a un progetto di solidarietà in Ecuador e lei non poteva mancare. Il suo invito campeggiava nel portacarte sulla scrivania già dalla metà di ottobre e anche l’assegno era firmato da qualche tempo. Cinquantamila euro le erano sembrati una cifra adeguata allo scopo, per una famiglia così in vista come la sua. Prese entrambi e uscì.
Sarebbe andata all’Hotel Excelsior con Faith, amica e dama di compagnia da una vita.
La casa era silenziosa e avvolta nella penombra di quel tardo pomeriggio invernale. Kate, la governante di casa, stava finendo di chiudere gli scuri dell’ampio salone mentre un bel fuoco mandava caldi bagliori dal camino in pietra. Un sontuoso albero di Natale scintillava nella stanza rallegrando l’ambiente.
“Dov’è Matthew?” le chiese.
“Sta liberando l’ingresso dalla neve, signora. Vuole che vada a chiamarlo?”
“No, non è importante. Quando avrà finito ricordagli di preparare la limousine. Stasera mi serve. Ah, dimenticavo! Mio marito cena fuori e Shon tornerà solo venerdì, sul tardi, quindi tu e Matthew avete la serata libera.”
“Grazie signora. Le occorre altro?”
“No, per stasera no. C’è Faith, ad ogni evenienza. Buona serata.”
Kate fece ancora un lieve cenno e si eclissò.
Elenoire, uscendo dalla stanza, prese dal vassoio sulla credenza una pralina al caffè e la mangiò con gusto. Spesso basta poco per sentirsi appagati.
Elenoire von Tellinger-Kruger, sposata Maxin, era una nobildonna di origini ungheresi. Nata nella seconda metà degli anni ’50 a Budapest, era cresciuta in Svizzera, lontano dalla famiglia. Aveva frequentato il prestigioso collegio di Ascona fino a quando, una notte, appena diciottenne, era scappata per andare a Parigi a fare la modella. Bella come sua madre e testarda come suo padre, era riuscita a rubare al suo destino qualche anno di quella vita terribile, magnifica e ribelle. Nel 1983 suo padre aveva avuto un infarto e lei, venticinquenne, era stata costretta a rientrare nei ranghi familiari e piegarsi a una ricca ma insipiente esistenza borghese. Da anni la sua vita scorreva piatta e lenta tra gallerie d’arte, circoli culturali e associazioni benefiche. Era diventata una tranquilla signora di mezza età, raffinata e di bell’aspetto, che avrebbe soltanto desiderato di essere amata. Il matrimonio con Alexander e la nascita di Sunny avevano definitivamente incardinato la sua brillante vitalità ma, col tempo, molte cose erano cambiate. Il dialogo familiare si era ridotto a un formalismo essenziale, il rapporto sentimentale si era illanguidito e l’attrazione fisica era naturalmente scemata.
Alexander era un bell’uomo, di classe, dall’aspetto virile e dai modi raffinati. Un manager capace, autorevole e sicuro di sé, ma c’era nei suoi modi un’ambiguità sfuggente che lo rendeva equivoco. Sunny era stato un bambino scontroso e un adolescente problematico e inquieto. Adesso era un giovanotto bellissimo ancora insicuro e solitario dal carattere difficile e insofferente alle regole.
Ai piedi della scala che conduceva alla zona notte Elenoire incontrò Faith che usciva dalla biblioteca.
“Oliver arriverà per le 19.00, ci siamo sentiti prima, quindi ci restano un paio d’ore per farci belle. Hai già deciso cosa indosserai?” chiese Faith premurosa.
“Sì, vieni, così intanto parliamo.” Le due donne si avviarono per lo scalone tenendosi a braccetto, vicine e complici, parlottando a bassa voce.
Più tardi, Elenoire scese, elegantissima. Indossava un abito di Valentino lungo e fasciato intorno ai fianchi ben disegnati, una miriade di Swarovski scintillava sull’abito di chiffon blu notte creando un effetto Via Lattea che risaliva a spirale intorno al corpo sottile, un’ampia sciarpa di voile ricadeva leggera fino alle caviglie. Di raso blu erano le D’Orsay e la pochette porta trucco. Una parure di zaffiri blu Damiani le illuminava il viso truccato con leggerezza mentre i capelli biondi e corposi erano stati raccolti in uno chignon alto e morbido.
Nell’atrio Faith l’aiutò a indossare il soprabito di volpe argentata. “Sembri proprio una regina.” le disse ammirata. Lei ringraziò per l’apprezzamento. Dopo aver parlato con Faith, si sentiva meglio. L’auto, col motore acceso, le aspettava in garage. Erano le 19,30 precise. Faith offrì dello spumante fresco preso dal minifrigo. Brindarono, con un sorriso d’amichevole complicità. Non nevicava più. Il grande abete in giardino, decorato per Natale, scintillava nel buio, mentre le luci di sicurezza tracciavano il viale fino all’uscita.
“Bene. Andiamo, allora.”

(3. Continua)

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Dal Matto al Mondo: La Papessa

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Ciao. Ecco qui un nuovo capitoletto dei miei… Tarocchi. Tanti personaggi che finiranno per incontrarsi, tante storie che s’intrecceranno pagina dopo pagina… Un gioco che, come spesso accade, ti cattura solo quando già stai giocando da un po’…

2: La Papessa

002-la-papessa

Mercoledì, 29 dicembre 2010 ore 15.00
Dominique Sandèr era una donna di classe. Alta, i capelli tinti
di biondo, portava con disinvoltura i suoi sessantasette anni
dall’alto di un paio di eleganti décolleté. Il trucco discreto la
aiutava a coprire le piccole rughe che un paio di interventi estetici
non erano riusciti a debellare del tutto e un attento controllo del
peso le manteneva una linea invidiabile.
Attraversando a passi decisi l’atrio del suo Centro benessere, il
grande specchio della reception le restituiva l’immagine di una
donna raffinata.
Il Tempio di Venere era stato il primo dei suoi tre prestigiosi
centri estetici. Circondato dalle boutique più famose, dalle
gioiellerie più note, dagli atelier degli stilisti più in voga e da
importanti istituti di credito e agenzie finanziarie, era situato in una
delle zone più esclusive del centro dorato e pulsante della città.
Vent’anni di esperienza avevano reso Dominique un riconosciuto e
rispettato punto di riferimento nel suo campo.
Il Tempio, come lo chiamavano confidenzialmente i clienti più
affezionati, era diventato con gli anni un lussuoso epicentro del
benessere per la cura e l’appagamento del corpo. Tra le pareti
ovattate e discrete dei suoi camerini era possibile, per qualche ora,
dimenticare il mondo e abbandonarsi al piacere e al relax, lasciandosi
sedurre da mani sapienti.
Certo era stata una buona idea studiare le abitudini dell’high
society e applicarvi alcune felici intuizioni. Nessuno, prima di lei,
aveva mai osato affiancare ai momenti dedicati alle cure di
bellezza e di ringiovanimento la degustazione di vini e specialità
culinarie. Aromaterapia e musicoterapia erano state
intelligentemente accostate ai più innovativi metodi naturali per
combattere lo stress. Uno spreco definirli semplicemente Centri
estetici.
Doveva ammettere, tuttavia, che senza il suo ottimo
finanziatore, ben poco di quello che aveva in mente all’inizio,
avrebbe potuto realizzarsi.
“Dominique? Dominique, ci sei?” Un discreto bussare alla porta
l’aveva distolta dal lavoro che stava facendo a computer.
“Entra, ho finito.” Si alzò per mettere in cassaforte il registro
dei conti e prendere una busta gialla su cui era scritto
semplicemente Brenda.
“Sono venuta adesso perché dopo devo andare da Alexander, e
ne avrò per tutto il pomeriggio.”
“Sì, sì, va bene. Tieni. C’è dentro anche un piccolo regalo. Ti
prendi un abito nuovo per Capodanno, se ti va. Ok?”
“Grazie, Dominique. Sei fantastica.” Lei aveva sorriso, mentre
Brenda apriva un necessaire per la manicure.
“Scegli il colore.” Prese uno smalto scuro e lo porse a Brenda
che si mise al lavoro sulle sue mani. Si lasciò andare
languidamente sul morbido schienale della poltrona.
“Oggi è il 29 dicembre… ” Sussultò.
Un ricordo le attraversò la mente.
“Ti ricordi Nadine?” chiese a Brenda.
“Quella ragazza che è scomparsa l’anno scorso? Bionda, magra,
con gli occhi chiari?”
“Sì, proprio lei. Sparì senza lasciare traccia. Come dissolta nel
nulla. Un vero mistero.”
“Sì, me la ricordo, vagamente. Ci siamo incontrate, in un paio
d’occasioni, ma avevo poco a che fare con lei. Credo che non fosse
adatta a quest’ambiente. Magari si era stancata e se n’è andata.”
Dominique assentì. Bisogna avere la pelle dura per vivere in un
certo modo. Saper restituire i colpi senza soccombere e sorridere
quando avresti voglia di piangere. Lei c’era riuscita, ma sapeva di
altre che non ce l’avevano fatta. Ricordava ancora le domande
della polizia intorno alla vita e alle abitudini di quella giovane
donna senza una storia apparente; il segreto sollievo che aveva
provato vedendo il disinteresse degli investigatori verso i suoi
Centri benessere.
C’era tutta una storia, dietro. La sua e non solo.
Catherine La Foret era nata a Parigi nel luglio del ‘43. Sua
madre era di Anversa e lì si era trasferita la famiglia dopo la fine
della guerra. Non erano stati anni facili. Lei aveva cominciato a
lavorare giovanissima come pettinatrice poi, innamorata del
lavoro, aveva frequentato un corso per diventare estetista. A
vent’anni, in guerra col padre, se n’era andata da casa in cerca di
fortuna. Abbandonata Catherine La Foret su un treno per
Amsterdam, era rinata come Dominique Sandèr.
All’inizio si era anche prostituita pur di mangiare poi, resa
scaltra dal bisogno, aveva affilato gli artigli e abbandonato gli
scrupoli.
Non si era mai lasciata sfuggire un’occasione e aveva saputo far
buon uso della sua bellezza. Di sicuro, Alexander Maxin era stato
il suo capolavoro. Lo aveva conosciuto, poco più che adolescente,
a una festa d’addio al celibato.
Era bellissimo, ricchissimo, goffo e… vergine.
Lei aveva passato da un pezzo la trentina e quel ragazzotto poco
più che ventenne era stata una preda fin troppo facile e golosa. Lo
aveva catapultato nelle meraviglie del sesso senza esitazione e lui
ci aveva sguazzato. Il tempo, gli impegni e la sua famiglia li
avevano forzatamente separati.
Lei, rapidamente abituatasi ai vantaggi del denaro facile, si era
dedicata al Fondo Sandèr, mentre Alexander era andato a studiare
Economia negli Stati Uniti.
Si erano ritrovati una decina d’anni dopo nel 1988, non troppo
cambiati. Dominique era diventata una moderna donna d’affari,
aveva un suo raffinato e ricercato centro estetico che occultava un
piccolo, ma ben avviato, giro d’escort. Alexander aveva Elenoire e
un’importante carica da dirigente di banca.
Alla vecchia amicizia avevano fatto da corollario il piacere e
l’interesse. Insieme avevano dato corpo alla loro società. Il Tempio
di Venere, I fiori del Piacere e Benessere Azzurro erano nati da
quel legame ormai pluridecennale.
“Ho finito Dominique. Vuoi anche un massaggio al collo?”
La voce bassa e sensuale di Brenda la scosse.
“No cara, grazie.” Aprì un cassetto della scrivania, prese un
pacchetto, poco più grande di una scatola di sigarette, e gliela
porse.
“Questo è per Alexander, da parte mia. A Natale gli ho fatto
solo gli auguri per telefono.”
L’idea di Brenda e Alexander, insieme, la turbava.
“Quanto può cambiare un uomo!” pensò.
“Ci vediamo venerdì sera al World, allora.” disse Brenda,
prendendo le sue cose e salutandola con un abbraccio.
“Sì, cara. Come d’accordo.”
“Ok! Vedrai che splendore. A venerdì.”
Dominique guardò l’orologio. Erano da poco passate le tre.
Solo cinque ragazze dovevano ancora passare per il loro
compenso, poi avrebbe chiuso tutto fino all’11 gennaio.
“È stata una buona annata. – pensò – Davvero buona.”

(3. Continua)

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Dal Matto al Mondo: Il Mago

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 Oggi era  il giorno del mio Compleanno… Auguro a tutti voi che mi leggete (e anche a coloro che non mi leggono) le stesse cose che auguro a me stessa: Una Vita piena d’Amore e di comprensione, piena di gentilezza e di armonia. Semplice  ma piena di progetti, ricca di momenti d’ozio ma anche di fibrillante attività creativa. La Vita, per modesta e dimessa che sia, è unica e  irripetibile. Ogni giorno è lì, pronto a lasciarsi spacchettare  come il più bello dei pacchi dono.  Apriamo con stupore ogni giorno che ci è dato: potremmo trovarci dentro la realizzazione del nostro sogno più importante. Il mio è di continuare a sentirmi amata come sono già.

1.  IL MAGO – IL BAGATTO

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 Mercoledì, 29 dicembre 2010 ore 18.30 

“Anche noi dobbiamo poterci sposare e vivere serenamente i nostri rapporti di coppia. I benefici che spettano ai coniugi eterosessuali devono essere estesi anche alle coppie omosessuali. Solo così potrà essere raggiunta una vera parità tra…”

Prima che l’uomo seduto nella poltroncina accanto a lei potesse terminare la frase, la conduttrice del talk show pomeridiano PARLIAMONE! lo fermò con un perentorio: “Sono d’accordo.”

L’ospite aveva tenuto la scena fin troppo a lungo ed era giunto il momento di zittirlo.

“Pienamente d’accordo con te. Ecco, io vorrei che tutti sapessero che io mi batto con tutte le mie forze per la causa dei diritti omosessuali…”

Un sorriso largo, d’intesa, si era aperto sul suo viso levigato e, come un segnale, alle parole io mi batto l’insegna APPLAUSI aveva lampeggiato, scatenando lo scrosciante battimani del pubblico.

“Con quest’ultima testimonianza, molto forte, chiudiamo il programma di oggi, cari amici. Salutiamo Paul, che coraggiosamente è venuto nei nostri studi per raccontare la sua storia, Ciao Paul, arrivederci, – gli aveva stretto sbrigativamente la mano e si era dimenticata di lui – e noi ci diamo invece appuntamento a domani, per altre storie di vita vissuta. Qui, a PARLIAMONE! con la vostra Barbara B. Clarck, sulla nostra televisione preferita: ONE FORCE TV. A domani.”

Mentre sui monitor correvano i titoli di coda e il pubblico abbandonava lentamente lo studio, Barbara B. Clarck era ricaduta pesantemente sulla sua poltroncina sfilandosi gli eleganti sandali tacco 12 ricoperti di strass che l’avevano torturata tutto il pomeriggio.

“Accidenti! Accidenti! Accidenti!” Massaggiandosi i piedi doloranti controllò che non ci fossero vesciche.

“Violet? Violet? Dove ti sei cacciata?” Le segretarie non sono mai dove dovrebbero essere, pensò.

“Sono qui, Miss Barbara, cosa le serve?”

“Vai in camerino a prendermi le servette. Svelta, che ho un appuntamento col Capo.”

Chiamava servette una calzatura di riserva molto morbida, alta non più di cinque centimetri, aperta sul tallone e con la soletta in gel, che usava quando i piedi si rifiutavano di sopportare altre scarpe. Mentre aspettava si fece dare una ritoccatina al trucco e sistemare i capelli neri, lunghi e fluenti.

Era partita dal niente ma, nell’arco di pochi anni, poteva dire che ce l’aveva fatta.

Aveva cominciato come galoppino in una televisione privata. Poi il bel viso, le generose scollature, la palestra per risollevare il sedere e una certa disponibilità allo scherzo avevano aperto le porte di camere da letto che portavano a studi televisivi.

Sapeva esattamente dove voleva andare e aveva imparato che, se non vai troppo per il sottile, la strada può essere più facile. Così, stringendo i denti e cercando d’imparare dalle migliori aveva, in breve, affinato il suo stile. Getta la pietra e nascondi subito il braccio. Le sue interviste si erano fatte, nel tempo, più spregiudicate e taglienti. Il suo pubblico, voyerista e acritico, si fermava impietrito ad ascoltare i risvolti più crudi e feroci dei fatti di cui erano protagonisti i suoi ospiti, e lei era abilissima nel far sempre emergere i sentimenti e le sensazioni più intriganti.

Col tempo era diventata quasi insensibile alle atrocità che la vita spesso le poneva davanti. Era diventata cinica e arrivista. Le interessava solo attirare l’attenzione su di sé per alzare lo share e conquistare le più ampie fette di pubblico della Prima Serata.

Lo sapeva bene che certe storie, trattate con maestria e manipolate ad arte, erano la chiave del suo successo.

Gli occhi verdi, la bocca grande e una dentatura perfetta le conferivano un aspetto aggressivo e misterioso; il corpo, sapientemente rimodellato, guidava lo sguardo sul florido décolleté.

“Sono una gran gnocca, questa è la verità. E ci so anche fare.” si disse guardandosi con ammirazione, mentre si specchiava nelle porte a vetri del quinto piano.

Era talmente presa da sé e in ritardo che si scontrò con una giornalista della Cronaca che stava uscendo in quel momento da un ufficio. Il faldone di carte che quest’ultima teneva in braccio si rovesciò sul pavimento foderato di moquette blu del corridoio.

“Imbranata!” le gridò contro, seccata per l’inconveniente che lei stessa aveva provocato.

L’altra, senza rispondere, soffocando per l’indignazione, si era inginocchiata per raccogliere in fretta l’incartamento.

“Scusi.” aveva detto piano, ma un lampo d’odio le aveva acceso lo sguardo in un fugace moto di stizza.

Barbara B. Clarck era certa che in poco tempo sarebbe diventata un’anchor woman di Prima Serata. PARLIAMONE! con lei aveva praticamente triplicato l’audience e, cosa più importante, erano aumentati gli inserzionisti. Questo implicava, ovviamente, una promozione.

Prima di varcare la soglia dell’ufficio del boss Barbara slacciò un bottoncino della camicia e fece salire la gonna che metteva in mostra le sue lunghe e ben tornite gambe.

Billy Shark Blackstone era, poco segretamente, soprannominato Mister Force e la cosa lo lusingava.

Reduce da tre matrimoni e altrettanti divorzi, sceglieva le segretarie con la stessa cura con cui studiava la tattica per annientare un avversario. Delle due cose, allo stesso modo, godeva.

Lei lo sapeva. Tuttavia era anche consapevole della propria avvenenza e della propria determinazione. Lui non era che un uomo, bastava saperlo prendere lì dove gli uomini sono più fragili, l’ego.

Bussò con decisione.

(2. Continua )

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Dal Matto al Mondo

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Ciao a tutti i miei amici lettori…
Come annunciato comincio a pubblicare sul blog, il mio primo libro.
A puntate, naturalmente, con cadenza settimanale. Non è l’identica versione mandata alle stampe, ma condivido con voi la versione in Doc.
Buona lettura.

Dedicato a tutti coloro

che hanno creduto in me.

Che hanno atteso,

incoraggiato e accompagnato

la nascita di questo libro

e di un sogno.

.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-

 

I Tarocchi

sono un crogiuolo

di storie sparse

sul tavolo della Vita.

La fantasia

mescola e…

racconta.

Premessa

Nell’autunno del 2010 ho partecipato a un corso di scrittura creativa tenuto dalla scrittrice trentina Anna Tava, ispirato agli Arcani Maggiori dei Tarocchi.

Un interessante gioco letterario e artistico che prevedeva, accanto alla stesura di un racconto breve, una personale interpretazione dei Tarocchi, narrativa e grafica.

Il passo successivo al brain storming è stato quello di creare un legame logico e narrativo tra le Carte, rispettandone l’ordine cronologico. Sfida impegnativa, data la varietà dei personaggi, la loro diversa ma equivalente importanza, la volontà di non muoverli dalla loro postazione. Tuttavia ce l’ho fatta. Le sfide insegnano molto: i propri limiti e la possibilità di superarli, qualche volta. Iniziato il gioco, m’è parso volesse essere giocato fino in fondo. Si sente di essere servitori delle storie iniziate.

Ne è nato un romanzo “diversamente altro”, senza eroi, cavalieri erranti o principesse, ma con personaggi pieni di carattere e una storia dove i segreti, come sempre, vogliono essere svelati.

0- Il Matto

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Mercoledì, 29 dicembre 2010 ore 9.30

Il Soggiorno per anziani Autunno sereno era una bella villa ottocentesca a tre piani, perfettamente ristrutturata e rimodernata, nel cuore di un elegante parco di abeti, pini e larici. Era circondata da uno splendido giardino all’italiana da poco completamente ricostruito e perfettamente curato.

Tutt’intorno al giardino correva un’alta siepe aperta all’altezza dell’imponente e ben vigilato cancello. A un occhio attento non sarebbero sfuggite le numerose telecamere di sorveglianza disseminate intorno all’edificio, terminali di un sofisticato apparato di sicurezza.

“Buon giorno dottor Olivier, ben arrivato.”

“Buon giorno Grace. Tutto tranquillo stanotte?”

“Sì dottore, a parte il Signor Cartwriter e la signora Spencer, che erano più agitati del solito. Si sono quietati solo all’alba, stremati per la stanchezza. La signora continua a sragionare, alterna momenti di cupo mutismo a farneticazioni deliranti. Temo veramente che durante una delle sue ricadute possa ferirsi e anche gravemente.”

“Ha ragione. Ho sentito il figlio per telefono ed è molto preoccupato per questo suo rapido aggravamento. Dovremo sorvegliarla più strettamente e aumentarle il dosaggio del calmante. Dia disposizioni, la prego.”

Al termine del resoconto notturno, l’assistente del dottor Olivier, una quieta infermiera cinquantenne, uscì silenziosamente dallo studio e si diresse verso l’ascensore. Al secondo piano le attività di fine turno erano state quasi del tutto espletate: i prelievi, la temperatura, la distribuzione dei vassoi per la colazione e il riordino delle stanze.

A metà mattinata l’equipe dei medici di turno avrebbe fatto il solito giro di routine per la conferma o la modifica delle terapie e poi la giornata avrebbe potuto scorrere tranquillamente.

Prima di andarsene, però, Grace passò a trovare la signora Spencer. Era una donna sulla settantina, elegante e raffinata. Nonostante la notte di veglia aveva un aspetto rilassato, dovuto all’effetto perdurante dei farmaci. Il viso, affilato e sottile, era incorniciato da una vaporosa massa di capelli candidi, in contrasto con gli occhi scuri e spenti.

Seduta davanti alla finestra, pareva fissare con lo sguardo un punto perso tra gli alberi.

“Buon giorno signora Spencer, come si sente oggi?”

“L’ho visto. L’ho visto! L’ha uccisa! L’ha uccisa… Ucciderà anche me. Ucciderà anche me.” ripeteva con ossessione quelle tre frasi, dapprima sottovoce, poi sempre più forte fino a gridarle, in preda a un terrore crescente che la lasciava debole e senza forze.

Grace cercò con gentilezza di calmarla prendendole le mani e accarezzandola: “Chi ha visto signora? Chi è stato ucciso?”

“Lui mi ucciderà, lo so. Se parlo, mi ucciderà.”

Non era la prima volta che Grace le dava corda tentando, interrogandola, di capirci qualcosa. Sperava ogni volta di raccogliere nuovi elementi ma, finora, le risposte sconclusionate l’avevano convinta che la povera donna soffriva di manie persecutorie, sicuramente dovuti a eventi depressivi pregressi.

Marion Spencer era entrata in casa di riposo l’anno prima, per curare una seria astenia dalla quale non si era mai ripresa. La sua salute non aveva mai dato cenni di miglioramento e le poche volte in cui era venuto il figlio a trovarla, aveva avuto attacchi di panico così violenti che il dottor Olivier aveva praticamente vietato altri incontri.

“Temporaneamente,” aveva detto ma, in seguito, il figlio non s’era più visto e da allora nessuno era più venuto a trovarla.

Grace s’era fatta l’idea che Marion Spencer non riconoscesse il figlio e perciò ne avesse paura.

“Nessuno la ucciderà. Non qui da noi. Stia tranquilla.”

Si lasciò andare, per una volta, a un tenero abbraccio che per un attimo rasserenò l’anziana.

“Se sapesse! Se sapesse quello che so io, anche lei avrebbe paura.” le bisbigliò all’orecchio, tenendola forte per un braccio.

“Adesso devo andare, ma vengo a trovarla stasera, quando comincio il turno. Va bene?”

“Io l’ho visto. Non sono pazza, l’ho visto!” Le stringeva forte la mano e non la lasciava andare.

Era rimasto, tra le maglie della memoria, il ricordo di una lite. Le braccia tese di un uomo e le sue mani strette intorno al collo di una sconosciuta. Di quel tragico evento restavano solo brandelli di pensiero, piccoli e affilati come pezzi di specchio rotto, che le avevano lacerato la coscienza e spezzato l’equilibrio.

Non disse altro. Piegò la testa da un lato con rassegnazione e continuò a guardare fuori dai vetri il giorno che cresceva.

L’abbondante nevicata della notte di Natale aveva steso una spessa coltre bianca sul parco e in giardino. Siepi e aiuole, panchine e vialetti erano stati completamente sepolti. Mancavano tre giorni alla fine di dicembre e nessuno era venuto a trovarla, neppure per Natale.

Nel grande atrio dell’edificio era stato montato un bell’albero carico di palline e ninnoli dorati. Decorazioni natalizie erano state poste, con sobria eleganza, nei corridoi e sulle porte delle stanze degli ospiti.

Sulla porta di Marion era appeso un piccolo bouquet di euforbia in seta, con i boccioli in cristallo Swarovski e un paio di campanellini che tintinnavano sottilmente ogni volta che si apriva e chiudeva. Quel suono leggero risvegliava in lei ricordi lontani e felici, la rallegrava come poche altre cose.

Quando, in mattinata, la campana della piccola cappella annessa alla struttura suonò per la funzione, Marion si scosse, mise uno scialle sulle spalle e si avviò. Nel breve tunnel a vetrate che collegava la casa alla cappella incontrò l’unico amico che si era fatta in quel posto: Michael Cartwriter.  Senza una parola, si presero a braccetto ed entrarono in chiesa sistemandosi nell’ultimo banco.

“Come stai?” le chiese sottovoce. Lei scosse il capo, gli sorrise debolmente e si fece il segno della croce.

(1. Continua)

Articolo precedente di riferimento:     https://laurasoreglia.wordpress.com/2013/07/

Vigilia di Natale

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Auguri di un sereno  e  santo Natale

Ciao a tutti i miei amici lettori… e non lettori.

Passare dagli auguri di Buona Pasqua agli auguri di Natale in tre post la dice davvero lunga su quanto avevo da dire e scrivere in questo anno trascorso e ormai agli sgoccioli.
Eppure è stato un anno magnifico. La vita è andata avanti come al solito. Le solite bollette da pagare (pagate), le rate del mutuo (meglio non guardare a quelle che restano …), il solito lavoro (e menomale che quello, almeno, non manca), il solito marito (per fortuna!) la stessa figlia convivente… di sempre … Bé, lei ha intrapreso un percorso radicale di cambiamenti ed ora è semplicemente bellissima… quella sposata… sposata lo è ancora (e felicemente…).
Insomma, ci sono stati tantissimi piccoli cambiamenti e avanzamenti che non hanno stravolto la quotidianità, ma l’hanno resa accettabile, spesso serena e veramente godibile. Ci sono stati anche momenti di delusione e di difficoltà superati  in fretta però,  e  qualche  piccola soddisfazione…  progetti riusciti nonostante inadeguatezze e fragilità. Le contrarietà della vita servono a farti cambiare “rotta” per diventare migliore di com’eri.  Sono dei “campanelli d’allarme” delle “sirene” che avvisano del pericolo…   L’importante è non essere da soli ad affrontarle.
10 righe per dire che, più spesso di quanto crediamo, una quieta quotidianità, una monotona routine esistenziale, può racchiudere più piccoli brillanti di felicità di una vita tutta giocata sul palcoscenico del mondo con lustrini e paillette.
È in momenti come questi, di bilanci e di totali che, facendo un po’ di conti, capisci di aver avuto molto più di quanto hai dato. Molto, molto di più.
E io, quest’anno, mi sento di dire che sono davvero grata  per tutto ciò che è entrato e/o uscito dalla mia vita.
Ciò che è entrato mi serviva e ciò che ne  è uscito non serviva più.
In questi auguri di Natale io metto tutto il mio affetto per ciascuno di voi.
Auguro a tutti, e anche a me stessa, con tutto il cuore, che questo Natale sia veramente Santo, e felice.
Che la Luce di Speranza che si irraggia da quel Bambino in fasce, dentro una mangiatoia per animali, investa la nostra vita con tutta la sua forza rivoluzionaria.
Questa notte, domani, guardando a Lui che viene, Luce del Mondo per tutte le genti, i nostri occhi piangano, il nostro cuore si spezzi di gioia e d’amore per lui.
Allora sarà davvero Natale. Nell’ anima.

P.s. Desidero in particolare ringraziare tutti coloro che nel tempo si sono “iscritti” alla mia pagina, pensando, sperando che, chissà, prima o poi avrei ancora pubblicato qualcosa. Ebbene sì. Ho deciso di tornare a scrivere. O meglio di condividere con voi il mio “primo libro”, pubblicizzato su queste pagine. Pensavo di pubblicare settimanalmente, dalla prossima settimana, proprio Dal Matto al Mondo.

Un piccolo regalo tutto mio, da me per voi. Un modo come un altro per restare più vicini. In contatto…

https://laurasoreglia.wordpress.com/2013/07/

Bisogni

CIELO DI NUVOLECiao a tutti…

Com’è facile capire dai miei silenzi, non ho più niente da dire. Non è che non abbia o non trovi le parole. Semplicemente non riesco più a stare in sintonia col mondo. Vivo con piacevolezza e con gentilezza la mia vita quotidiana cercando di non lasciarmi sconvolgere troppo dalla piega scomposta e disordinata presa dal genere “umano” che vive su questo pianeta.

Certo. Potrebbe sembrare, visto da Lassù, che tutto vada bene. Che tutto proceda come deve procedere. Ma io non ne sono poi così sicura. Vista dallo spazio la Terra è sempre azzurra. Se tralasciamo i vari sversamenti petroliferi, le isole di detriti in plastica, i veleni mortiferi riasciati dal vivere e produrre umano.

Le foreste, là dove non sono state rase al suolo, sono ricresciute misere e fragili, perchè alberi nuovi e giovani non sostituiranno giganti secolari e resistenti.

Non parliamo dei laghi e dei fiumi scomparsi quando non mortiferi, di coste erose dal mare per gli errori di “progettisti”  esperti e sapienti. Di intere aree abitate avvelenate nell’aria e nel suolo.

Insomma, la logica di rapina, di egoismo e di indifferenza, quando non di semplice ignoranza dell’uomo, sta lentamente conducendoci alla rovina. Tutti. Indistintamente.

Non è pessimismo. È un doloroso sguardo che s’incupisce ancora di più di fronte alle miserie umane. Come se una logica malvagia e perversa costruisse il suo trionfo applicando mille strategie diverse all’unico obiettivo apparentemente invisibile: la dannazione dell’anima del genere umano.

Qui, naturalmente la mia sensibilità cristiana ha un sussulto.

Si riveste di Gesù, di Maria, di Fede e Speranza.

Le certezze della Rivelazione si concretizzano in scelte di vita precise, in comportamenti che, almeno, tentano una coerenza col pensare e col dire evangelico.

Non ci sono lezioni da dare: A nessuno. L’ascolto della coscienza è un’attività che ognuno fa personalmente,  in privato. La coscienza retta si modella sull’ideale cristiano (piaccia o no) e non dice mai… “secondo me… io penso che… io sono dell’avviso che…”.

La sua Luce è sempre il Vangelo. Anche se il Vangelo non è politically correct.

Non risponde alle logiche dei grandi banchieri, dei finanzieri, dei politici di turno, delle lobbies. Il Vangelo è lì.

In Chiesa, nella libreria del soggiorno, magari in una cartella del PC. Ma è stato esiliato dal cuore, dalla mente e dalla volontà. È semplice, puerile quasi. Troppo basso per il nostro Genio selfmade. Sì, fatto a mano ma da noi stessi.

Ci siamo voluti così e quindi  facciamo valere e accettiamo solo le nostre regole. O meglio.

Accettiamo le regole che altri hanno scritto per noi e ci impongono.

Io cerco di vivere già qui il mio paradiso di amore e di concordia, di serenità e di pace.

Avevo bisogno di dirlo. C’è  per tutti la possibilità di avere i beni celesti: DESIDERARLI.